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Nicoletta Cabassi: “E’ necessario rimanere uniti come categoria”

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Salto. Fotografia di Michela Di Savino che ritrae Nicoletta Cabassi.
Salto. Fotografia di Michela Di Savino che ritrae Nicoletta Cabassi.

Nicoletta Cabassi è una danzatrice, coreografa e docente con formazione classica e contemporanea, attiva in ambito coreutico da alcuni decenni in Italia e all’estero. Accanto alla propria attività coreografica, svolta per proprie produzioni o come ospite freelance, non ha mai smesso di essere anche interprete per altri registi e/o coreografi sentendo la necessità, tuttora presente, di porsi come tramite per incarnare le visioni altrui e non solo quelle personali. A Nicoletta Cabassi la danza non è mai bastata e infatti fin da giovane ha spaziato in ambiti artistici affini e paralleli (teatro, musica, etc.) ma anche successivamente in ambito umanistico (con particolare attenzione alla sociologia, alla letteratura e all’antropologia).

Per tutta la vita non ha mai voluto radicarsi in un solo territorio (le definizioni assolute un po’ la spaventano) per poi scoprirsi più legata alle proprie radici di quanto credesse. Ritiene l’autoironia e il sapere strumenti salvifici e da molto tempo cerca di conciliare il corpo politico col corpo poetico. Corpo che ritiene portatore di sacralità.

Sentiamo Nicoletta Cabassi via Skype per farle alcune domande in merito all’Inchiesta Covid-19/Si cambia danza indetta da Campadidanza e ci restituisce contenuti, schiettezza e anche un po’ della sua amabile ironia.

Emergenza Covid-19 in corso. Come sta Nicoletta Cabassi? Cosa pensa? Si sta tutelando come artista?

Come artista mi trovo purtroppo in una situazione particolare per cui non rientro in nessuna delle categorie contemplate nel Decreto quindi non ho nessuna tutela. Sul piano personale le restrizioni governative hanno impattato sulla mia vita più ideologicamente che nel quotidiano, poiché avevo uno stile di vita già abbastanza eremitico, ma ciò non toglie che io ne sia provata, limitata e anche irritata. Penso che questa emergenza creerà “un prima” e “un dopo” inevitabile, declinabile su più livelli, e cambierà il modo di lavorare, di rapportarsi all’altro, specie in un lavoro come il nostro fatto di corpo e contatto.

Il momento è delicato per gli artisti e penso che la ripresa, soprattutto per gli over 35 come me, sarà dura. Esiste una parte di noi che, per scelte coraggiose fatte in passato e/o per impossibilità ad agire diversamente, ha sempre vissuto sul filo del rasoio e oggi ancora di più bisogna stare attenti a non tagliarsi. Ma se allarghiamo lo sguardo, forse proprio noi artisti siamo più pronti all’emergenza di chi, abituato alla regolarità quotidiana ed economica, oggi va in panico.

C’è speranza per una ripartenza? Hai dei progetti in cantiere per il post Covid-19?

C’erano tanti progetti chiaramente sfumati e, non gestendoli direttamente io dal punto di vista organizzativo, non posso far altro che chiedere aggiornamenti sull’evolversi delle cose. I progetti che invece dipendono da me chiaramente non li sto abbandonando. Sto usando questi giorni per progettare, scrivere, pensare, rileggere, riflettere. Speriamo che le cose si ripristinino presto e bene affinché nessuno sia costretto a cambiar mestiere anche solo per un certo periodo necessario a … non crepare!

Il Coronavirus ha paralizzato ogni settore. Come ne esce lo spettacolo dal vivo e specificamente la danza?

Beh tutto no: le industrie belliche, ad esempio, non si sono mai fermate! Ma questo è un altro discorso. Circa la danza non so esattamente cosa potrà accadere, sicuramente ne uscirà con le ossa rotte e sarà una delle attività che ripartirà più lentamente e tardivamente, poiché è inevitabile per noi stare vicini. Alcune cose sono state annullate, altre posticipate. Ma posticipare non è sinonimo di recuperare. Posticipando o spostando non vai a colmare un vuoto bensì ad occupare spesso un posto riservato ad altro.

Tanto di ciò che abbiamo perso oggi è drammaticamente perso per sempre. Dipendiamo tutti quanti dall’evolversi degli eventi e soprattutto da decisioni altrui. La situazione è globalmente fragile, questo virus ha scoperchiato il vaso di Pandora e la nostra lunga quarantena dipende anche da anni di pessima politica in materia di Sanità. E l’emergenza, mettendoci di fronte alle estreme difficoltà, come in questo momento, fa risaltare tutte le mancanze e in tutti i settori. Compreso il nostro.

Quali risorse, non solo economiche, lo spettacolo dal vivo dovrà/potrà mettere in campo per superare la crisi?

Sarà necessario agire uniti come categoria, mettendo da parte egocentrismi, egoismi e classismi fortemente radicati nel settore-danza. Bisognerebbe quindi trovare dei punti comuni e levare alte le voci affinché vengano finalmente realizzate le giuste riforme per tutelare la professione in tutti gli aspetti: formazione in primis, produzione, programmazione e distribuzione. Questa potrebbe essere l’occasione per reinventare la nostra categoria anche e soprattutto sul piano pedagogico e didattico.

La danza ai tempi del Covid-19 come può coinvolgere le persone? E tu credi in una danza “fatta in casa”?

Questa emergenza poteva rappresentare un’ottima occasione per studiare la produzione coreutica, storica e attuale, che non si conosce: i lavori del passato, la storia dei grandi maestri, insomma libri su libri e video su video. Ma non solo per la danza, vale per tutto l’ambito delle arti performative. Un danzatore deve essere assetato di conoscenza prima ancora che di movimento e deve considerare anche lo stare fermi come un fatto positivo. Personalmente senza certe lunghe “pause” tra un lavoro e l’altro non sarei mai arrivata ad alcune conclusioni, artistiche e non. Il corpo necessita anche di riposo, di pensare e la sete di movimento costante, l’annaspare a cui assistiamo in questi giorni, mi sconcerta. Se ci astrae dallo stato di contingenza, questo può essere un buon momento speculativo evitando di ridurre la danza ad un apprendimento di pratiche e passi perché, nel 2020, sarebbe aberrante.

Diffondere cultura ed educare ad essa: ecco cosa si può fare oggi per la danza e per coinvolgere le persone. Inoltre non si può celebrare soltanto “il corpo che fa”, altrimenti le politiche inclusive, rivolte appunto a chi col corpo non può fare, finiscono col perdere valore ed essere delegittimate. Esiste un corpo che fa che non può prescindere da un corpo che pensa ed esso apprende e cresce anche a “riposo”.

C’è chi si è isolato totalmente, chi si raduna sui balconi per cantare insieme. La socialità è tecno-mediata e le emozioni spesso agli antipodi. Come un coreografo trae ispirazione da tutto questo?

Mi piacerebbe molto udire dai balconi Bellini, Donizetti o Mahler anziché le canzonette, ma questo è un altro discorso. Ironia a parte, se questo riuscisse a creare aggregazione allora ben venga purché non termini con la fine delle restrizioni. Per quanto riguarda l’ispirazione coreografica, tutto quello che si vive oggi darà vita a indite visioni, quindi nuove creazioni. Per quanto mi riguarda io ne ho già una: mi è inevitabile osservare la realtà che ho intorno e in automatico si proiettano nuove immagini “danzanti”. Tutto quello che stiamo vivendo è pertinente alla ricerca tematica che porto avanti da anni, sul senso di appartenenza e sul concetto di comunità ideale, e apre a ulteriori capitoli creativi e di indagine.

Al termine di questa emergenza, pensi che possa esserci una nuova fioritura di pubblico per la danza?

La reazione del pubblico è imprevedibile ma dipenderà, anche nel periodo post Covid-19, da come noi ci porremo nei loro confronti in termini di creazione e di proposta, ma ancor prima dalle azioni intraprese da parte di chi organizza. Avvicinare persone alla danza chiaramente non significa proporre lavori o spettacoli nazionalpopolari, significa piuttosto porsi simultaneamente con uno sguardo interno ed uno esterno affinché si possa portare in scena un lavoro dualmente fruibile. Poi è chiaro che tantissimo dipende anche dal contesto in cui si è inseriti. Inoltre, sono i social media che hanno un potenziale enorme e potrebbero aiutare ad allargare l’utenza creando nuovo indotto alla danza, magari fatto di chi ne ha un pregiudizio oppure di chi, per cause svariate, l’ha sempre ignorata. Costoro vanno avvicinati alla danza oggi, per averli a teatro domani.

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Luigi Aruta
Danzatore, docente di danza e chinesiologo. Opera come performer e giovane autore in Borderline Danza di Claudio Malangone e collabora come danza-educatore con enti e associazioni. Attivo nel campo della ricerca pedagogico-didattica, porta avanti un'indagine sui vantaggi della danza come dispositivo di adattamento cognitivo e sociale.