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La Street Dance, uno spaccato “dimenticato” della danza / 2

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In foto, un bambino alle prese con una figura di break dance.
In foto, un bambino alle prese con una figura di break dance.

Durante la prima ondata, caratterizzata da uno storico stop di ogni attività, si è cercato di attivare una serie di riflessioni intorno alla Street Dance, definito uno spaccato “dimenticato” della danza (https://www.campadidanza.it/la-street-dance-uno-spaccato-dimenticato-della-danza.html). Tanti i temi toccati appena superficialmente e che lasciano la sensazione che ancora molto sia rimasto inespresso, non detto e non compreso.

Il Coronavirus è stato uno specchio per chiunque e per qualsiasi cosa, a tutti i livelli. Così una cultura storica e già in profondo mutamento, con le sue relative criticità, ha dovuto subire l’onta del virus attivandosi come meglio ha potuto.

Dall’aggregazione in presenza alla disgregazione digitale

In un tempo storico definibile come no mask, bastava affacciarsi alla finestra di qualunque centro di danza o palestra per rendersi conto di quanto, qualunque stile legato alle danze urbane, sappia appannare specchi con corpi evaporati ed esautorati dal coinvolgimento fisico tipico di questo genere di pratiche.

Inoltre, è doveroso non dimenticare i battles, momenti di confronto e sfida tra dancers tanto amati, anche e soprattutto, da chi partecipa a questo genere di eventi da spettatore. Insomma, un po’ per storia e un po’ in memoria di quello che era prima dell’avvento del virus, la Street Dance si è resa sempre protagonista in spazi di prossimità fisica e logistica più di quanto non avvenga già nello spettacolo dal vivo.

Se il marasma nel quale quest’ultimo versa, conteso tra iniziative in digitale e sogni lontani di riapertura, in una immutata se non sterile riorganizzazione della propria posizione amministrativo-burocratica, figuriamoci come se la passa la Street Dance, raggelata al confine tra artista e collaboratore sportivo, ASD, palestra o centro di danza, indennità dovute/non dovute o percepite/non percepite e una comune disperata necessità di rivendicare la propria esistenza più di chiunque, per non finire nell’invisibilità. Un’urgenza non nuova affrontata con strumenti non nuovi, in un contesto storico invece completamente nuovo.

La Street Dance full digital

Dunque, rimane niente oltre al digitale per provare a reiventarsi o sopravvivere. Sicuramente ancora di più tante iniziative: battles virtuali sincroni/asincroni, lezioni in streaming, talk variegati e tutto ciò che volge alla promozione di sé e della propria espressione artistica, nei più diversificati modi e a più livelli.

Senza entrare nel merito della proposta culturale, indubbiamente la reazione è stata impetuosa sul piano quantitativo e ciò contribuisce alla generazione di uno spazio di visibilità; che deve trovare solidità e prospettiva in vista di quando ci si potrà sporcare on the floor con il sudore del proprio sfidante o condividendone la visione gomito a gomito con qualcuno.

Una speranza per il futuro

Tra pochi mesi si festeggerà (per modo dire) il primo compleanno della pandemia, simpaticamente fatto coincidere con il primo giorno di lockdown italiano. Non possiamo sapere se passeggeremo sui lungomari del nostro Belpaese oppure se saremo ancora relegati in casi a ridottissimi contatti fisici. In ogni caso, la Street Dance potrà trarre le proprie considerazioni da poco più di due mesi di presenza, da una lenta e falsa ripartenza, fino ad una nuova rinnovata e devastante chiusura. La speranza è che da questo 2020 terrificante si possa ripartire con un piano d’azione concreto, solido e prospettico che possa nobilitarne l’appetibilità per altri destini. Solo il 2021 potrà dirci se ciò avverrà oppure no. Rigorosamente, Coronavirus permettendo.

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Luigi Aruta
Danzatore, docente di danza e chinesiologo. Opera come performer e giovane autore in Borderline Danza di Claudio Malangone e collabora come danza-educatore con enti e associazioni. Attivo nel campo della ricerca pedagogico-didattica, porta avanti un'indagine sui vantaggi della danza come dispositivo di adattamento cognitivo e sociale.