Quest’anno la rassegna Primavera Danza, promossa dallo Stabile di Napoli-Teatro Nazionale, ha ospitato tre produzioni firmate dal noto coreografo Emio Greco e dal regista Pieter C. Scholten. Dopo lo spettacolo ROCCO, sono stati presentati i lavori TWO e BOLÉRO. Prima di procedere nell’analisi critica di questi due lavori forse è il caso di fare una premessa e spiegare perché queste due performance siano state messe in cartellone insieme, e perché in questo ordine.
Alla fine degli anni Novanta, Emio Greco e Pieter C. Scholten iniziarono ad interrogarsi sulla natura della sincronia. Aprendo un dialogo con la musica, Emio Greco riscontrò nel Bolèro di Ravel una forte connessione con l’idea di sincronia utopica che stava perseguendo, così, confrontandosi con gli schemi tempo-ritmici imposti dalla musica, iniziò ad esplorare i confini del corpo in movimento attraverso la danza. Da questa ricerca nacque la performance One (1998): un assolo eseguito dallo stesso Emio Greco in cui il rapporto tra musica e danza viene invertito: qui, infatti, non è la musica che muove la danza, ma la danza che assorbe la musica in un gioco di dissolvenza. Questa stessa ricerca coreografica diede vita in un secondo e, forse, parallelo momento, alla performance Two (1999), la quale intendeva esplorare la varietà sinconica del dualismo attuato da due soggetti diversi in uno spazio comune. Prodotte da ICK, nate da uno stesso impulso intellettuale, le due performance furono così presentate al pubblico anche come Double Points: One and Two. Dal 2014, anno in cui Emio Greco e Peter C. Scholten hanno assunto la direzione del Balletto Nazionale di Marsiglia, questa ricerca ha inevitabilmente subito un’importante influenza determinata dal contesto nel quale in quel momento veniva attuata. Spinti dal desiderio di sviluppare ulteriormente il discorso sulla sincronia emerso dal solo One, nel clima di transizione Amsterdam-Marsiglia, è nata la performance Boléro. Per amor di coerenza e con l’obiettivo di offrire al pubblico napoletano l’evoluzione di un unico pensiero coreografico, la rassegna Primavera Danza ha presentato così, in un’unica serata al Teatro Augusteo, in ordine, gli ultimi due capitoli di questa ricerca sulla sincronia attuata da Greco e Scholten, ossia: Two, una produzione ICK, con i danzatori sono Helena Volkov e Quentin Dehaye, le luci di Henk Danner, i costumi di Clifford Portier e il design sonoro di Pieter C. Scholten; e a seguire Boléro, una produzione del Ballet National de Marseille in collaborazione con ICK, che ha visto lo stesso Emio Greco in scena nel ruolo di “one”, in dialogo con i danzatori Beatrice Cardone, Nonoka Kato, Yoshiko, Kinoshita, Ji Young Lee, Florine Pegat-Toquet, Maria Ribas, Aya Sato, Alejandro Alvarez Longines, Denis Bruno, Pedro Garcia, Vito Giotta, Gen Isomi, Angel Martinez Hernadenz, Kengo Nanjo, Nahimana VanDenbussche, Anton Zvir, le luci di Henk Danner, i costumi di Clifford Portier e il design sonoro di Pieter C. Scholten.
É importante chiarire che il tema della “sincronia” è probabilmente l’oggetto di studio che definisce la maggior parte delle ricerche che oggi mirano all’elaborazione di un linguaggio coreografico contemporaneo. Molti coreografi dei giorni nostri, infatti, si sono interrogati e continuano ad esplorare questo aspetto primario dell’arte coreografica, ossia: la relazione spazio-temporale dell’azione. Solo per citarne alcuni dei più noti: da Anna Teresa De Keersmaker, a Jonathan Burrows, a Trisha Brown, fino ad arrivare a William Forsythe, tutti questi artisti hanno condotto indagini volte alla ridefinizione degli schemi coreografici tradizionali in modo da attuare una riorganizzazione dei sistemi di relazione fra i corpi nel tempo-spazio di attuazione. Ognuno, in virtù delle differenti ricerche, ha prodotto risultati molto diversi nel corso degli anni che hanno ridefinito le nozioni e attualizzato schemi storicamente istituiti del fare coreografico. In questi termini, con la ricerca sulla sincronia, Greco e Scholten dimostrano sicuramente di essere artisti della loro generazione. Ma mentre Two sviluppa il dualismo su un gioco di relazione basato su causa ed effetto, Bolèro si struttura su un sistema ritmico molto più rigido, di stampo prettamente barocco, in cui gli schemi spaziali ripercorrono le note di una tradizione classica al pubblico esperto molto conosciuta.
È possibile che tale scelta estetica sia emersa per Greco come necessità nel lavoro con il Balletto di Marsiglia, ensemble noto per la sua affinità con il vocabolario classicheggiante? Potrebbe essere, o forse questa constatazione potrebbe offrirci un indizio, una chiave di lettura per esplorare in maniera più approfondita la vera natura del lavoro coreografico di Greco/Scholten. Infatti, con uno sguardo più attento è possibile notare che entrambe le produzioni godono il susseguirsi di numerose citazioni classiche: dal Lago dei Cigni di Marius Petipa e Lev Ivanov (1895), a L’Apres-midì d’un Faune di Vaclav Nižinskij (1912); fino a giungere al Bolèro di Maurice Bejart (1961) tanto interrogato da Greco al punto da dichiarare di cercarvi una risposta sin dal processo creativo per la prima sperimentazione One. Alla fine della serata al Teatro Augusteo ho avuto modo di incontrare il coreografo che mi ha spiegato che per lui la citazione è un modo di “passare attraverso” forme della tradizione, aprendo in questo modo nell’evento performativo una dimensione spazio-temporale parallela alla dimensione spazio-temporale in atto nel presente coreografico. Si rivela dunque un paradosso: che cosa emerge da una ricerca coreografica volta a codificare un linguaggio di movimento contemporaneo basato sulla sincronia, su una sincronia utopica, quando tale ricerca usa “passare attraverso” forme chiaramente visibili e dinamicamente cristallizzate della tradizione ballettistica classica, la quale si basa su un’organizzazione diacronica dell’azione decisamente agli antipodi con il concetto di sincronia contemporanea che prescinde da un origine e da un evoluzione comune della dimensione spazio-temporale dell’azione?
Solo il futuro potrà risolvere questo dubbio aneddotico, nel frattempo speriamo di poter ospitare a Napoli altri capostipiti della danza contemporanea, che possano indurre in noi ancora più domande, enigmi più complessi, che possano smuovere lo sguardo e aprire un dialogo sincronico con la nostra cultura percettiva meramente diacronica.

Letizia Gioia Monda

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