BOLOGNA – Dall’ 1 al 5 settembre a Bologna ha preso vita la 25esima edizione del Festival di Danza Urbana. Quattordici gli artisti e 12 le compagnie presenti, di cui 2 internazionali, 6 dal territorio nazionale e 4 provenienti dalla regione Emilia-Romagna, un’installazione video e la proiezione di un film\Biopic dedicato a Merce Cunningham. Tra i media partner anche Campadidanza Dance Magazine.

Abbiamo chiesto al direttore artistico, Massimo Carosi di raccontarci com’è cambiata la manifestazione in questi 25 anni, e se è destinata a cambiare ulteriormente nel prossimo futuro

“Sicuramente quello che abbiamo vissuto negli ultimi due anni ha modificato molto il contesto. La pandemia ci ha imposto di riflettere su questioni legate al corpo, alle dimensioni e all’utilizzo dello spazio pubblico e questo si è ripercosso anche sul nostro festival e sul lavoro di molti artisti della scena contemporanea. Al di là di questo aspetto, si è affacciata sulla scena una nuova generazione che ama anche lavorare in luoghi non tradizionali e a creazioni site specific. Contemporaneamente il pubblico si è dichiarato pronto a vedere questo tipo di danza. Una concomitanza importante”.

E’ cambiato molto il modo di fare spettacolo dal vivo?

“Sono cambiate le parole che definiscono la nostra attività. All’inizio la nostra spinta nasceva dall’idea di democratizzare la danza contemporanea che era considerata molto di nicchia. Noi eravamo convinti che la danza potesse incontrare un pubblico molto più ampio di quello che abitualmente andava a teatro. Si voleva portare la danza in luoghi del quotidiano per costruire, da un lato, un discorso sulla città, dall’altro una nuova relazione con lo spettatore.

“Ora si parla di strategie per intercettare il nuovo pubblico. L’idea è la stessa, ma le parole che si usano sono diverse. Faccio un altro esempio. Un tempo si parlava di rappresentazione. Oggi si utilizza molto più la parola “esperienza” che si collega ai diversi concetti di spazio e luogo. Lo spazio è un’astrazione, è qualcosa di misurabile, definito e replicabile. Il luogo esiste nel momento in cui se ne fa esperienza. Lo spazio è una proiezione, una rappresentazione di un luogo in una dimensione più astratta”.

Se la danza e l’aspetto urbano si potessero leggere in una prospettiva antropologica, potremmo parlare più di geometrica o di architettonica?

“E’ cambiata la dimensione dell’abitare. La città e lo spazio non sono solo un luogo fisico architettonico, ma anche un luogo attraversato e abitato. Passare dalla dimensione dello spazio teatrale a quella di luogo e di paesaggio, di luogo vissuto porta ad ampliare il concetto di esperienza che oggi è una parola chiave per indicare anche il tipo di approccio e di relazione che si vuole creare con il pubblico. Porta a cambiare l’idea stessa di rappresentazione e a cambiare le gerarchie tra chi guarda e chi è osservato. Porta ad ampliare il concetto di esperienza per individuare un rapporto più orizzontale con il pubblico. Questi sono i cambiamenti che io avverto.    

Lei si occupa di didattica: in che maniera crede si sia modificato il linguaggio per comunicare con gli studenti?

“Ciò che mi piace nella relazione che si crea nell’aspetto formativo o divulgativo è quello di andare da un lato a decostruire un’idea di danza precostituita che spesso portiamo avanti più per adesione ad un ambito di conoscenza abbastanza limitato sulla danza contemporanea. Si tratta invece di un ambito che oggi è difficile definire e molto ampio da esplorare. Oggi è molto più complesso definire e parlare di danza. In questo momento credo che sia importante che la costruzione di un’idea di danza parta dal basso, da ciò che emerge dalla ricerca e dalla costruzione dei corpi dei danzatori, degli artisti e anche delle persone comuni.

“Il linguaggio della danza parla attraverso i corpi e tutti noi siamo corpi citando il famoso filosofo Jean-Luc Nancy, scomparso da poco.  Quando un corpo danza c’è un contatto, un toccarsi che è molto profondo. La danza è espressione di un’idea stessa di corporeità, di esistenza di ciascuno di noi che contribuiamo a elaborare e creare anche in relazione al contesto sociale e culturale in cui viviamo.

Cosa l’ha colpita di questo Festival? C’è stato qualcosa di inaspettato rispetto alla programmazione?

“Confesso che ancora non ho avuto modo di soffermarmi ad elaborare concretamente i risultati del Festival. Sono piuttosto delle percezioni, ho notato che tutte le creazioni hanno avuto nel pubblico reazioni molto diverse. I lavori hanno suscitato emozioni differenti. Ci sono stati lavori molto amati che, allo stesso tempo, hanno suscitato reazioni opposte. Secondo me perché quasi tutte le creazioni hanno toccato delle corde molto profonde, questioni che in qualche modo hanno urtano le ferite del nostro tempo in cui abbiamo esperito l’isolamento, il distanziamento, la clausura.  Niente però che mi abbia spiazzato come operatore rispetto alle mie aspettative”.

Il Festival ha contribuito a rendere Bologna una città della danza?

“Bologna è una città che, per scelte politiche regionali fatte negli anni Settanta-Ottanta, era lontana dalla danza. Reggio Emilia è la città della danza per antonomasia, Modena la città del teatro contemporaneo, Ferrara la città dell’arte e poi del teatrodanza. Noi, con il nostro festival, siamo riusciti a creare un habitat per la danza. La nostra Associazione Danza Urbana ha elaborato un progetto che si chiama h(abitat) rete di spazi per la danza, che ha contribuito a rendere Bologna città della danza. Al di là del nostro operato, poi, sono cresciute molte altre iniziative che si svolgono in questa città intorno alla danza e dimostrano che Bologna è una città con un pubblico importante per la danza. Una città in cui la progettualità è molto attiva e le istituzioni devono tener conto di questo”.

Come sarà il Festival Danza Urbana del 2022?

“Sicuramente proseguiremo nel progetto avviato quest’anno che ha portato un gruppo di giovani a coprogettare una sezione del festival. Mi sembra importante dare alle nuove generazioni la possibilità di fare una esperienza in questo genere.

“Poi abbiamo intenzione di tornare ad abitare gli spazi pubblici, così come prima della pandemia. Per noi è importante ritornare a questa dimensione. La danza urbana deve essere vissuta negli spazi pubblici in piena libertà.

E, infine, vogliamo tornare ad essere internazionali”.

Roberta Albano

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Docente di danza classica abilitata all’Accademia Nazionale di Danza di Roma, critico di danza, studiosa e docente di storia della danza, autrice di saggi e monografie sulla danza. Ballerina professionista fino al 1982, è laureata al DAMS dell’Università di Bologna in “Semiologia dello Spettacolo”. Dal 1990 al 2014 è vicedirettrice dell’associazione Movimento Danza di Gabriella Stazio. E’ inoltre socio fondatore di AIRDanza - Associazione Italiana per la Ricerca sulla Danza.