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Residanza 2020 – La parola ai protagonisti: Marta G. Tabacco

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In foto, Marta G. Tabacco. Finalista di Residanza 2020 con la sua creazione M-IO.
In foto, Marta G. Tabacco. Finalista di Residanza 2020 con la sua creazione M-IO.

Marta Giovanna Tabacco si forma in Italia, in varie città, tra cui Firenze (diplomata presso Opus Ballet) e Ravenna (diplomata presso Centro Studi la Torre). A Città del Messico però la sua formazione è ad una svolta: prosegue gli studi e lavora come danzatrice contemporanea specializzandosi nelle tecniche Release e Floorwork. Tornata in Italia, dopo cinque anni, integra la sua esperienza in campo teatrale e performativo. Attualmente vive a Vicenza e lavora in Italia come danzatrice, attrice e performer. E’ impegnata come coreografa per alcune produzioni e porta avanti una personale ricerca attraverso la realizzazione di suoi lavori. Infine, conduce lezioni e laboratori di danza contemporanea e di ricerca sul movimento. Finalista di Residanza 2020 (https://www.campadidanza.it/residanza-2020-e-la-resilienza-artistica-dei-giovani-in-piena-pandemia.html), risponde con schiettezza e chiarezza alle nostre domande, direttamente da casa sua.

Quali tappe della tua formazione sono state determinanti per accendere il tuo desiderio creativo?

Penso subito al Messico e a Cecilia Appleton. Lavorando con lei due anni, ho potuto vedere quanta importanza dà al processo coreografico, quanta fiducia ai danzatori e come sia vitale per lei condividere il processo creativo. Lavorare con lei mi ha aperto un mondo. Poi penso ad un’audizione fatta in Italia: mi chiesero di muovermi senza informazioni di dettaglio ed io rimasi ferma. Mi chiedevo perché muovermi senza averne esigenza. Successivamente ho danzato per alcuni coreografi ed è nata quindi l’esigenza di dire la mia, attraversando anche altri linguaggi come il teatro. Quest’ultima esperienza mi ha aperto ad un altro “performare”, dove c’è molto di mio. Infine, dopo aver lavorato come coreografa e interprete per la Kitchen Project di Vicenza, ho sentito la necessità di far qualcosa di totalmente mio, e da sola.

Cosa c’è nella tua vita oltre la danza?

Innanzitutto mi sono laureata al DAMS di Padova ed ho conseguito il certificato di lingua spagnola in Messico. Le lingue sono il mio primo interesse: conosco l’inglese, il francese, lo spagnolo e il portoghese. Poi c’è la musica: ho studiato il pianoforte dai 4 a 10 anni, salvo poi lasciare per la danza. Studiarlo mi ha formata moltissimo. Oggi studio l’ukulele da autodidatta e prendo lezioni di canto. Cantare, suonare e comporre mi diverte. Se non fossi una danzatrice proverei ad essere appunto una cantante o una pallavolista: adoro la pallavolo, adoro lo sport. Viene da qui il mio amore per la danza.

M-IO è il lavoro che hai presentato a Residanza 2020. Un lavoro ben confezionato, fortemente evocativo anche grazie all’uso degli oggetti. Tu lo hai visto da “spettatrice”? A che punto della creazione sei?

Tanto per cominciare conto di esplorare ulteriormente l’uso degli oggetti. Per me hanno un significato importante, sono “simboli” del mio percorso personale che ho provato a portare in scena senza essere autoreferenziale. Devo lavorare sviscerandoli. Il vestito vuole rimanere “non toccato”: lo si può considerare un cliché artistico ma non penso a questo perché il suo “utilizzo” è totalmente funzionale alla mia idea. Il cubo è invece l’elemento più importante che significa àncora, salvezza, allo stesso tempo ostacolo e quindi un podio. Devo esplorare di più intorno a questi elementi. L’ultima parte del lavoro è un po’ sofferta, corta. Ammetto però di aver dedicato minor tempo a questa parte anche volutamente. Tutto si potrà allungare, soprattutto rendendo gli oggetti meno simboli e più corpi “vivi” sulla scena.

Quale parte della tua personalità emerge di più nella tua creazione?

Rigore, perseveranza, disciplina e costanza: questi elementi sottendono alla mia educazione. Inoltre ho fortemente desiderato questa creazione come fosse un capriccio. Non a caso, si chiama M-IO. Infine, sono rimasta sorpresa dalla rigidità e dalla schematicità dei miei movimenti: prediligo per natura un movimento superfluido, ma in questo lavoro sono rigida, completamente diversa. Questa cosa mi fa riflettere molto.

Come valuti l’esperienza di Residanza 2020 e cosa ti aspetti per il futuro?

Residanza mi ha permesso di riprendere, nonostante questo abbia significato farlo da remoto. Ne avevo però bisogno e questa partecipazione l’ho colta anche come un segno. Poi c’è stata visibilità: mi hanno vista in tantissimi, mi hanno scritto tutti. Ho avuto feedback europei e internazionali e dunque sono contenta. E’ stata un’esperienza formativa e piacevole in un periodo un po’ così: questa stessa intervista è un’ottima possibilità per tenersi “attivi”.

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Luigi Aruta
Danzatore, docente di danza e chinesiologo. Opera come performer e giovane autore in Borderline Danza di Claudio Malangone e collabora come danza-educatore con enti e associazioni. Attivo nel campo della ricerca pedagogico-didattica, porta avanti un'indagine sui vantaggi della danza come dispositivo di adattamento cognitivo e sociale.