Jochen Viehoff

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Lo scorso fine settimana, al teatro Haus der Berliner Festspiele è stato rappresentato Palermo Palermo di Pina Bausch.
Lo spettacolo, ideato nel 1989 dopo un soggiorno di tre settimane della coreografa di Wuppertal nel capoluogo siciliano, era andato in scena per la prima volta nel gennaio del 1990 al Teatro Biondo di Palermo.
Dopo 26 anni dalla prima mondiale e a sette dalla scomparsa della coreografa tedesca, grazie alla collaborazione tra il Teatro Biondo di Palermo, Andreas Neumann e la compagnia di Pina Bausch, Palermo Palermo è tornato in teatro.

Sabato 17 dicembre ho assistito allo spettacolo.
Il mattino seguente, il primo messaggio che ho ricevuto è stato quello di un’amica danzatrice,
la quale voleva conoscere le mie impressioni, in attesa di vedere anche lei lo spettacolo quella stessa sera.
Più cercavo una definizione o un giudizio sintetico che potesse riassumere le mie sensazioni,
più mi si affollava la mente con le immagini della sera precedente che mi avevano colpito maggiormente: dal fragoroso crollo del muro che apre lo spettacolo, a tutte le successive scene – tragiche, comiche o surreali – che si sono susseguite, sino alla scena in cui tutti i performers sono disposti sul palco con una mela sulla testa.
Pensavo alle allegorie e alle metafore usate per raccontare la condizione della donna, la
complessità dei rapporti umani e la difficoltà di comunicare tra i sessi, il degrado e la
corruzione di una città difficile e piena di contraddizioni, ancora oggi specchio della società contemporanea, la solitudine, l’egoismo, e la malinconica attesa che qualcosa possa accadere. Cercavo di ricordare frammenti di coreografia, movimenti e scelte scenografiche per capire come rispondere al messaggio, ma il tentativo di raccontare ciò cui avevo assistito, o di dire semplicemente ‘bella o brutta’, avrebbe significato fare un torto a un’opera unica.
Sarebbe stato come cercare di descrivere il passaggio delle nuvole nel cielo, o spiegare un
temporale, o analizzare lo spettacolo che ti si offre quando il sole illumina le case colorate
della spiaggia della Corricella a Procida.

Infine le ho risposto: “immagina di andare stasera al museo, perché Palermo Palermo è una vera opera d’arte, qualcosa di monumentale che va goduta nella sua interezza”.

laurent philippe

Last weekend, at the Haus der Berliner Festspiele Theatre, Palermo Palermo by Pina Bausch was on.
The show, created in 1989 after the choreographer from Wuppertal had spent three weeks in the Sicilian capital, was performed – for the first time – in January 1990 at the Teatro Biondoin di Palermo.
26 years after the World premiere and seven years since the death of the German choreographer, thanks to the collaboration between the Teatro Biondo Stabile di Palermo, Andreas Neumann, and the Pina Bausch Tanztheatre company, Palermo Palermo is back at the theatre.

On Saturday, 17 th December I went to see the show.
The next morning, the first message I received was from a friend, a dancer, who wanted to know my impression, as she was waiting to see the show for herself that night.
The more I tried to find a definition or a synthetic judgment that could sum up my feelings, the more my mind became crowded with images of the previous night which had impressed me the most: the thunderous collapse of the wall that opens the show, to all subsequent scenes – tragic, comic or surreal – which followed, until the scene where all the performers are placed onstage with an apple on their heads.
I thought of the allegories and metaphors used to describe the status of women, the
complexity of human relationships and the difficulty of communication between the sexes,
degradation and corruption of a tough city full of contradictions (still a mirror of our
contemporary society), loneliness, selfishness, and the melancholy of waiting for something to happen. I tried to remember fragments of choreography, movements and scenic choices to figure out how to answer to the message, but the attempt to relate what I had seen, or simply to say ‘good or bad’, would have been an injustice to an incredible opera.
It would be like trying to describe the passage of clouds in the sky, or explaining a
thunderstorm, or to analyse the spectacle that offers itself to you when the sun lights up the colorful houses of the Corricella in Procida.

Finally, I told her: “Imagine that you are going to the museum tonight, because Palermo
Palermo
is a true work of art, something monumental to be enjoyed in its entirety”.

Nicola Campanelli

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