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Roberto Casarotto: “Responsabilità, creatività e ascolto: così si riparte”

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Roberto Casarotto è un attivista della danza. Il suo background formativo è la London Contemporary Dance School e una laurea in Economia Aziendale all’Università Cà Foscari di Venezia. E’ responsabile dei programmi di danza al Centro per la Scena Contemporanea e Operaestate Festival di Bassano del Grappa (https://operaestate.it/it/). Inoltre, Roberto Casarotto è anche direttore associato di Aerowaves, membro del board di European Dancehouse Network e dell’International Dance Council CID-UNESCO.

Nonostante l’altissima mole di impegni cui è chiamato a rispondere, con disponibilità, umiltà e cortesia, risponde alle nostre domande, arricchendo della sua esperienza l’inchiesta Covid-19/Si cambia danza indetta da Campadidanza.

Il Coronavirus è arrivato qui dall’altra parte del mondo costringendo le città ad implodere nelle proprie mura. Ha travolto tutti i settori e stavolta le istituzioni non hanno potuto nascondere la polvere sotto il tappeto. Ripercorrendo i decreti e le diverse disposizioni definite in questa emergenza, anche rispetto alla riapertura dei teatri, Roberto Casarotto pensa che lo spettacolo dal vivo e la danza siano stati tutelati?

Penso che sia stato fondamentale attivare il senso di responsabilità di chi opera nei contesti dello spettacolo dal vivo. Soprattutto farlo con la creatività, esplorando nuove forme di dialogo con gli artisti per avviare dei processi che contribuissero a tenere socialmente e artisticamente connesse le persone, fisicamente isolate, e dei processi di co-immaginazione per lo spazio digitale oltre che fisico.

Era prevedibile che le istituzioni avrebbero avuto bisogno di tempo per attivare delle misure in risposta all’emergenza, in attesa delle quali tutti abbiamo avuto la possibilità di attivarci o non attivarci per contribuire a sostenere l’esistenza e il lavoro degli artisti, la connessione con i cittadini che fruiscono dello spettacolo dal vivo, la realizzazione di iniziative in spazi alternativi ai tradizionali teatri, l’esplorazione di nuove modalità di collaborazione.

Guardando oltre confine, pare che l’Italia sia stata un modello per la gestione dell’emergenza sanitaria. Rispetto allo spettacolo dal vivo e alla danza invece, crede che altri paesi europei abbiamo fatto di più e/o meglio?

Dagli scambi di informazioni intercorsi tra i membri di Aerowaves, European Dancehouse Network e Asian Network for Dance + ho rilevato diversi approcci, diverse misure e regole che vanno ben contestualizzate nei territori e nelle specifiche culture. Direi che non c’è stato un di più e/o meglio, forse diverse tempistiche di reazione collegate alle misure di sicurezza attivate da ciascun governo.

Agire come categoria unita. Pare sia stato il buon auspicio di tutti, dai primi lockdown; e tutti sembrano ancora considerarla la sola strada da cui ripartire e ricostruirsi. Secondo Roberto Casarotto, ora che si conoscono le prime programmazioni post Covid-19, ci sono state azioni concrete in tal senso?

Credo che il lavorare in tempi di COVID offra l’opportunità di rivedere e ripensare le questioni del lavorare insieme, le modalità con cui si innescano dinamiche di potere nelle relazioni e i valori che stanno alla base della condivisione di visioni, percorsi, collaborazioni. Vedo intorno a me una categoria molto frammentata, a cui manca una riflessione sul generare dei valori e degli obiettivi comuni, indaffarata a gestire emergenze di sostenibilità e sopravvivenza, priva di un vocabolario condiviso capace di dare linguaggio a necessità e prospettive, non sempre informata sulle evoluzioni delle arti performative nei diversi territori.

Considerando le criticità sociali e culturali portate in auge dall’emergenza, quanto, secondo lei, stanno cambiando e cambieranno ancora, le proposte artistiche?

Sono particolarmente ispirato da quegli artisti e operatori che si approcciano al presente guardando ai limiti come opportunità, esplorando territori non sempre conosciuti e attivando nuove pratiche e proposte artistiche. Ritengo fondamentale non rincorrere ostinatamente le modalità di lavoro che conoscevamo, i meccanismi di sistemi oramai superati, cercando di ricondurre, con nostalgia, il nostro modo di rispondere alle contingenze a strategie elaborate e attivate in altri tempi e contesti.

Oggi abbiamo davanti l’opportunità di abitare in modo diverso gli spazi deputati alle arti performative, di esplorare nuovi spazi fisici e digitali. Abbiamo di fronte a noi una umanità globalmente traumatizzata, più o meno consapevole dei traumi che l’isolamento fisico genera e ha generato nelle diverse generazioni.

Possiamo riflettere sull’accessibilità degli spazi tradizionalmente deputati alle rappresentazioni e chiederci per chi siano davvero accessibili, e da chi abitati. Ci si può domandare a chi dare accesso quando gli spazi disponibili per un evento sono contingentati e se stiamo contribuendo al coinvolgimento dei diversi abitanti di un territorio nella partecipazione all’offerta culturale, attivando processi di coinvolgimento intergenerazionali e interculturali del pubblico.

Con coraggio, è possibile avventurarsi in nuove forme di dialogo e collaborazione, chiedendoci come ciò che produciamo e condividiamo sia rilevante per il tempo in cui viviamo e quali tracce lascerà nei futuri a venire.

Gli artisti sembrano essere spesso troppo radicali nelle loro posizioni; la politica, invece, sembra promettere più di quanto poi realizza. Rispetto ad un tema comune, ossia la cultura, Roberto Casarotto pensa che artisti e politici facciano il massimo per venirsi incontro?

Ritengo urgente attivare dei processi di conoscenza reciproca delle parti, dando linguaggio agli approcci e alle pratiche della danza, condividendone le specificità senza affidarsi al solo linguaggio e alle modalità di narrazione di altre forme artistiche. Sarebbe auspicabile che la politica interloquisse di più con soggetti della danza informati sulle evoluzioni dei linguaggi e delle scene artistiche locali e internazionali, per non rincorrere le eco di modelli, iniziative e strutture anacronistiche. Penso inoltre che sia importante riflettere sul senso di responsabilità e sull’assunzione di responsabilità di ognuno, non escludendo gli operatori che sono parte attiva nella programmazione e nello sviluppo della cultura della danza nei diversi territori.

Se le venisse chiesto di indicare una linea operativa da seguire in questo primo reale scorcio di ripartenza, cosa suggerirebbe Roberto Casarotto?

Suggerirei di non aver paura di rischiare esplorando nuove vie, di prendersi del tempo per osservare la realtà e i dinamici cambiamenti sociali, culturali, demografici che investono i territori in cui si opera. Suggerirei di aver il coraggio di assumersi delle responsabilità per il bene di altri.

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Luigi Aruta
Danzatore, docente di danza e chinesiologo. Opera come performer e giovane autore in Borderline Danza di Claudio Malangone e collabora come danza-educatore con enti e associazioni. Attivo nel campo della ricerca pedagogico-didattica, porta avanti un'indagine sui vantaggi della danza come dispositivo di adattamento cognitivo e sociale.