Silvia Gribaudi
Silvia Gribaudi in una foto di Anna Piratti

L’associazione culturale Zebra nasce nel 2011 dall’incontro di tre coreografe venete – Chiara Frigo, Silvia Gribaudi e Giuliana Urciuoli – le quali, seppur con identità artistiche diverse, sono accomunate dagli stessi obiettivi di sviluppo culturale.

Negli anni, sotto la direzione artistica di Silvia Gribaudi e Chiara Frigo, l’associazione ha voluto condividere la propria esperienza aprendo le porte a giovani artisti. Dal 2017 infatti Zebra ha sostenuto giovani talenti della scena contemporanea italiana, valorizzandone le produzioni e le circuitazioni.

Gli artisti di Zebra, inoltre, sono membri di C.RE.S.CO – Coordinamento delle Realtà della Scena Contemporanea, e di REV – Rete Veneta arti performative.

Campadidanza ha raggiunto telefonicamente Silvia Gribaudi per parlare di politiche di sostegno per i giovani nell’ambito dell’inchiesta Covid 19/ Si cambia danza.

I giovani e la ricerca del lavoro

Cosa ne pensa Silvia Gribaudi delle politiche di sostegno alle imprese giovanili?

Penso che siano molto importanti. Io sono riuscita ad emergere vincendo il premio per la Giovane Danza d’Autore nel 2009. Certo sono arrivata al sostegno under 35 che avevo già trentatré anni, ma ci sono ragazzi che riescono ad accedervi anche a venti anni, e quando accade è fantastico. Per quindici anni hai la possibilità di essere sostenuto.

Le politiche di sostegno alle imprese giovanili sono fondamentali. Io e le danzatrici della mia generazione siamo state quasi tutte interpreti per altri coreografi. Quindi, per quanto riguarda il lavoro, abbiamo fatto esperienza all’interno di altre compagnie di danza. Abbiamo imparato osservando cosa significa organizzare uno spettacolo, venderlo, e anche seguirne la parte amministrativa. Sarebbe ora che per i giovani si facesse di più.

A noi di Zebra ci interessa attivare dei dialoghi con ragazzi giovani, fornire loro spazi. Bisogna dare spazio all’emergere delle nuove generazioni di artisti perché sono convinta che lo spirito dei giovani è uno spirito pioniere, l’energia dei giovani è maggiore.
Ma credo anche che sarebbe importante dare valore all’esperienza e quindi supportare e sostenere progetti over 40, ma anche over 70, over 80. Sarebbe bello se ci fosse una coreografa ottantenne sostenuta economicamente. Si potrebbe anche far lavorare un ottantenne con un giovane. Sarebbe interessante affiancare l’esperienza dei maturi all’energia dei giovani, supportare il dialogo tra generazioni artistiche differenti.

Cosa si potrebbe cambiare per rendere più gestibile la ricerca del lavoro?

L’atteggiamento: sono convinta che bisogna aprire dei dialoghi molto onesti. Riuscire a creare delle comunicazioni sincere sulle esigenze, sia dalla parte dell’artista che dalla parte dell’organizzatore.
Aprire nuovi dialoghi accanto ai dialoghi già esistenti. Instaurare dei confronti chiari per costruire possibilità non solo per se stessi ma anche per gli altri.

Ci sono associazioni molto attivie in Italia: C.RE.S.CO, AIDAP, tante associazioni che sono in prima linea e sono nate proprio per aiutare da un punto di vista legislativo e pratico chi lavora nel settore. Questo sostegno permette di avere maggiori opportunità.
Noi, come associazione Zebra, siamo dentro tali strutture. Essere insieme agli altri aiuta: come artisti e organizzatori, è importante essere parte di una comunità.

Il consiglio che do sempre è di non isolarsi: nel momento in cui ci si isola è molto più complicato lavorare. Invece, se si accetta di far parte di gruppi, organizzazioni o semplicemente di stare insieme ad altri artisti, allora le informazioni circolano e le opportunità emergono.

Come è stata la sua formazione?

Mi reputo molto fortunata: danzavo a Torino, con Franca Pagliasotto una maestra che mi ha trasmesso tanta passione oltre che rigore. Ho studiato con lei in una piccola scuola che si chiama Il Gabbiano. Poi sono andata in Francia, facevo laboratori, workshop. Mi sono formata inseguendo il piacere di scoprire nuove cose.
A ventun0 anni, anche per necessità, ho iniziato a fare audizioni dandomi una scadenza: se entro cinque anni non trovi lavoro, mi sono detta, molla tutto e cambia strada. Per fortuna il lavoro è arrivato e da quel momento non mi sono mai fermata.
La svolta è arrivata quando ho vinto un’audizione con una compagnia svizzera che formava in diverse discipline.
Quindi la mia formazione è stata più che altro “esperienziale”, ed è avvenuta attraverso il lavoro.
E adesso, a distanza di anni, sono ancora qua a imparare lavorando.

Il rapporto col pubblico

Secondo lei, Silvia Gribaudi, l’assenza di pubblico dal vivo durante questi mesi di chiusura ha cambiato la danza?

Ovviamente sì. Il vuoto presente nei teatri italiani ha dato vita a un altro tipo di drammaturgia, un’eco differente nei corpi dei danzatori.
Prima era un’abitudine, si dava quasi per scontata la presenza degli spettatori. La pandemia, con i suoi limiti imposti, ci ha fatto capire quanto il pubblico sia importante e necessario alla buona riuscita di uno spettacolo.

Quasi un anno di teatri vuoti ha portato i danzatori a instaurare una relazione più intima con il proprio corpo. Penso che questa intimità porterà di conseguenza a una rapporto più sincero col il pubblico e il ritrovarsi porterà una gioia infinita.

Al termine dell’ultimo spettacolo che abbiamo fatto a marzo a Barcellona, ad esempio, alla fine c’è stato un applauso che andava oltre lo spettacolo. Era un applauso commovente, pieno di speranza, di voglia di lottare e di sentire ancora quell’emozione.

Ritiene che i canali tematici possano sostenere lo spettacolo dal vivo? e se sì in che modo?

Mi piacerebbe essere più presente in trasmissioni culturali, penso infatti che lo spazio dato a Roberto Bolle dovremmo averlo tutti noi.
Ricordo che nel 2010 con Roberto Castello abbiamo danzato in Vieni via con me, la trasmissione di Fabio Fazio e Roberto Saviano. Danzavamo la sigla iniziale e finale. Ed è stato un momento importante per tutta la danza contemporanea italiana. In tanti hanno visto per la prima volta un modo di danzare diverso e credo che per tutto il nostro settore sia stato un momento importante.
Ecco mi piacerebbe che ci fossero più spazi di questo genere in televisione: in questo modo i teatri si riempirebbero di un pubblico nuovo. La televisione potrebbe aiutare lo spettacolo dal vivo, se soltanto lo volesse.

Tutti andiamo a cinema, pochissimi vanno a vedere uno spettacolo di danza. Farebbe bene parlare di più di danza, ma anche di teatro e di musica.

Le piattaforme streaming

Secondo Silvia Gribaudi, le piattaforme streaming possono essere un’occasione per sperimentare e ottenere risultati innovativi?

Sì, sicuramente anche se preferirei che le occasioni emergessero per desiderio creativo piuttosto che per esigenza.

Come professionista ho usato questo tempo di sospensione dato dal lockdown per scoprire nuove possibilità, nuovi mezzi. Chiaramente preferisco fare spettacoli dal vivo, anche perchè mi piace giocare con il pubblico e improvvisare. Con lo streaming improvvisare è molto difficile. La bellezza dello spettacolo dal vivo è quella di lavorare sull’azione-reazione immediata col pubblico. E questo è impagabile.
Lo streaming è un’esperienza che ricorderò per tutta la vita, ma da ora in poi cercherò di utilizzarlo il meno possibile.

Lo streaming non può dare l’emozione di uno spettacolo dal vivo.
Le innovazioni tecnologiche sono importanti ma finché sono complementari allo spettacolo dal vivo.

Cosa pensa delle comunità virtuali costituite da danzatori e pubblico che si sono crete durante la pandemia?

Penso sia comunque un’opportunità di restare connessi.

Le attività che stiamo vedendo online sono tutti progetti che si sarebbero dovute realizzare dal vivo e che le persone hanno deciso fare in streaming pur di non rinunciarvi. Questo è il bello delle piattaforme online.

Se questa pandemia si fosse verificata venti anni fa, sarebbe stato impossibile incontrarsi anche solo virtualmente. I social e lo streaming ci fanno stare perennemente in contatto con il mondo. Ma questo non deve farci passare la voglia di andare a teatro.

Se improvvisamente avesse il potere di risolvere i problemi del mondo della danza, cosa farebbe?

Per prima cosa, riunirei gli esperti di economia e di legislatura per studiare insieme i problemi della danza e trovare delle soluzioni.
Poi, per portare più pubblico a teatro, farei incontrare spettatori e artisti. Anche se è una cosa che in parte già si fa, ci sarebbe bisogno di maggiore confronto tra artisti e pubblico. Quindi sarebbe bene continuare le buone pratiche già in atto e intensificarle.

Iscriviti alla Newsletter

Ballerina, performer e giornalista pubblicista interessata a divulgare la storia e le teorie della danza. Laureata in Discipline della Musica e dello Spettacolo all’Università Federico II di Napoli.