In foto, Giovanni Di Cicco direttore di DEOS.
In foto, Giovanni Di Cicco direttore di DEOS.

GENOVA – Giovanni Di Cicco, direttore artistico del progetto DEOS (Danse Ensamble Opera Studio http://www.dansensembledeos.com/ ) presso la Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova, è un’altra voce per l’inchiesta Covid-19/Si cambia danza indetta da Campadidanza. Egli gravita nel mondo della danza come interprete, creatore e pedagogo. Formatosi direttamente con il Maestro Masamichi Noro, è anche istruttore e responsabile per l’Italia del metodo Kinomichi. Ha conseguito il titolo di Renshi presso la Dai Nippon Butoku Kai di Kyoto. E’ membro del Galata Mevlevi Music and Sema Ensemble di Istanbul. Riusciamo ad avere con lui via Skype una conversazione lunga e intensa. Tanti i temi toccati, tanta la profondità del pensiero mista ad un forte ancoraggio ai problemi reali del momento e non solo. Impeto e personalità, così definirei Giovanni Di Cicco.

Due mesi di blocco totale delle attività, due decreti e ancora tanta incertezza sulla ripartenza. Ci racconta come ha vissuto questo periodo Giovanni Di Cicco, uomo e direttore di compagnia?

In primis, sconforto! Stavamo lavorando a due nuovi importanti progetti, con tanti giovani danzatori ed è stato chiaramente tutto bloccato. Successivamente ho approfittato di questa solitudine forzata per recuperare gli spazi personali che, un lavoro come il nostro, spesso toglie. Ammetto che è stato un momento di riflessione molto utile per pensare ad una vita più tranquilla data l’imprevedibilità degli eventi. Ci hanno fatto chiudere all’improvviso e l’attesa di risposte non apre spazi a riprogrammazioni. Per esempio il mio corso di formazione, L’azione silenziosa, accoglie studenti da diverse regioni e dall’estero. La riapertura delle frontiere dovrebbe essere in giugno, ma non sappiamo se tutti i paesi apriranno i propri confini. Dunque riprogrammare è impossibile al momento.

Agire come categoria unita pare sia il buon auspicio di tutti. Secondo lei, lo spettacolo dal vivo e la danza lo stanno facendo?

C’è una reazione, di certo non un’azione. Agire è un’altra cosa e, secondo me, noi non lo stiamo facendo. La categoria esiste ma molti non si conoscono e non si rispettano nelle diverse visioni della danza. Ogni ambito si autoalimenta e vive in un sistema chiuso. Ora sembra esserci unione, ma in realtà siamo uniti solo nella reazione perché servono i numeri giusti. Condivido lo sforzo, ma ripeto: stiamo solo reagendo. Per agire dobbiamo rispettarci nei diversi contesti della danza, accademici e non. Oggi siamo uniti solo per necessità.

Se a Giovanni Di Cicco venisse chiesto di indicare una linea operativa per la ripartenza, cosa suggerirebbe?

Penso che bisogna ripartire dal danzatore e creare le condizioni affinché possa lavorare. Ci sono molti giovani danzatori bravi e spesso auto-formati che non lavorano perché manca un sistema che li metta nella condizione di farlo. Oggi più che mai, il danzatore è fondamentale perché, con la formazione promiscua che ha, innesca continue trasformazioni nel processo creativo di un coreografo “anziano”. Lo spettacolo è poco praticato per molti danzatori e questo significa che la loro crescita è bloccata. Servono più occasioni di spettacolo ed è chiaro che servono i soldi. Troppo spesso però, i soldi se ne vanno per l’organizzazione e l’amministrazione. Questo significa che rimane poco o niente per i danzatori. Successivamente bisogna ripensare gli spazi valorizzando quelli aperti e, in tal senso, le soluzioni sono nelle cose già realizzate. Gli spazi dovrebbero essere più accessibili e aperti alla socialità. Un esempio: il bar di un teatro in Italia apre il giorno della prima per incassare. All’estero, il bar di un teatro è un luogo stabile di socialità in continuità con le attività dello spazio artistico. Infine, sarebbe interessante ipotizzare la possibilità di dare alle compagnie delle strutture: cambierebbero molte azioni.

In Francia e Germania, i relativi capi politici parlano degli interventi a favore del settore cultura con delle videoconferenze esclusive. In Italia, la cultura è un titolo di coda nei discorsi. Perché questa differenza di “attenzione”? Crede che anche gli artisti abbiano le loro “colpe”?

Siamo tutti responsabili e la nostra colpa sta nell’ esserci adattati al sistema italiano. In Francia e Germania, dove ho lavorato e vissuto, la cultura è vista come un bene di prima necessità. C’è un’idea ampia, larga e inclusiva della cultura che in Italia, salvo qualche piccolo periodo, non c’è mai stata. Inoltre, all’estero c’è raffinatezza nella relazione con la cultura. In Italia, il premier ci etichetta come “divertenti”. Non mi offende il significato oggettivo del termine, ma mi offende l’impatto che una dichiarazione simile ha su chi ascolta. Gli artisti, dai danzatori ai comici in TV, pagano l’essersi allineati ad un sistema che non funziona.

Considerando le conseguenze sociali dell’emergenza e le “nuove abitudini” da avere, come lo immagina il post Covid-19 in termini di creazioni artistiche?

L’idea geniale arriverà sicuramente: non ho alcun dubbio in tal senso. Immagino creazioni artistiche con autori seguiti, formati, accompagnati. Vorrei che si invertisse la tendenza secondo la quale si crea uno spettacolo e dopo due/tre repliche è già archiviato. Sarebbe bello se al posto di rinnovare continuamente il portfolio degli spettacoli, si garantisse mobilità investendo per almeno tre/quattro anni su un coreografo. Mi aspetto inoltre che cambi il modo di concepire, intendere e fruire lo spettacolo dal vivo. Mi aspetto quindi creazioni artistiche concepite come azioni sinergiche tra direttori artistici di spazi e coreografi. Vorrei che i lavori girassero di più i territori, da nord a sud e viceversa. Ovviamente è chiaro che tutti dovremo rivedere il nostro modo di lavorare in virtù delle disposizioni del comitato tecnico scientifico. Confido che queste possano diventare anche una possibilità di sperimentazione, ma è ovvio che è impensabile una danza senza contatto troppo a lungo. La danza è inanzitutto contatto.

Inchiesta Covid-19/Si cambia danza

Liguria

Giovanni Di Cicco – Direttore di DEOS

Compagnia

Genova

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Luigi Aruta
Danzatore, docente di danza e chinesiologo. Opera come performer e giovane autore in Borderline Danza di Claudio Malangone e collabora come danza-educatore con enti e associazioni. Attivo nel campo della ricerca pedagogico-didattica, porta avanti un'indagine sui vantaggi della danza come dispositivo di adattamento cognitivo e sociale.