Prosegue su Campadidanza l’inchiesta Covid – 19/Si cambia danza. A rispondere oggi è Marco Batti, direttore del Balletto di Siena e dell’Ateneo della Danza.

A causa della chiusura dei teatri, anche lei, come tanti altri, sta ricorrendo alle piattaforme streaming?

Sin dal primo lockdown abbiamo creato il Balletto di Siena digital e abbiamo messo in onda gratuitamente quattro spettacoli del nostro repertorio. Il 9 di aprile, invece, abbiamo debuttato live-streaming con I temperamenti dell’amore, una produzione che sarebbe dovuta andare in scena l’anno scorso in occasione dei 250 anni dalla nascita di Beethoven. Quindi sì, stiamo utilizzando queste piattaforme, ma con mia grande difficoltà, perché sono un anti tecnologico. Per fortuna posso contare sul supporto di professionisti.

A parte gli spettacoli di repertorio, ha creato nuovi contenuti per lo streaming?

Per quanto riguarda la mia attività, devo fare una distinzione, perché essendo direttore dell’Ateneo della danza, come formazione, e del Balletto di Siena, come produzione, ho due esperienze differenti. Relativamente al Balletto di Siena, siamo rimasti estremamente fedeli agli spettacoli così com’erano per il teatro, mentre relativamente alla formazione, tutte le lezioni che venivano impartite in presenza, sono state modificate e, in alcuni casi, create appositamente per l’e-learning. Ma, mentre l’insegnamento ‘teorico’ può funzionare perfettamente anche online, quello ‘pratico’, dal mio punto di vista, fatto in streaming, è una grandissima perdita di tempo e a volte persino pericoloso, considerato che le classi vengono seguite da casa.

L’assenza di pubblico dal vivo cambia la danza?

Pensavo di sì e invece ho scoperto che non la cambia. Quando abbiamo trasmesso in diretta lo spettacolo, ero convinto che la mancanza del pubblico, quindi la mancanza dell’adrenalina, potesse compromettere la performance dei danzatori, ma in realtà, non è andata così. Certo, si è trattato di un solo spettacolo, se diventasse una routine, non so se i danzatori continuerebbero ad emozionarsi. 

E la corporeità si perde o assume nuovi significati?

Se si parla di corporeità riferita al movimento scenico, non potendo provare, quella che si è venuta a creare è una condizione molto difficile. Il montaggio de I temperamenti dell’amore, per esempio, l’ho dovuto fare, con gran difficoltà, al computer. Essendo obbligatorio fare i tamponi, per ragioni economiche, abbiamo potuto provare solo le ultime due settimane prima del debutto. Montare uno spettacolo intero basato sul duetto, sul classico passo a due, senza provarlo, è stato davvero molto difficile, indipendentemente dalla bravura dei danzatori.

Il risultato è stato diverso o la corporeità, a dispetto della difficoltà di montare lo spettacolo, ha comunque ‘risposto’ come sempre?

Assistendo allo spettacolo dalla platea, non ho visto niente di diverso dal solito, anzi mi è piaciuto molto. Quando, invece, l’ho rivisto in video, molti passaggi difficili e acrobatici, sembravano passaggi molto scolastici.

Secondo Marco Batti, lo streaming permette di sperimentare e di ottenere  risultati artistici innovativi?

Dipende. Se si tratta del repertorio classico, l’innovazione non si deve trovare. Ci si può servire di una nuova tecnologia, utilizzare telecamere dall’alto o magari da dietro le quinte, ma il repertorio resta tale. Se si parla di danza contemporanea, o meglio di una creazione site-specific, la ricerca diventa fondamentale. 

Crede che la pandemia stia cambiando il suo modo di fare, di creare e di organizzare arte?

Spero vivamente di no, perché ciò che ho fatto fino ad oggi, non è uguale a quello che ho fatto ieri, quindi, pandemia a parte, in me c’è una continua evoluzione, ma non vorrei che questa nuova modalità di fare arte mi portasse a un cambiamento nel mio stile coreografico, voglio lavorare in sala con i corpi e con il sudore dei danzatori.

Dal punto di vista artistico-creativo crede che questo momento le abbia fatto scoprire qualcosa che potrà usare quando la pandemia sarà finita?

Sì assolutamente. All’ateneo della danza, che è una magnifica realtà, sono state apportate modifiche ai programmi che spero possano continuare. L’e-learning, ad esempio, si è rivelato molto utile per gli studenti che seguono i  corsi dal Giappone e dall’America. Anche tutti i protocolli rispetto all’igiene, che spesso si lasciava in secondo piano, penso potranno continuare ad essere applicati anche a pandemia finita.

Le piattaforme streaming o canali TV hanno modelli economici completamente diversi da quelli dello spettacolo dal vivo Secondo lei si può pensare a un nuovo modello di ritorno economico?

Si deve pensare a un nuovo modello economico, ma non si può sottostare alle programmazioni economiche che fa il quadrato luminoso della TV. Noi abbiamo delle spese differenti da quelle che ha la TV e la TV ovviamente ha anche dei rientri economici differenti

E secondo lei, canali tematici come Rai5, Sky Arte, Sky HD potrebbero sostenere lo spettacolo dal vivo durante e anche dopo la pandemia?

Mi piacerebbe molto, anzi vorrei tanto avere un colloquio diretto con Rai5 e Sky Arte. Il BdS è una delle poche compagnie che in Italia ha prodotto spettacoli dal vivo anche in questo particolare periodo. Proprio al fine di ‘candidarci’ e proporre il nostro lavoro, abbiamo anche provato a contattare questi canali televisivi, ma a quanto pare, rispondono solo ai soliti nomi…

Secondo lei, come potrebbero farlo in maniera efficiente?

Ho un percorso molto chiaro nella mia testa. La mia idea sarebbe quella di anticipare lo spettacolo dal vivo con interviste, con spezzoni di coreografia e di prove, in modo da non svelare troppo, ma incuriosire il pubblico. Una volta che lo spettacolo ha debuttato, dopo alcuni mesi, si potrebbe programmare il ‘post’ spettacolo, con commenti e interviste video a persone che escono dal teatro o che riprendano momenti dei danzatori nel backstage. Questo creerebbe un nuovo mercato, una nuova audience.

Rispetto alla sua esperienza, questa emergenza in che modo ha cambiato il rapporto con il pubblico?

Lo ha cambiato in meglio. Prima che chiudessero i teatri, quando finiva lo spettacolo correvo dai miei ragazzi per dar loro alcuni suggerimenti a caldo, oppure semplicemente per abbracciarli. In occasione della nostra recente diretta, invece, durante la trasmissione dello show, ho ricevuto 163 messaggi WhatsApp e una quantità di commenti, tanto che per la gratitudine, subito dopo sono rimasto fino alle 4 di notte a rispondere a tutti, ed è stato bellissimo. In tal senso, c’è un rapporto più diretto con il pubblico.

E cosa ne pensa delle comunità virtuali composte da danzatori e pubblico che con la pandemia si sono create?

Non sono convinto siano positive, perché a volte, in queste comunità virtuali, serpeggia invidia e cattiveria. Ai miei danzatori, faccio sempre l’esempio dei pulcini: quando in un gruppo di pulcini un piccolo si ferisce, tutti gli altri beccano la ferita fino a farlo morire. Bisogna stare attenti a questi gruppi, personalmente ci sto molto lontano.

E secondo lei ci saranno delle conseguenze rispetto a questa separazione tra pubblico e artisti, pubblico e danzatori?

Sì già ci sono e sono pessime! Mi sembra eclatante che il pubblico si senta al pari di una Svetlana Zakharova solo perché la segue su Facebook o su Instagram. Dal mio punto di vista, quel distacco tra un ‘ammiratore’ e una Étoile è importante. Poi, nella realtà tutto è più semplice e i grandi artisti sono esattamente come noi, ma, per mantenere la magia di quel ‘rapporto’, bisogna mantenerli ideali. Anche quando incontro alcuni danzatori di grandissima fama, primi ballerini o solisti che tempo fa sono stati miei allievi, nutro un grande rispetto per loro, il mio momento è stato in passato.

Secondo lei lo spettacolo dal vivo è indispensabile alla vita sociale?

Non è indispensabile, ma estremamente importante. Lo spettacolo dal vivo fa una cosa che il nostro Stato non vuol riconoscergli: cultura. Per il nostro Paese la cultura è solo tra i banchi di scuola, ma ovviamente non è così. Spesso leggo sui social post in cui è scritto: è vero che gli artisti non sono indispensabili, ma provate voi a passare una quarantena senza leggere un libro, ascoltare musica o vedere un film?

 Ha timore riguardo alla sopravvivenza dello spettacolo dal vivo?

Era morto prima della pandemia e ora gli abbiamo dato dei bellissimi colpi di ascia. In questo periodo è stata inculcata troppa paura, tanto che oggi le persone temono di tornare al teatro.

Quali sono secondo lei i pericoli e le opportunità nate da questa crisi?

Il pericolo più grande è che le organizzazioni che finanziavano lo spettacolo possano pensare che se il teatro, le compagnie di danza e, in generale, il mondo dell’arte è riuscito a sopravvivere durante la pandemia, non ci sia ragione di trovare risorse per questo comparto. Questa è la mia preoccupazione maggiore. La cosa positiva, invece, è che gli operatori hanno avuto modo di vagliare tantissime proposte e forse si sono accorti di piccole realtà che producono meglio di grandi nomi.

Che cosa ritiene dovrebbe cambiare per rendere più semplice e gestibile la ricerca del lavoro?

Secondo me, il problema del lavoro, non esploderà a pandemia finita, ma fra qualche anno. Quando riapriranno i teatri, i direttori non inizieranno immediatamente a programmare, perché troppe volte il Governo ha fatto marcia indietro cambiando idea e direttive. Prima di tornare alla ‘normalità’, saranno necessari ancora alcuni mesi. Poi, credo ci sarà un boom che porterà l’assunzione anche di persone incompetenti. Il problema sarà quando tutte queste assunzioni fatte senza criterio salteranno.

Quanto tempo energie e risorse la gestione economica amministrativa porta via al suo impegno artistico?

Fortunatamente non è il mio compito, quindi non dedico a questo aspetto neanche un minuto. C’è un dipartimento amministrativo che è gestito da uno staff di persone competenti, che mi dicono quello che si può e quello che non si può fare, quindi io mi limito ad attenermi al budget che è a mia disposizione. 

Secondo lei la Toscana, la sua regione, è adeguatamente sostenuta dalle risorse nazionali e locali?

No, sono in totale disaccordo con il modo di gestire la cultura in Toscana. Noi non abbiamo nessun finanziamento né statale né regionale di nessun tipo. Ci finanziamo attraverso la vendita dei biglietti e questa cosa mi fa rabbia. In Regione mi hanno detto che il livello del BdS è troppo alto e che la nostra forma giuridica non ci consente di ottenere finanziamenti. Provo rabbia perché diamo un lavoro fisso a 12 danzatori e non abbiamo alcun aiuto. Vedremo cosa farà il FUS.

Il settore della danza è da sempre penalizzato. Che cosa pensa si potrebbe o si dovrebbe fare a riguardo?

Abbiamo sbagliato noi del settore. La danza nasce come intermezzo negli spettacoli di teatro ed è tuttora un intermezzo nelle opere. Il pubblico trova il linguaggio della danza ermetico, non ne capisce il significato perché non lo conosce. Nella danza classica, ad esempio, si alzano le mani sopra la testa e si fanno girare per invitare a ballare, ma lo capisce soltanto chi è del settore. Nel caso della danza contemporanea, soprattutto se si va nell’innovazione e nella ricerca, spesso si propongono creazioni strampalate che fanno soltanto allontanare di più il pubblico.

Secondo lei perché i teatri non programmano spettacoli di danza o ne programmano pochissimi?

Perché nel nostro Paese si pensa che se non si è degli appassionati, o se non si tratta dei propri figli, non serve andare al teatro a vedere gli spettacoli di danza. Basti pensare che al saggio di fine anno di una qualsiasi scuola, il teatro è sempre stracolmo mentre, la settimana prima o dopo il saggio, magari c’è il New York City Ballet nello stesso identico teatro e il pubblico si conta. Anche in questo caso la colpa è nostra, perché le bambine che frequentano corsi di danza, non vengono realmente appassionate alla materia, ma servono solo per la quota di fine mese. I ragazzi, che entrano in scuola da me, hanno l’obbligo, oltre che di pagare l’iscrizione, di fare l’abbonamento al teatro. La cultura deve essere supportata! 

Qual è il pubblico ideale e con quali mezzi va appassionato al teatro?

Il pubblico che ho è il pubblico che vorrei. Mi piacerebbe, però, che all’interno del ‘mio’ pubblico ci fossero un po’ più di critici. Per riuscire ad invitarli, abbiamo dovuto prendere un ufficio stampa specifico, la qual cosa è un paradosso, perché se vuoi fare il critico devi andare tutti i giorni a vedere spettacoli e non ignorare gli inviti e farti rincorrere.

Com’è stata la sua formazione?

No, ma perché ho studiato in altri tempi. Probabilmente, se avessi iniziato oggi, non avrei proseguito nel percorso della danza. Simona Cieri, mia zia, è stata la mia prima insegnante. Per circa 12 anni ho lavorato nella sua compagnia ‘Motus’, poi ho avuto la fortuna di conoscere grandi maestri e mi sono avvicinato alla formazione classica. Mi sono trasferito a San Pietroburgo dove ho studiato presso l’Accademia Vaganova dopodiché sono andato in America dove ho lavorato tre anni con Ali Pourfarrokh, direttore dell’Eglevsky Ballet di New York e, nello stesso tempo, sono entrato a far parte della Jacqueline Kennedy Onassis School dell’American Ballet per la formazione come insegnante

Ritiene ci siano dei problemi legati alla formazione?

Sì, tutte le scuole pensano di avere la capacità di formare e accompagnare i ragazzi fino al mondo del lavoro. Ci sono ragazze che non sono state ammesse alla formazione professionale che dirigo, ma che vengono ritenute idonee da grandi accademie. Mi domando, se io che sono una piccola realtà, non ravvedo in queste candidate caratteristiche fisiche adeguate alla danza classica, come è possibile che grandi Accademie le ammettano? La risposta è solo una: business. Prima le grandi scuole erano ad ingresso gratuito, era un vanto essere selezionati, oggigiorno è tutto a pagamento.

Pensa che la didattica a distanza, di cui si parla tanto in questo periodo, abbia un futuro anche post pandemia?

Per quanto riguarda le classi di teoria, la risposta è sì. Per quelle di pratica, no.

Il ricambio generazionale in Italia è difficile anche nella danza, secondo lei perché?

In parte perché l’età pensionistica è stata spostata, quindi, chi ha un posto di lavoro, cerca di conservarlo fino a quando gli è possibile. In parte per la difficoltà, che abbiamo noi artisti, di accorgerci che è arrivato il momento di ritirarsi. 

Cosa ne pensa delle politiche di sostegno alle imprese giovanili?

Per poter accedere a queste risorse devi avere degli strumenti, devi avere degli uffici che sappiano come presentare le domande e proporre i progetti e per avere degli uffici devi poterli pagare. Quindi queste politiche di sostegno sono solo appannaggio di chi può permettersele.

Se improvvisamente avesse il potere di risolvere i problemi del mondo della danza che cosa farebbe per prima cosa?

Vorrei tranquillizzare il pubblico e farlo tornare a teatro in serenità, anche se prima di risolvere i problemi della danza nello specifico, si dovrebbe risollevare l’economia in generale. Solo così le persone potrebbero tornare in teatro e godere delle diverse forme d’arte.

Grazie Marco, ti auguro che il Balletto di Siena riceva i finanziamenti che merita e che riceva la giusta attenzione da parte dei critici e dei media.

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