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Raffaella Giordano: “Si allo streaming ma non snaturiamo la poetica”

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In foto Raffaella Giordano, fondatrice e direttrice dell'Associazione Sosta Palmizi.
In foto Raffaella Giordano, fondatrice e direttrice dell'Associazione Sosta Palmizi.

L’inchiesta Covid 19/ Si cambia danza promossa da Campadidanza Dance Magazine, si arricchisce di un contributo notevole: Raffaella Giordano, direttrice e fondatrice dell’Associazione Sosta Palmizi (https://www.sostapalmizi.it/) con Giorgio Rossi. Artista e performer trasversale tra danza e teatro della ricerca contemporanea italiana, è stata danzatrice per Carolyn Carlson e Pina Bausch, creando anche per la compagnia Folkwang Hochschule.

Il ruolo delle tecnologie nella danza

Raffaella Giordano è favorevole alle tecnologie digitali che hanno prepotentemente invaso il mondo dell’arte e, più specificamente, quello della danza? E’ favorevole al loro utilizzo quando la pandemia sarà finita?

Il primo lockdown ci ha spinti ad interrogarci: temevamo di perdere la possibilità di lavorare dal vivo. Il teatro e la vita, che il teatro contiene, sono in presenza. Con Sosta Palmizi ci siamo spronati a fare di necessità virtù, ma senza snaturare la nostra poetica. Ora siamo in teatro e questo è molto bello ed emozionante. La corporeità cambia, come non saprei dirtelo: si può ricevere comunque anche utilizzando le tecnologie. La pandemia è stata un’esperienza forte e di cambiamento, ma non so tracciarti i confini perché ci siamo ancora dentro e sicuramente dovremo saperci coabitare. In tal senso, le tecnologie possono essere d’aiuto.


Pensa che la danza “a distanza” possa avere un futuro?

Sicuramente può essere un buon compendio all’attività dal vivo: finestre digitali per gesti poetici. Difatti rappresenta uno degli elementi “buoni” della pandemia. In che rapporto con lo spettacolo dal vivo non saprei dirlo. Può essere divulgativa, curiosa. Sicuramente c’è stata una trasformazione in tal senso, tuttora in corso. Con gli amatori può essere un buon esperimento, ricorrendo a pause creative e tanto dialogo, cercando soluzioni per non incollarsi allo schermo. In alcuni casi, ricorrervi ci ha anche sorpreso positivamente, ma colmava un notevole bisogno di incontro.

Il ritorno alla normalità

Come cambierà lo spettacolo dal vivo nei prossimi mesi e anni?

Solo vivendolo potrei rispondere a questa domanda. Sicuramente ritrovarsi dal vivo ha riavuto la sua riconoscenza, quindi si darà valore all’incontro e alla compresenza. Valore che la pandemia, con l’assenza, ci ha fatto sentire. Sicuramente lo spettacolo dal vivo è indispensabile alla vita sociale. Siamo chiamati per natura a stare insieme. Ho avuto timori sulla sua sopravvivenza, nel primo lockdown soprattutto. Ora non ho questo timore. Il teatro rinasce dalle ceneri come una fenice: è la vita. Lo spettacolo dal vivo esisterà sempre: in teatro, in un angolo di strada o in qualunque altro posto. Sicuramente sarà importante creare ambienti empatici, facendo capire al pubblico che è co-creatore dell’opera che vede.

Si dice che una crisi è sempre allo stesso tempo un pericolo e un’opportunità. Quali sono i pericoli e le opportunità di questo momento storico?

Il pericolo è che non venga letta come un’opportunità ed è il più grande dei pericoli. L’opportunità sta nelle cose che ci ha mostrato, cioè che molte le facciamo male. Dobbiamo recuperare i bambini, l’educazione, smettere di farci frastornare dalle disuguaglianze. E’ l’opportunità di avere un modo meno narcisista e con più legami.

Se improvvisamente Raffaella Giordano avesse il potere di risolvere i problemi del mondo della danza, cosa farebbe come prima cosa?

Farei in modo che il movimento sia presente e importante in ogni ambito, che occupi tutti gli spazi educativi possibili. Aprirei le porte al movimento dappertutto.

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Danzatore, docente di danza e chinesiologo. Opera come performer e giovane autore in Borderline Danza di Claudio Malangone e collabora come danza-educatore con enti e associazioni. Attivo nel campo della ricerca pedagogico-didattica, porta avanti un'indagine sui vantaggi della danza come dispositivo di adattamento cognitivo e sociale.