In foto, Matteo Negrin direttore della Fondazione Piemonte dal Vivo.
In foto, Matteo Negrin direttore della Fondazione Piemonte dal Vivo.

Matteo Negrin è direttore della Fondazione Piemonte dal Vivo dal 2018 e si occupa dello sviluppo progettuale e della gestione di attività e personale. Ha una laurea in Ermeneutica Filosofica conseguita presso l’Università degli Studi di Torino. In aggiunta, anche un diploma di II livello in Discipline Musicali conseguito al Conservatorio Ghedini di Cuneo con una tesi sulla didattica dell’improvvisazione. E’ stato compositore, musicista e didatta attivo in Italia e all’estero. Una professionalità di spicco certificata anche dalle innumerevoli esperienze come direttore artistico, programmatore e project manager. La musica sempre in prima linea e un occhio impregnato di larghe vedute su tutto ciò che è spettacolo, formazione, organizzazione di eventi e temi di forte impegno sociale. Intercettato da Campadidanza in merito all’inchiesta Covid-19/Si cambia danza, risponde con lucidità, equilibrio e senso proiettivo verso un domani ancora troppo incerto e pieno di insicurezze.

Immagino che essere direttore di un circuito, in questo momento storico, significa avere responsabilità e approccio proiettivo per riuscire a guardare oltre la pandemia. Come sta Matteo Negrin?

Ritengo che sia difficile per chiunque ricopra un ruolo di responsabilità, in una circostanza senza precedenti, fare piani a medio e lungo periodo. Allo stesso tempo, non si può stare a guardare per la sola paura di sbagliare. Personalmente mi sforzo di immaginare non una soluzione al problema, ma una costellazione di approcci da adottare secondo una strategia emergente.

Lo spettacolo dal vivo e la danza hanno sempre sofferto più degli altri settori. Con la crisi Covid-19, la situazione è precipitata ulteriormente. Ha delle strategie già attuate o da attuare per fronteggiare l’emergenza?

Appena scoppiata l’emergenza, Piemonte dal Vivo ha licenziato il bando Corto Circuito, che sosterrà le attività delle associazioni e delle compagnie del territorio attraverso economie e competenze, in virtù di una specifica consulenza di processo mirata a rendere sostenibili le attività di spettacolo dal vivo a partire dall’ estate 2020. Siamo consapevoli che le economie sono condizione necessaria ma non sufficiente a districarsi tra le normative che potranno rendere agibile lo spettacolo dal vivo nella Fase 2, per cui abbiamo messo a disposizione dei nostri partner un gruppo di professionisti con specifiche competenze nel project management e nella consulenza aziendale.

Si sono aperti tantissimi “tavoli” di discussione. Crede che lo spettacolo dal vivo e la danza stiano agendo come forza unita per dar voce alle loro problematiche?

Penso di sì, a partire dal ruolo che hanno assunto gli organismi associativi in seno ad Agis, tra cui Adep (Associazione Danza Esercizio e Promozione). Nell’ emergenza Agis/Federvivo è riuscita a sviluppare una proficua dialettica con le istituzioni, e sono convinto che tra le eredità del post-pandemico ci sarà sicuramente un maggior riconoscimento di un comparto che nell’ emergenza è stato in grado di offrire alle istituzioni interlocutori di alto profilo.

Riprogrammare. Facile dirlo, difficile realizzarlo. Ammesso che esista sul piano sociale un post Covid-19, come crede possa cambiare la fruizione dello spettacolo dal vivo?

Ritengo che la fruizione dello spettacolo dal vivo post Covid-19, in attesa di una completa riabilitazione delle condizioni ex ante, non possa prescindere dalle limitazioni che coinvolgono l’intera nostra socialità. In questo senso, i circuiti possono essere “abilitatori” di contesto, indagando ogni possibilità di rendere celebrabile il rito teatrale; d’altro canto, agli artisti può essere richiesto lo sforzo di declinare la propria vis creativa all’ interno del nuovo perimetro, per poter includere il pubblico in un gesto artistico autentico e non mutilato.

Tra Smart Working e proposte videografiche di ogni genere, la danza sembra stringere i denti e urlare al mondo la sua presenza nonostante tutto. Secondo Matteo Negrin, il dirompente utilizzo delle tecnologie in questo momento, amplia le frontiere dello spettacolo dal vivo e della danza anche con la riapertura di centri e teatri?

Il nostro Paese sta cercando in poche settimane di colmare un gap sull’ agenda digitale. Mi pare evidente che larga parte dell’utilizzo delle cosiddette “nuove tecnologie” generi un surrogato dell’esperienza in presenza, perché ancora poco incardinato in una vera cultura digitale. Ritengo invece che analogico e digitale, così come sostiene Alessandro Baricco, non siano due realtà parallele in competizione, ma sempre più due elementi autentici di un’unica realtà che si declina in forme diverse.

Se Matteo Negrin potesse suggerire una strategia d’azione alle istituzioni impegnate nella tutela dello spettacolo dal vivo e della danza, cosa suggerirebbe?

Penso che in questo periodo di emergenza sia emerso come i soggetti più esposti e quindi più fragili del comparto della danza e dello spettacolo dal vivo in generale siano gli artisti e i tecnici. Il sistema che dovremo inevitabilmente ricostruire dovrà tenere conto di questo aspetto, e raccogliere la sfida per impostare un nuovo cammino che tenga conto del valore del lavoro di tutte e tutti.

Grazie a Matteo Negrin per aver donato ai lettori di Campadidanza il suo pensiero.

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Luigi Aruta
Danzatore, docente di danza e chinesiologo. Opera come performer e giovane autore in Borderline Danza di Claudio Malangone e collabora come danza-educatore con enti e associazioni. Attivo nel campo della ricerca pedagogico-didattica, porta avanti un'indagine sui vantaggi della danza come dispositivo di adattamento cognitivo e sociale.