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“Loa Luv” di Fritz Zamy al Bellini, quando la street dance sceglie di raccontarsi attraverso performance

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NAPOLI (NA) – Il 18 e 19 gennaio 2020 al Teatro Bellini, la compagnia del Training Experience con Loa Luv di Fritz Zamy, una produzione di Antonio Sodano.

Ayibobo, tradotto amen e/o alleluia, è una delle parole incise dall’inchiostro sulle pallide tavolette distribuite sulla scena, l’unica che dal palco risuonerà e giungerà all’orecchio del pubblico. Per le altre, probabilmente può bastare l’occhio dello spettatore entrante, che scorge tra una parola e l’altra, un uomo che lo scruta sancendo il tempo, agitando un campanello, e sei sedie. All’angolo, una bottiglia e lo djembe, il più classico dei tamburi a calice africani. Ayibobo è un termine scialbo nella cristianità e affocato nella paganità Voodoo, il cui significato comune, diviene il sottile cotone che cuce le origini haitiane del coreografo Fritz Zamy con il resto del suo vissuto, speso in terre lontane dalla tribalità africana. “Loa Luv” assume dunque, sin dalle prime battute, i connotati di uno spettacolo dalle sfaccettature autobiografiche, narrativo di credenze, miti e riti, che sceglie di raccontarsi, nelle volontà del suo creatore, attraverso una danza “insolita” per il teatro. C’è l’Hip Hop, c’è l’House, nonché altri stili conosciuti e studiati al Training Experience Hip Hop School, scuola fondata e diretta da Fritz Zamy, con una programmazione di studio sempre ricca, sempre intensa. Proprio la danza, diviene l’elemento di maggiore interesse: momenti di coralità, schemi, disegni e canoni, articolate sequenze di movimento ben organizzate su musiche dai suoni appetibili, divengono lo strumento – coprente di una drammaturgia spesso bucherellata, che mostra attraverso patine, che racconta senza argomentare, che scalfisce ma non incide. Tutto ciò però, non indebolisce uno spettacolo che si tiene, si lascia guardare, fruisce leggero oltre che veloce, nonostante una partenza lenta, fatta di silenzi lasciati spesso troppo vuoti dai danzatori, probabilmente impantanati nel processo di restituzione del senso, alibi per loro e spunto futuro di riflessione per il coreografo. In ogni caso, il senso di comunità è stato totalmente restituito: due giorni di tutto esaurito al Piccolo Bellini di Napoli, di gente in piedi impegnata in vigorosi applausi, che non si accontenta di un solo saluto dei danzatori, donatori di energia, vigore e intensità. Fritz Zamy non è il primo, né l’ultimo, dei coreografi impegnati in una rielaborazione della street – dance che sceglie di raccontarsi attraverso performance teatrali. Ad Emma Cianchi e Manuela Barbato, curatrici del Teatro Bellini Danza, il merito di aver puntato forte su “Loa Luv”, un vero e proprio spin – off stilistico, riuscendo in una delle cose più difficili da ottenere per i programmatori dello spettacolo, specie per quanto concerne la danza: avere pubblico, tanto pubblico, che aldilà della drammaturgia, della danza, della scenografia o di qualsivoglia tecnicismo su cui si riversano le classiche analisi critiche, ha donato calore ai danzatori e al loro coreografo, è uscito con il sorriso, ha atteso gli artisti e li ha omaggiati ancora, magari tornando a casa con la voglia di risedersi presto in platea.

Luigi Aruta

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