Abbondanza
Michele Abbondanza in una foto di Adriano Treccani

ROVERETO – La Compagnia Abbondanza/Bertoni è una delle realtà artistiche più prolifiche del panorama italiano per le creazioni, per l’attività formativa e pedagogica e per la diffusione del teatro danza contemporaneo.
Fondata da Michele Abbondanza e Antonella Bertoni nel 1995, è attualmente in residenza al Teatro alla Cartiera.

Michele Abbondanza studia a New York, allievo presso le scuole di Merce Cunningham e Alwin Nikolais. Nel 1982 entra nella compagnia Teatro e Danza la Fenice diretta da Carolyn Carlson. È cofondatore, nel 1984 del gruppo Sosta Palmizi e partecipa alla creazione collettiva de Il Cortile (1985 – Premio Narni opera prima e Premio UBU).

Nel 1988 Carolyn Carlson lo chiama a Parigi come suo assistente. In questa occasione incontra Antonella Bertoni, che diventerà sua compagna nella vita e nell’arte. Il primo lavoro dei due danzatori è Terramara (1991), seguono Pabbaja-abbandono della casa (1994), Spartacus-il dì che più non c’è (1995) e Mozart Hotel (1997).
Michele Abbondanza, dal 1997, è docente di teatrodanza alla Scuola di Teatro Giorgio Strehler del Piccolo Teatro di Milano diretto, allora, da Luca Ronconi.

Il teatro online è un ossimoro

I teatri sono chiusi e gli artisti cercano nuove modalità di contatto col pubblico, come l’uso delle tecnologie. Lei, personalmente, sta usando tali piattaforme streaming?

No, perché trovo che il teatro online sia un ossimoro, non ha senso, è come dire “cinema dal vivo”. Dal vetro non passa niente, è asettico, però è chiaro che ora non possiamo stare fermi ad aspettare. Quindi, dobbiamo cercare di vivere con i mezzi che abbiamo.

Al momento, ad esempio, stiamo curando la trasposizione per video di uno spettacolo che ha debuttato l’anno scorso: Clown time con le musiche di Arnold Schönberg, compositore del cineasta David Lynch. Stiamo, perciò, trasformando un’opera nata dal vivo in video, in streaming. Abbiamo lavorato una settimana con un regista cambiando il concetto: non è più teatro. Si diventa un po’ cineasti. Si tratta di creare un nuovo prodotto. Ma vorrei tornare al più presto a fare spettacolo dal vivo, quello vero, quello del sangue, del sudore, di cui si sente il profumo.

L’importanza dei canali tematici

Michele Abbondanza ritiene che i canali tematici potrebbero sostenere lo spettacolo dal vivo durante e anche dopo la pandemia?

Assolutamente sì. Rai5 è una meraviglia, questi canali artistici sono straordinari. Noi abbiamo avuto l’onore di fare anche più di un lavoro col regista Felice Cappa. Il teatro ripreso va bene quando tutto funziona: c’è il teatro e c’è la televisione insieme, e ciò scatena la curiosità del profano.

Vittoria Ottolenghi, negli anni Sessanta, faceva la maratona di danza. Io non avevo ancora iniziato e mi aprì un mondo. Quindi, parliamoci chiaro: i canali tematici sono importantissimi ma non in alternativa. Certo in questo periodo è meglio di niente. Ma so che non è teatro.

Lo spettacolo dal vivo è indispensabile alla vita sociale? Perché?

Perché il gioco è indispensabile. Se smettiamo di giocare, non viviamo. Bisogna mangiare, respirare, bere e giocare. Se non giochi sei morto. La gente non lo sa, ma il segreto della felicità è questo. Se no, che vita è? Mangio, bevo, muoio. Il gioco è quella voglia, quell’urlo che esce dalle persone e che si chiama anche teatro.

E c’è poco da fare: il bambino gioca dal vivo e attraverso il gioco impara. Impara i sentimenti, impara il rispetto, impara la libertà, l’uso dello spazio. Guai se non giocasse.

La sacralità del gesto teatrale

La danza ha spesso uno spazio marginale nella programmazione degli spettacoli dal vivo. Michele Abbondanza ritiene che la distinzione fra teatri pubblici e privati abbia un ruolo in ciò?

Assolutamente sì. “Privato” è privato di qualcosa, vuol dire “senza”. Dovrebbe essere sempre pubblico. Personalmente parto dall’anima, dal senso delle parole. L’artista è sempre pubblico. Non è mai privato e non deve fare interesse privato in atto pubblico. Nel momento in cui si esibisce a un pubblico, l’artista è pubblico e non deve fare il proprio interesse ma cercare di condividere il proprio interesse. Questa filosofia dovrebbe essere condivisa dagli artisti e dagli organizzatori.

Nell’antica Grecia il teatro era fondamentale per la crescita, per l’istruzione e bisognerebbe che tornasse a essere percepito tale. Cosa distingue danza da sport? Il fatto che quando fai un gesto a teatro, in quel gesto senti che c’è una sacralità, senti che muovi lo spirito, porti il “dio in terra”. Quindi il teatro – pubblico, privato, chiamiamolo teatro e basta – non consiste in un utile ma in un essere condiviso, una condivisione. Condividere vuol dire pensare all’altro.

Spesso si dice che bisogna formare il pubblico. Con quali mezzi si potrebbe ottenere tale risultato?

Con l’introduzione a scuola del teatro e della danza, sin dai primi anni scolastici, e con gli insegnanti giusti. Ci vuole una formazione e dei formatori, bisogna fare un discorso importante. È un discorso di cultura generale che in Italia manca e bisognerebbe iniziare a fare. Sarebbe necessaria una legge, un progetto per attuare ciò. Io sono a disposizione da un punto di vista creativo e pedagogico.

Un gesto lo comprendi se lo fai e di conseguenza lo riconosci quando lo vedi. La gente non sa cosa ci sia dietro un gesto. Per riconoscere la danza, bisognerebbe che ognuno la studiasse nel suo piccolo. Anche per capire quanta passione c’è dietro quel gesto, quanta passione vuol dire alzare un braccio, tendere una gamba. Solo con la pratica si può condividere la danza e formare il pubblico.

Il ricambio generazionale in Italia è difficile, anche nella danza. Che ruolo svolge, secondo Michele Abbondanza, il sistema di formazione in questo discorso?

Formare è imparare, ed essere formati e informati vuol dire essere a mia volta in grado di formare. Se io sto imparando, la prova per verificare che ho appreso davvero è insegnare quello che sto imparando, ovvero un’interrogazione. Ma io posso essere un maestro se tu sei l’allievo, se no io non esisto come maestro. Se ho un ascolto, se ho dove travasare la mia acqua. Poi dalla mia caraffa prenderà la tua forma, ma l’acqua è importante, è quello che ci viene tramandato. Poi ognuno avrà il suo sapore, la sua forma.

Sento che manca la pedagogia

La pedagogia è fondamentale e forse è un po’ quello che manca, mancano forse dei maestri, qualcuno che possa dare il proprio contributo. Ma forse i maestri mancano anche perché, come dire: il maestro compare quando lo cerchi, altrimenti non c’è.

L’apprendimento è una cosa che inizi quando fai il primo respiro. Imparare è respirare, è imparare a bruciare, come diceva il mio amico e maestro Ronconi.

Trovo che il maestro debba provocare, debba scuotere. Come diceva il poeta Khalil Gibran: si scuote l’albero dove vedi la frutta, non si scuote il cespuglio spinoso. Il maestro deve lasciare un segno. Se incontri il Buddha uccidilo, come il titolo dell’opera dello psicoterapeuta Sheldon Kopp. Altrimenti si è dipendenti, come spesso accade nelle piccole scuole di danza e si passa tutta la vita lì. No, questo non va bene, bisogna che poi ognuno prosegui per la propria strada, allievi e maestri. Certo, resta la nostalgia e lo struggimento, ma tutto questo è vita.

Ritiene che il sistema formativo sia adeguato alle esigenze degli artisti e utile all’ingresso nel mondo del lavoro?

La mia conoscenza in questo ambito è un po’ deficitaria ma la sensazione che ho mi porta a dire no. Non ci sono sufficienti attività, scuole, iniziative. Per questo tanti alla fine vanno all’erstero.

Metto a disposizione me stesso e la mia struttura per qualsiasi tipo di iniziativa pedagogica seria, lungimirante. Partiamo anche dal niente: “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori” cantava De André. Il problema in Italia è quello di organizzarci, bisogna che cambi qualcosa. Speriamo che il momento di crisi porti cambiamento in meglio.

A tal proposito, cosa pensa Michele Abbondanza del fatto che in Italia ci sia una sola Accademia di Danza riconosciuta?

È scandaloso in un paese come l’Italia, con tutti gli artisti che abbiamo.

Ho vissuto quasi quattro anni in Francia, negli anni Novanta, e lì in ogni paese c’è una maison de la danse. Perché c’era stato un ministro della cultura, benedetto, Jack Lang che disse: “la gente ha bisogno della danza, del teatro, del muoversi”. I giovani vanno a ballare: facciamoli convergere lì, organizziamoci. Adesso abbiamo anche tanti fondi alla cultura.

Se improvvisamente avesse il potere di risolvere i problemi del mondo della danza, che farebbe per prima cosa?

Se io fossi magico, e potessi risolvere i problemi della danza, agirei alla base: scuole di danza e maestri. È come il “pesce puzza dalla testa”, dobbiamo partire dalla base della piramide per arrivare su. Scuole con maestri che andrebbero formati; ma almeno iniziamo, anche con i maestri che ci sono, a creare pedagogia e voglia di muoversi.

È una domanda che resta aperta in un paese che ha prodotto tante opere d’arte, tanti artisti e che tuttora li produce. Abbiamo avuto i massimi artisti mai esistiti. Torniamo a usare questa fortuna che abbiamo, dovuta forse proprio alla necessità e alla mancanza di strutture, per unire la capacità organizzativa e pedagogica con il talento. Quindi, se fossi magico, spargerei un sacco di scuole piene di maestri straordinari in tutto il paese, perché da lì parte il seme. Investiamo nel futuro, nei bambini, nei giovani.

Inchiesta Covid-19, si cambia danza
Trentino Alto Adige
Compagnia Abbondanza/Bertoni
Produzione
Rovereto (TN)

Iscriviti alla Newsletter

Ballerina, performer e giornalista pubblicista interessata a divulgare la storia e le teorie della danza. Laureata in Discipline della Musica e dello Spettacolo all’Università Federico II di Napoli.