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Medea Vision/Medea’s Visions, emozionante rivisitazione di un mito firmata da Alessia Siniscalchi con il collettivo Kulturscio’k

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NAPOLI – Il 14 e il 15 gennaio, è andato in scena al Teatro Bellini per la stagione Danza 2019/2020, Medea Vision / Medea’s Visions con direzione artistica, regia e produzione di Alessia Siniscalchi/Kulturscio’k e il sostegno di “la Ménagerie de Verre StudioLab”, Snaporaz Verein / Federica Maria Bianchi, Kulturscio’ k Italia / Francia, Kulturfactory di residenze internazionali, SPEDIDAM e Artgarage.

Euripide, Ovidio, Seneca. Poi Vogel, Ennio, Apollonio Rodio e Niccolini. Ancora Draconzio, Cherubini, Pasolini e Delacroix. Questi sono solo alcuni degli artisti che, con linguaggi diversi e sparsi nella storia, hanno raccontato di Medea. Probabilmente, proprio uno studio accanito, una ricerca incessante, una produzione quasi industriale e consumistica di riflessioni e connessioni tra le opere, ha generato la “visione” che Alessia Siniscalchi porta sul bianco palco del Bellini. Medea Vision / Medea’s Vision’s non è uno spettacolo che inizia e finisce. Il foyer del teatro, accoglie il pubblico gonfio di installazioni corporee: c’è chi cammina perso nel vuoto, chi cerca occhi conosciuti, chi guarda ma non vede, chi cammina senza una reale meta portando, ognuno a modo proprio, un fardello. Così si giunge in platea, rubati da una relazione occhi – occhi, netta, tagliente e forte, attivata dalle opere di Valerio Berruti. In questa atmosfera destituita di connotati spazio – temporali ben incentivata dal dinamismo musicale di Phil St. George, sul palco con i performer, e Cristina Barzi, co – autrice musicale, lo spettatore viene inghiottito in una dimensione che ricorda, richiama e offre, sul palco e non solo, il ritratto di una donna criptica, congestionata in controversie interiori che incontra Eva, un’altra donna schiacciata dal conflitto. Che sia il desiderio di una ammaliante mela, acceso dalle parole di un serpente, a far tradire il volere di Dio, o l’odio verso l’uomo amato ad autorizzare l’assassinio dei propri figli, Medea ed Eva sono due donne dilaniate dal libero arbitrio, schiave e vittime della libertà di assecondare le proprie volontà, di sviscerare i propri conflitti in scelte e azioni spesso lontane dalla loro stessa “visione” delle cose. Scorrono quindi immagini, oggetti, parole e movimenti, in una commistione maieutica delle lingue e dei linguaggi artistico – visivi, che non si preoccupa di restituire al pubblico una struttura performativa crono – descrittiva, ma piuttosto sembra porsi l’obiettivo di ossessionare bonariamente lo spettatore, con riflessioni che generano considerazioni dalla veridicità confutata da nuove riflessioni, cosicché si giunga ad una nuova considerazione, magari anch’essa confutata. In questa nudità intellettuale, le donne Medea ed Eva, gli uomini Adamo, Caino e Giasone, si specchiano nella loro poli – natura, profondamente umana, che supera l’elevazione pagana o cristiana, per identificarsi nella fragilità delle relazioni: intense, labili, dualistiche, passionali, egoistiche. Ad Alessia Siniscalchi e al collettivo Kulturscio’k, il merito di aver donato al pubblico presente alle due serate performative, una meta – fantastica rivisitazione del mito di Medea, intrisa di contemporaneità.

Luigi Aruta

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