Enzo Celli è un coreografo e danzatore italiano che dopo essersi avvicinato alla danza da autodidatta attraverso l’hip hop ha fondato, giovanissimo, a soli 23 anni , la Botega Dance Company ricevendo dopo appena tre anni il primo riconoscimento del Ministero per i Beni e le Attività culturali. Si è capito che avrebbe volato alto dalle prime collaborazioni: con il maestro Berio per “I Trionfi di Petrarca”, con Peter Gabriel per “Ovo” e anche con Lindsay Kemp.

Vittoria Ottoleghi comprese subito che avrebbe fatto molta strada e lo sostenne molto nella sua attività, affascinata dalla sua intraprendenza. Nel 2015 fonda VIVO BALLET una realtà estremamente innovativa anche dal punto di vista gestionale. Si compone infatti di un Centro di Formazione Professionale con sede a Roma, e di una compagnia di danza composta da una doppia anima: quella americana diretto da Amy Elizabeth con sede a Houston e quella europea diretto da Olja Jovanovic con sede in Serbia.

Che danza fare dopo il coronavirus?

La nostra chiacchierata telefonica con Enzo Celli non può che partire dal video intitolato “Che danza fare dopo il coronavirus” pubblicato su Facebook. Un video che nasce da una precisa esigenza?

Il video è la conclusione di una serie di incontri fatti a distanza con i ragazzi della compagnia durante il lockdown. In quel periodo di isolamento forzato mi sono detto dobbiamo prenderci cura del fisico, ma anche delle menti. Dobbiamo prepararci ad affrontare il cambiamento che ci sarà. Un cambiamento necessario e inevitabile dal punto di vista artistico. La gente tornerà a teatro soltanto se si sentirà sicura. Bisognerà fare una danza che torni al dare. Tutti noi abbiamo cominciato a fare danza perchè abbiamo visto qualcuno farlo. E vedere questo qualcuno danzare ci ha fatto venire fuori la nostra passione.

Ecco dobbiamo tornare a dare emozioni. La gente che è rimasta intossicata dall’esperienza virus ha bisogno di ricevere da noi una emozione per tornare a godere del teatro. E per questo abbiamo bisogno di un’arte accogliente. Il Covid ha smascherato delle carenze del nostro settore. Dobbiamo prendere coscienza di questo per migliorarci. Certo è anche vero che finchè si occuperà di noi il Ministro dello Sport e non quello dei Beni culturali questo sarà molto difficile. Ma noi dobbiamo fare la nostra parte.

Si parla di Fase 3, ma il mondo dello spettacolo è ancora fermo alla Fase 2 e nelle piazze sono cominciate le proteste. Chi lavora nel mondo dello spettacolo a tutti i livelli è in difficoltà.

A che serve protestare? Io credo che bisogna affrontare la situazione in maniera adulta. E’ inutile correre da Mamma Politica chiedendo aiuto. La corsa alla politica mi fa molta paura. Dovremmo cominciare a pensare alla danza come all’Alitalia. Ci vorrebbe un commissario, un esperto. Una persona super partes e noi dovremmo fare tutti, ma proprio tutti un passo indietro e affidarci a lui. Il settore danza non è stato dimenticato, il settore danza non esiste. Noi siamo catalogati come associazioni sportive dilettantistiche. Il nostro settore è malato. La maggior parte delle Compagnie hanno un politico di riferimento al quale rifarsi per ottenere attenzione. E questo non va bene. Non è sano.

In America la danza è un business

Enzo Celli lei lavora tra l’Europa e l’America che differenza c’è tra i due mondi per quanto riguarda la danza?

In America la danza è un business. Io lavoro in alcuni dei centri più importanti degli Usa. Lì è tutto privato e noi fino a qualche giorno fa avevamo paura che non si riuscisse a far ripartire l’economia. Ed invece le strutture si sono strette agli insegnanti e viceversa. Per quanto riguarda poi le Compagnie, in America viviamo di vendite.

Le arti performative sono un settore importante di New York. Un settore che ha un peso. Per questo Brodway aprirà in aprile del 2021 e quando l’annuncio è stato fatto nessuno ha gridato allo scandalo. Le grandi scuole e le grandi Compagnie quando hanno saputo che l’attività sarebbe rimasta ferma ancora un po’ sono corse in Banca per chiedere dei rifinanziamenti e li hanno avuti. Perchè le banche sanno che quando ripartiranno le attività l’economia tornerà ad essere florida. Bisogna soltanto avere la pazienza di aspettare. Ci sentiamo come gli sportivi ai blocchi di partenza.

Il Covid ha inciso sulla creatività di Enzo Celli?

Da quando sono arrivato a New York in maniera stabile ho maturato un allontanamento dal concetto di danza nel senso tradizionale. Mi sento un transgender della danza. Fino a poco tempo fa pensavo di essere un prodotto finito, ma nell’ultimo anno anche grazie alla collaborazione con Jodi Copland ho cominciato a farmi una serie di interrogativi.

Alla fine ho compreso che in questa fase della mia vita ciò che mi affascina di più è una sorta di Teatro Muto. Ora sto lavorando a The Village una specie di spin-off di Giselle. E anche ad altri due progetti: uno spettacolo sulle personalità multiple e uno su Frankestein.

I cambiamenti dovuti al Covid-19

Come cambierà la nostra vita?

Ho tanti ragazzi che mi telefonano per chiedermi che cosa fare, Io non lo so. Alla fine di questa storia credo che ognuno di noi dovrà maturare la capacità di dire no. Credo che niente dovrà essere come prima. Quindi bisognerà trovare il coraggio di fare delle scelte.

Enzo Celli ha detto molti no fino ad oggi?

Non ne ho detti abbastanza. Ma sono cambiato da quando è arrivato mio figlio. Lui ha ripulito la mia vita.

Inchiesta Covid-19/si cambia danza

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Raffaella Tramontano
Giornalista professionista, è direttore responsabile di Campadidanza Dance Magazine, fondato insieme a Gabriella Stazio. E’ stata responsabile promozione e marketing presso il Teatro Stabile di Napoli/Teatro Nazionale, responsabile ufficio stampa del Napoli Teatro Festival Italia. e dal 1999 al 2008 responsabile ufficio stampa e pubbliche relazioni del Teatro di San Carlo. Con Alfredo d'Agnese ha fondato R.A.R.E Comunicazioni società press & communication.