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Residanza 2020 – La parola ai protagonisti: Marco Munno

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In foto, Marco Munno. Con la sua creazione Knotting è il vincitore di Residanza 2020.
In foto, Marco Munno. Con la sua creazione Knotting è il vincitore di Residanza 2020.

Marco Munno è il vincitore di Residanza 2020 (https://www.campadidanza.it/residanza-2020-e-la-resilienza-artistica-dei-giovani-in-piena-pandemia.html). Un giovane bravo, non troppo giovane da essere considerato immaturo date le attive collaborazioni professionali con: Capatosta Dance Company di Marco De Alteriis, Lineout Dance Company di Mauro Bocchi, Capatosta Dance Company di Marco de Alteriis, E.sperimenti Dance Company di Federica Galimberti, Compagnia Danzaflux di Fabrizio Varriale, Teatri di Carta e Casa del Contemporaneo. Continua a studiare, frequentando classi regolari e workshop. Knotting è la sua prima vera sperimentazione coreografica: non male, dato il risultato. Ci apre virtualmente le porte di casa sua e noi gli poniamo le nostre domande.

Quali tappe della tua formazione sono state determinanti per accendere il tuo desiderio creativo?

Nel 2017, all’Opificio – Centro di formazione per le Arti dello Spettacolo, ho dovuto costruire un lavoro di fine percorso dal titolo Almost Human, un duo. Dato che il lavoro è stato apprezzato, ho pensato che come pensiero e come esperienza fisica potevo provare altro. Questa è stata una prima tappa. In seguito, è stato importante lavorare con Fabrizio Varriale. Alle sue classi ho conosciuto la ragazza con cui ho condiviso un primo studio di Knotting, salvo poi continuare da solo per necessità. Questo sono le mie tappe fondamentali: un avvicinamento lento e venuto insieme alla mia crescita come danzatore.

Cosa c’è nella tua vita oltre la danza?

Cerco di vivere la mia vita in base alla danza. Il mio primo obiettivo è la danza, vivere di danza. Mi comporto in maniera normale, dovrei esserlo anche se spesso penso il contrario. Cerco un costante allineamento con il mondo, mi impegno e lo classifico come un interesse. A volte è molto difficile. Poi mi piace ascoltare musica, qualunque tipo esistente al mondo: la mia sperimentazione parte anche dal lì. Adoro Murcof per esempio: ne sono innamorato, per me è un genio. Infine mi alleno a casa, guardo film e leggo libri. Sperimento e prendo ispirazione da tutto.

Knotting è il lavoro che hai presentato a Residanza 2020. Partire dal nodo per farne una metafora esistenziale. Tu lo hai visto da “spettatore”? A che punto della creazione sei?

Sono partito dalla parola e ho sperimentato attraverso il linguaggio fisico. Ad un certo punto ho sentito la necessità del limite fisico, quindi le scarpe e il nodo. Da lì ho iniziato a sperimentare appunto con le scarpe, strumento utile ad andare “oltre”. Nel lavoro sento la presenza di problemi di natura gestionale. Il limite è un protagonista e non so cosa succederà poi. Ho delle idee, ma posso sperimentarle solo fisicamente in sala. Se non le trovo fisicamente in sala non mi basta immaginarle, non in questo caso. Sto pensando ad una partitura a due ma è difficile organizzarsi in tal senso in questo momento. Circa il solo, dovrei sempre lavorarci in sala per capire dove andare a parare. Sicuramente lo renderò più teatrale e meno fisico, come la prima parte. Circa la parte finale, mi è piaciuto lavorare con le braccia nelle fasce anche se il tempo mi è stato un po’ nemico: ho sperimentato poco.

Quale parte della tua personalità emerge di più nella tua creazione?

Due lati della mia personalità concorrono: la mia continua voglia di mettermi in difficoltà e la mia ricerca di un posto nel mondo. Quei nodi e i tentativo di liberarmene sono parte di quello che sono. In questo momento storico non riesco a parlare di altro se non dei miei lati “grigi”. Oggi quello che sono confluisce nella mia creazione totalmente: Knotting parla di me.

Come valuti l’esperienza di Residanza 2020 e cosa ti aspetti per il futuro?

Residanza è stata una bellissima esperienza che mi ha permesso di lavorare in pieno secondo lockdown. Ho avuto la possibilità di entrare in sala e di riprendere un lavoro iniziato due anni fa. Quindi è stato bello, ottimo. Di questa esperienza ricordo chiaramente una domanda di Gabriella Stazio: “Dove vuoi andare? Cosa vuoi fare?“. Ti rispondo come ho risposto a lei. Voglio danzare: se fossi chiamato a scegliere, metterei questo lavoro nel cassetto e correrei a danzare. Tanto crescerei come danzatore, quindi avrei ancora più strumenti in futuro per migliorare questo lavoro.

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Luigi Aruta
Danzatore, docente di danza e chinesiologo. Opera come performer e giovane autore in Borderline Danza di Claudio Malangone e collabora come danza-educatore con enti e associazioni. Attivo nel campo della ricerca pedagogico-didattica, porta avanti un'indagine sui vantaggi della danza come dispositivo di adattamento cognitivo e sociale.