Sudanzare non è solo un gioioso invito a danzare con e al Sud, è anche un’associazione culturale che ha sede a Parigi e che, nata nel 2011, propone lo studio delle danze meridionali con una decisa attenzione per la taranta salentina e cilentana. Creata dall’incontro dell’antropologa Tullia Conte con il coreografo Mattia Doto, docente e studioso di danza giapponese e danza contemporanea, Sudanzare oltre ad una seria didattica delle danze popolari si propone anche una approfondita conoscenza dei luoghi legati alla pizzica e alla taranta e organizza viaggi studio in Salento e in Campania.  In occasione del loro spettacolo alla Galleria Toledo del 6 gennaio, abbiamo chiesto a Tullia Conte e Mattia Doto di parlare della loro formazione e dei loro obiettivi culturali ed artistici:

tullia conte

Tullia Conte Io non ho una formazione da danzatrice ma mi sono formata all’università di Roma  iniziando studi di sociologia, poi mi sono indirizzata all’antropologia seguendo  il grande e compianto  Vittorio Lanternari che interpretando correttamente le sfaccettature della mia mente mi ha indirizzato verso l’antropologia teatrale. Inevitabile l’incontro con il maestro Eugenio Barba con cui ho studiato in vari workshop fino a stare con l’Odin Teatret  a Parigi per oltre un mese. Ho approfondito altri studi di teatro corporeo con vari registi, tra cui Sara Sole  Notarbartolo, e ho lavorato un anno con il Théatre de l’Opprimé fondato da Augusto Boal a Parigi che propone un metodo particolare di interazione tra pubblico e attori. Non ho alcuna formazione accademica nell’ambito della danza ma parallelamente ai miei studi di antropologia ho cominciato a praticare le danze tradizionali fino a diventarne una vera e propria dipendente.

Mattia Doto Io ho iniziato dalla  danza classica e  poi mi sono rivolto alla danza contemporanea studiando con Virgilio Sieni,  Ambra Senatore,  e mi sono laureato al Dams a Bologna con la professoressa Eugenia Casini Ropa che mi ha indirizzato verso il teatro contemporaneo giapponese. Ho iniziato a studiare Butho ma i maestri giapponesi sono consapevoli che un corpo occidentale non può riproporre lo stesso stile di un danzatore giapponese. La Casini Ropa mi ha suggerito  una sperimentazione in cui unire la tradizione della danza popolare del sud con il lavoro sul corpo di stile giapponese. Così è iniziato il mio processo di contaminazione  con il tarantismo perché ci sono molti punti in comune.  Da questa ricerca  è nata Tarantulae una mia performance di qualche anno fa. D’altra parte il Butho nasce come movimento di resistenza anche culturale ad una forte trasformazione politica così come il tarantismo conteneva una decisa spinta di resistenza culturale e sociale.

Cosa è rimasto a Napoli della tarantella tradizionale?

“Per tutto il sud Italia  il lavoro e gli studi di Ernesto de Martino sono stati una spinta per andare a scovare luoghi dove ancora esistesse una pratica intima e poco pubblicizzata della forma sciamanica della taranta – rispondono quasi all’unisono – Si era creato un sincretismo tra le forme sciamaniche del tarantismo e la devozione a san Paolo che era sopravvissuto ad un morso velenoso a Malta per giustificare così una pratica ritenuta profondamente pagana. Ma negli sviluppi sociali del Dopoguerra  il rituale di guarigione della pizzica veniva considerato ormai una banale credenza popolare e sostituito dal ricovero in manicomio dei soggetti “malati”. Questi fenomeni sono morti negli anni Sessanta ma ne è ancora presente il ricordo. Nella città di Napoli questa tradizione  è resistita ancora meno e dal momento in cui la tarantella è entrata nel balletto di metà Ottocento, si è venduta l’immagine folklorica della tarantella con Pulcinella e i  tamburelli. Anche se nell’ iconografia dell’epoca,  tradotta nel costume del balletto con le gonne rigonfie e a ruota, si può ancora riconoscere negli inarcamenti del busto e nelle contrapposizioni dei corpi, quelle sospensioni e  quei movimenti che hanno una matrice dalla taranta”.

Come può la danza popolare diventare ispiratrice di un progetto artistico e non solo?

Tullia Conte La danza popolare ha avuto una forte rivalutazione dagli anni ’70 quando la cultura contadina, che si stava ormai perdendo, veniva vista come partecipe e ispiratrice delle lotte politiche di quegli anni. Quando mi ci sono avvicinata sono subito entrata in contatto anche con  gruppi musicali ed ho iniziato sia un’attività performativa che di didattica. Ritengo che nell’ambito della danza popolare ci sia un atteggiamento un po’ di superficialità, la nostra ascendenza teorica dal punto di vista storico e antropologico e la rigorosa formazione  teatrale, come quella trasmessa da Barba, ci ha spinto ad un lavoro disciplinato in cui l’improvvisazione non è un’autorizzazione ad approssimare, ma è un percorso creativo ben organizzato. Dieci anni fa insegnavo nel Cilento e poi sono stata direttrice di un teatro comunale  chiuso nel periodo berlusconiano, quindi mi sono spostata a Parigi dove il meridione d’Italia, pur se vicino, viene percepito come estremamente esotico, c’è un gusto per  altre culture ed una curiosità a sperimentare vari tipi di danza.  Sudanzare è nata prima di tutto come scuola per sostituirsi a quella trasmissione di tipo familiare ed orale che ha permesso a danze così antiche di giungere, con grandi difficoltà, fino a noi. In una città enorme e frenetica come Parigi, così come  nelle nostre città, la nostra scuola sostituisce la nonna che un tempo insegnava a danzare ai nipoti. D’altra parte la danza in circolo, la ronda, spinge a metterci in contatto con l’altro, cosa molto difficile oggi. La nostra attività comprende poi conferenze sulla cultura tradizionale del sud Italia e viaggi per portare persone dal centro Europa verso la Puglia, la Campania e, da quest’anno, anche in Sicilia. Ma Sudanzare è anche una Compagnia, un progetto che oltre a raccontare la danza tradizionale meridionale, prende spunto dalla realtà. Un nostro precedente spettacolo nasceva dalla morte di una persona ricoverata in un ospedale psichiatrico del Cilento.

Cosa vedremo mercoledì alla Galleria Toledo?

Tullia Conte Lo spettacolo è una prima assoluta, di solito la Compagnia si è preoccupata di raccontare la taranta, ma in questo spettacolo la  uniamo con  le tradizioni del Ruanda e del Brasile che hanno delle affinità anche con le nostre tradizioni. La danza è una, ed  è uno scherzare con la gravità e con il corpo  in qualunque parte del mondo.  Questi patrimoni sono stati messi insieme da Oliver Courtemanche, Martina Ricciardi, Mattia e me per raccontare un Sudd (con due d) che è uno stesso posto, un posto dell’anima in cui la terra ha un significato e tutto viene realizzato con il lavoro delle mani. Costumi e scene sono tutte realizzate da noi così come si faceva quando non c’era la tecnologia. In un momento in cui la guerra rischia di esplodere per uno scontro tra culture e c’è una discussione sui valori,  ci sembrava urgente utilizzare la danza per ricordare che tutti siamo uguali.  Per noi l’azione teatrale è un’azione politica e non ci interessa lo spettacolo fine a se stesso. Non diamo soluzioni, poniamo domande in scena e questo è l’interesse che ci spinge ad unire le nostre esperienze vivendo in un paese anche fortemente nazionalista,  come la Francia,  afflitto di recente da grandi problematiche e vicende relative alla paura e all’odio per l’altro.

Roberta Albano

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Roberta Albano
Docente di danza classica abilitata all’Accademia Nazionale di Danza di Roma, critico di danza, studiosa e docente di storia della danza, autrice di saggi e monografie sulla danza. Ballerina professionista fino al 1982, è laureata al DAMS dell’Università di Bologna in “Semiologia dello Spettacolo”. Dal 1990 al 2014 è vicedirettrice dell’associazione Movimento Danza di Gabriella Stazio. E’ inoltre socio fondatore di AIRDanza - Associazione Italiana per la Ricerca sulla Danza.