Un giornale statunitense l’ha definita “una sorta di Anna Magnani della danza” per il suo fuoco drammatico, che in scena la porta ad immedesimarsi totalmente con il personaggio che interpreta, facendole provare e regalare emozioni. Mamma polacca e padre ciociaro, Petra Conti è nata ad Anagni ed è cresciuta a Roma, dove ha studiato per undici anni all’Accademia Nazionale di Danza. Sono seguite fasi di perfezionamento al Mariinsky di San Pietroburgo ed a Monaco di Baviera fino a quando, nel 2009, entra alla Scala. Dopo due anni è nominata Prima Ballerina, ma Petra, occhi da cerbiatta e volontà di ferro, decide di non fermare il suo percorso di crescita, di rimettersi in gioco lì dove la danza è un’arte di serie A. Vola così in America e diventa Principal Dancer del Boston Ballet, la compagnia che vanta il migliore stato di salute tra quelle americane.

Petra, come nasce la sua passione per la danza?

Mia mamma e mia sorella sono state ballerine, e in casa ho respirato l’arte fin da bambina. Crescendo, la passione per la danza è cresciuta insieme a me, ed è diventata la mia vocazione.

Ha studiato all’Accademia Nazionale di Danza di Roma. Com’è stato quel periodo di formazione?

L’Accademia è stata la mia casa per otto anni, e mi ha forgiato come ballerina e come persona. Sono stati anni fondamentali per la mia crescita artistica, durante i quali ho lavorato duramente per il mio futuro. È lì che ho avuto le mie prime soddisfazioni professionali che poi mi hanno dato il coraggio di aspirare sempre più in alto. Devo grazie soprattutto all’insegnamento del Maestro Prebil e all’appoggio del Direttore Margherita Parrilla, che mi hanno guidato nel mio percorso accademico e mi sono stati vicini lungo tutta la mia carriera.

Dell’esperienza russa al Teatro Mariinskij, sotto la guida di Elvira Tarasova, che ricordi ha?

L’esperienza al Mariinskij è stata una delle più belle ed importanti, durante la quale ho imparato tantissimo, confrontandomi con i più grandi della danza e assorbendo l’arte in tutte le sue forme. L’insegnamento di Elvira Tarasova è stato vitale per completare la mia formazione ed approfondire la tecnica e le mie qualità espressive.

Nel 2009 è entrata alla Scala e dopo due anni l’hanno nominata Prima Ballerina. Non deve essere stato semplice raggiungere un traguardo simile…

Non è stato semplice, ma le soddisfazioni professionali sono state grandissime e sono arrivate molto velocemente. Ho avuto la fortuna di avere un direttore artistico, Mahar Vaziev, che ha creduto in me, e mi ha dato la possibilità di crescere e ballare tanto.

Poi perché ha lasciato Milano?

Sentivo il bisogno di fare nuove esperienze lavorative. Mi sono messa in gioco per superare nuove sfide, che credo mi abbiano fatto crescere ancora di più come persona e come artista.

A livello di pubblico, ha riscontrato notevoli diversità nell’approccio alla danza e alla cultura teatrale?

Ogni pubblico per il quale ho ballato ha avuto esigenze e gusti diversi. È stato importante per me imparare le differenze, ma alla fine, in scena, essere me stessa è sempre risultata la scelta migliore.

Com’è la sua giornata tipo in compagnia?

Dopo la lezione di un’ora e mezza, la giornata di prove dura sei ore in genere, durante le quali capita di provare fino a cinque, sei balletti o ruoli diversi! Spesso, infatti, ad ogni ora corrisponde una prova per un ruolo specifico, e ci ritroviamo a cambiare continuamente stile, dal classico al contemporaneo.

Suo marito è Eris Nezha, anche lui Principal Dancer al Boston Ballet. Com’è condividere il palcoscenico con la persona che si ama?

Condividere il palco con mio marito è speciale, e vorrei capitasse più spesso. In scena, avere un’intesa così grande con un partner è veramente un dono raro.  La nostra è pura fiducia l’uno nell’altra, comunicazione senza bisogno di parole; abbiamo una complicità che ci dicono si vede anche dalla platea, e che regala tante emozioni a noi ed al pubblico, specialmente quando si tratta di interpretare ruoli drammatici.

Ha mai avuto paura prima di entrare in scena?

La paura è paralizzante e non aiuta, anche se non posso negare che un po’ ce n’è. Adrenalina, eccitazione, emozione e un pizzico d’ansia prima di entrare in scena, invece, mi accompagnano sempre e, se non ci fossero, mi preoccuperei.

Quale dote non deve mancare ad un danzatore?

Personalmente credo il cuore. Un ballerino prima di tutto deve avere un cuore per provare lui stesso emozioni genuine e trasmetterle al pubblico, altrimenti, a mio parere, sarebbe solo la brutta copia di un ginnasta.

Ha ritrovato Roberto Bolle da prima ballerina dopo aver ballato con lui a soli quindici anni, nella trasmissione Sogni di Raffaella Carrà. Quali emozioni ha vissuto in quel primo incontro e com’è stato, poi, averlo come partner?

Roberto è stato il mio primo vero partner, ed è un partner ed un amico ancora oggi. Quella esperienza mi ha cambiato la vita, mi ha dato tanto coraggio e mi ha fatto capire che non devo aver paura di sognare in grande.

Qual è il ruolo che maggiormente le è piaciuto interpretare? E quello che sogna di poter fare?

Io ho un debole per tutti i ruoli drammatici, quelli dove c’è bisogno di mostrare un profondo senso artistico e dove la recitazione è parte integrante del ruolo che sto interpretando. Personalmente mi piace moltissimo concentrarmi sulla ricerca artistica e sull’evoluzione del personaggio. E poi adoro interpretare scene di pazzia, d’amore, di disperazione. In questo senso sogno di poter continuare ad interpretare questo tipo di ruoli, ed espandere il mio repertorio.

C’è qualche aspetto della sua personalità che la danza aiuta a far emergere?

L’emotività. In scena mi aiuta a diventare tutt’uno col mio personaggio.

Quali sono le sue passioni oltre la danza? 

Studiare. Ho sempre sentito il bisogno di arricchire continuamente la mia conoscenza e la mia cultura. Attualmente sto prendendo una laurea in Scienze di Leadership alla Northeastern University di Boston. Sarebbe bello, in futuro, poter condividere la mia esperienza e applicare la mia visione artistica alla direzione di un’importante organizzazione…