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Susanna Beltrami: “Avere tanto tempo libero può generare profondità”

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Susanna Beltrami
Susanna Beltrami

Susanna Beltrami compare nel panorama della danza italiana già nel 1986, quando di ritorno dalla Merce Cunningham Foundation di New York, si colloca tra i maggiori coreografi che in Italia segnano un nuovo inizio per la danza contemporanea. Da subito riceve incarichi didattici e direzionali nei più importanti centri di formazione coreutica del nord Italia, e al contempo si rivela pioniera della danza moderna e contemporanea in Italia attraverso la sua innovativa opera coreografica, sempre aperta alla sperimentazione ed alla contaminazione tra i diversi mondi artistici. Dal 2006 dirige l’Accademia Susanna Beltrami, percorso di eccellenza per la formazione coreutica, e nucleo fondante della futura “casa della danza”, DanceHaus Susanna Beltrami, inaugurata nel 2009.

DanceHaus Susanna Beltrami è oggi considerata una vera e propria dance-community, fucina delle arti e dei mestieri e punto di riferimento internazionale per giovani artisti e creativi della danza che qui hanno la possibilità di sperimentarsi, confrontarsi e specializzarsi in un contesto stimolante, in linea con le tendenze culturali e artistiche del momento. Susanna Beltrami, dal 2018 anche co-direttrice del Centro Nazionale di Produzione della Danza DanceHaus, apre virtualmente le porte di casa sua e risponde con franchezza, precisione e contenuti alle domande che le vengono rivolte in merito all’Inchiesta Covid-19/si cambia danza lanciata da Campadidanza.

Emergenza Covid-19. Che impatto ha avuto tutto ciò sulla tua vita di direttrice di un centro di formazione?

Rispondo con una metafora. Ha presente quando un danzatore contrae uno strappo, improvviso, imprevisto e forte fino a immobilizzarlo, nonostante abbia i muscoli caldi e riscaldati? Ecco cosa ha rappresentato il Covid-19 per me. Il nostro centro di formazione DanceHaus accoglie studenti non solo dall’Europa, ma anche da paesi come India e Iran. Questi studenti non parlano la lingua italiana e oggi sono qui soli e lontani dalle loro famiglie. Essere direttrice di un centro di formazione, in un momento emergenziale come questo, significa sostenerli, assisterli, stargli accanto il più possibile. E ciò vale anche per tutti gli studenti deflagrati nelle loro regioni di provenienza appena sono state varate dal governo le misure restrittive per la regione Lombardia prima e per tutta l’Italia dopo. Questa situazione è dura da gestire emotivamente proprio perché tocca le relazioni tra persone e nel caso specifico, Dancehaus con i suoi studenti.

Quali strategia, con la Dancehaus, ha messo in atto per stare accanto ai tuoi studenti?

Siamo stati tra i primi a lanciare l’hashtag #ladanzanonsiferma e abbiamo prodotto, insieme con i nostri studenti, del materiale videografico che ci ha unito anche a distanza e sul finire di febbraio abbiamo attivato il servizio didattico in streaming. Non riusciamo a rispettare a pieno regime il nostro programma di studio, ma tra teoria e pratica abbiamo elaborato una buona proposta con piattaforme come Zoom Cloud Meetings. Ed io adoro salutarli e augurar loro buono studio prima delle attività, sia mattutine che pomeridiane. Poi stiamo dando ai nostri studenti tanto materiale didattico di natura teorica perché riteniamo sia un aspetto da non trascurare e da coltivare più di ogni altra cosa in questo momento di isolamento forzato e stiamo organizzando un open-event per tutti quelli che avevano scelto di studiare da noi prima del blocco delle attività.

Secondo lei la danza, in modalità smart, può tenere vicina la comunità della DanceHaus e contribuire anche alla creazione di una nuova utenza di danza nonostante l’emergenza?

Assolutamente sì. Tra l’altro alla DanceHaus abbiamo attivato le Web Audition e abbiamo ricevuto molte proposte, segno che funziona.  E’ sicuramente diverso dal fare un’audizione dal vivo, ma l’aspetto interessante è che i giovani studenti di danza non smettono di pensare al proprio sogno. Inoltre, pare che l’esigenza di una corporeità attiva sia altissima oggi più che mai. Non a caso, registriamo ogni giorno una notevole affluenza di studenti che accedono alle web class.

DanceHaus sostiene la nuova creazione di danza. Come viene elaborato questo momento storico, sul piano dell’ispirazione e della creatività, da un coreografo?

Ho discusso di questo con un professore universitario di sociologia e ci siamo confidati il sospetto che, molto probabilmente, la proposta artistica tenterà di rispondere ad una necessità “purificatrice”: l’artista avrà bisogno di tirar fuori tutto quanto determinato da questo difficile periodo. Speriamo che ciò non si traduca in una creatività votata al senso di morte e di tragedia, ma che piuttosto valorizzi l’esplosione di vita cui la natura ci fa assistere in questi giorni, mentre noi siamo chiusi in casa. In ogni caso, per un autore questo è il tempo giusto per lo studio, la lettura, la scrittura, la riflessione. Un coreografo è niente se non mette le mani nel maggior numero di humus culturali possibili. Tutto questo tempo a disposizione può generare profondità e completezza, caratteristiche essenziali per un autore che si rivolge ad una platea.

La paralisi totale di ogni settore, come incide sul mondo della danza e sulle realtà di formazione costrette a chiudere o a rivedere il loro modo di “formare”?

Anche qui uso una metafora. L’incendio nel bosco brucia prima il sottobosco e non è detto che arrivi alle grandi sequoie. La danza è ovunque per colpa delle liberalizzazioni e questo non è un bene perché la quantità supera di gran lunga la qualità. Chissà che questo periodo emergenziale non contribuisca a far desistere, per cause di forza maggiore, quelle realtà che non portano alcun contributo alla danza, rovinando fisicamente e mentalmente giovani studenti. Magari questa emergenza lascerà “indenne” chi davvero sa occuparsi di danza, dalla proposta formativa alla sua erogazione. Poi è necessario che ogni realtà educhi la propria utenza alla solidarietà, alla comprensione, alla vicinanza e al rispetto del lavoro, elementi essenziali su cui costruire la sopravvivenza attuale e la ripresa futura. Per esempio, l’erogazione del servizio didattico in streaming, va retribuito. Il settore-danza, specie nei suoi ambiti formativi, sarà l’ultimo a ripartire nel post Covid-19 e questo ci impone di fare rete, di essere uniti. Io, a 60 anni, so bene quanto dovrò rimboccarmi le maniche e sono fortunata ad essere affiancata da un team di persone davvero valido.

Quindi pensa che da questa situazione possa derivare una riorganizzazione qualitativamente migliore del settore-danza nei suoi ambiti di formazione?

Certamente, magari ciò può avvenire a discapito di chi vede nella danza solo un business importante su cui lucrare. Nessuna legge italiana tutela la formazione di danza e il Covid-19, come farà anche per altri settori, tirerà una riga di ripartenza. Questa emergenza potrebbe estinguere una certa filosofia di danza che per anni ha incancrenito il settore. Ho la certezza assoluta che molti dei miei colleghi condivideranno il mio pensiero. L’ho sempre detto e lo ripeto oggi più che mai: tuteliamo la buona danza, distinguendola da ciò che non lo è. Solo mettendo la formazione-danza al pari dell’istruzione scolastico-accademica e confidando nelle capacità selettive degli studenti, è possibile garantire agli aspiranti danzatori una buona formazione, unico viatico per il mondo del lavoro.

Per quanto riguarda il pubblico di danza, pensa che questo stop forzato possa essere propedeutico per una nuova fioritura di spettatori?

Io parlo anche a nome del Centro di Produzione Nazionale Danza DanceHauspiù ed essendo prossimi alla chiusura del triennio possiamo fornire un’analisi di dettaglio in tal senso. Nonostante Milano, la città in cui siamo situati, sia protagonista di un continuo flusso di persone, risulta difficile portare le persone a teatro e soprattutto a vedere la danza. La situazione peggiora quando proponi danza contemporanea o di ricerca, seguita sempre di più da un pubblico troppo elitario. Questa emergenza ha però creato un grande fermento sui social e sto notando una grande partecipazione anche da parte di persone esterne al mondo della danza. Questa curiosità va alimentata perché può funzionare, garantendo una nuova formazione di pubblico. E il nostro “solito” pubblico non va trascurato, piuttosto deve sapere che gli siamo vicini. Chiaramente, alla ripartenza dell’Italia, serviranno collaborazione e unità da parte di tutte le realtà nazionali oppure riprendersi sarà davvero dura.

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Luigi Aruta
Danzatore, docente di danza e chinesiologo. Opera come performer e giovane autore in Borderline Danza di Claudio Malangone e collabora come danza-educatore con enti e associazioni. Attivo nel campo della ricerca pedagogico-didattica, porta avanti un'indagine sui vantaggi della danza come dispositivo di adattamento cognitivo e sociale.