foto © Pasquale Ottaiano

NAPOLI – Quando il Covid-19 ha detto al mondo che si doveva fermare, lo spettacolo dal vivo è esploso. Attonito, incredulo, smarrito, è rimasto a guardare la nuvola di fumo creatasi nell’aria.
E’ esploso nelle categorie di pensiero che lo hanno guidato in questi decenni – i “grandi”, “i piccoli”, “le Fondazioni”, ” la Concertistica”, ” il Balletto”- nelle sue contraddizioni, nei suoi drammatici problemi, nel suo sistema di “alimentazione” – FUS, extra FUS, no FUS, più FUS -, nelle tutele dei lavoratori.
E’ esploso perché il “sistema” stava già implodendo da anni, ogni volta in un punto diverso, e nessuno lo ha visto o tutti hanno fatto finta di non vedere. I pilastri strutturali si sono erosi con il tempo e alle intemperie, oppure hanno avuto un cedimento strutturale, verticale, in più punti. Ma che fa? Andiamo avanti e portiamo avanti il sistema!
Poi il Covid-19 ci ha imposto di fermarci e non abbiamo più potuto ignorare o fingere di non vedere e di non sapere. Ed ora stiamo facendo i conti con tutte le difficoltà dell’oggi, che sono le stesse di ieri, solo amplificate e rese insopportabili dall’incertezza del quando.

Ritornare alla “normalità”. Sì, ma quale?

Con l’emergenza Covid-19 non siamo più “padroni” del nostro spazio, della nostra zona personale, e dobbiamo “distanziarci” nella vita e sulla scena.
Lo spazio scenico potrà raccontare solo in uno spettro ridotto. Ne sarà capace? La scrittura spaziale di una coreografia come potrà diventare?
Inoltre, non siamo più “padroni” del nostro tempo, non sappiamo quando potremo riabbracciarci, andare al mare, fare la spesa senza guardarci intorno, quando potremo allenarci di nuovo, provare, portare in scena uno spettacolo.
Abbiamo perso potere decisionale. Siamo tutti “vittime” di un virus che decide per noi. E non lo sopportiamo. E quindi auspichiamo un rapido ritorno alla “normalità”.

Se il sistema italiano dello spettacolo dal vivo sia mai stato “normale” è una domanda che ognuno di noi dovrebbe farsi. E, soprattutto, se è a quella normalità che tutti vorremmo ritornare.
C’è chi parla del quando potremo ritornare al “prima”. E chi di come “ingannare” il tempo dell’attesa: digitalizzazione, spettacoli estivi con il pubblico dai balconi o in auto, piattaforme on demand.
Pochi, troppo pochi quelli che dicono che è l’occasione del secolo per cambiare, innovare, ma veramente, e non negli stereotipi di “genere”.

E no. Qui non si tratta di ritornare come prima. Perché prima lo spettacolo dal vivo non funzionava né come sistema né per la “stragrandissimissima” maggioranza degli artisti e delle imprese.
Questo non è solo “il” momento per la tutela degli artisti e delle imprese, per non far morire definitivamente lo spettacolo dal vivo, ma è anche “il” momento per ripensarlo, rigenerarlo, smuoverlo dalle fondamenta superandone i limiti strutturali e ridisegnandone modelli e strategie.
Se non ora, quando?

Un problema di riconoscimento e di rappresentanza

Che si voglia ritornare come prima ce lo dicono i nomi delle étoile, delle star cinematografiche e televisive, degli attori e musicisti da botteghino invitati dal Governo come interlocutori.
Ce lo dicono gli articoli sui giornali, le interviste radio, TV e quelle della carta stampata alle “star”, le conferenze stampa, gli incontri che si susseguono in maniera quasi bulimica in queste settimane.

Ma siamo sicuri che gli artisti di fama internazionale e con cachet a non so quanti zeri sappiano farsi portavoce di ogni artista? Di ogni artista che “arrangia” la sua stagione con un lavoro duro e sudato, di chi porta avanti una Compagnia di danza privata (anche una di quelle che accedono a fondi pubblici) o di una scuola di danza privata che con serietà e dedizione porta avanti il suo lavoro arrivando appena alla fine del mese?
Siamo sicuri che sappiano farsi portavoce della contemporaneità?
E siamo certi che riusciranno a rappresentare tutti i “tersicorei” del nostro paese?
Ma scusate, chi sono i tersicorei? Oppure, quanti tersicorei ci sono oggi in Italia?

I tersicorei o ballerini dei Corpi di Ballo delle Fondazioni Liriche oggi, purtroppo, sono i pochissimi “sopravvissuti” ai tagli dei Corpi di Ballo degli Enti Lirici. Tagli che si sono susseguiti come una brutale mannaia in questi ultimi anni e che nessun appello accorato o indignato, raccolta di firme o più moderno flash mob, è riuscito a fermare (è questo il ritorno alla normalità che auspichiamo?). Una piccolissima, esigua compagine di artisti, bersagliata, mal pagata, poco considerata. E comunque dei privilegiati.
E tutti gli altri? Danzatori, ballerini, performer, danzattori, coreografi, insegnanti di danza, freelance, oltre a tecnici, sarte, fotografi, segretarie… Chi li rappresenta? Insomma i lavoratori dello spettacolo dove sono?

Non tutti gli artisti sopravviveranno

Se si continuerà su questa strada, tutto quello che non ha funzionato prima continuerà a non funzionare anche dopo, con la pericolosa differenza che ci sentiremo “salvi” e “grati” di essere sopravvissuti. Ma non tutti sopravviveremo.
Quindi i giovani artisti, appena sarà possibile, continueranno ad andare via dall’Italia.
Quelli che restano e le compagnie di danza riprenderanno a combattere l’uno contro l’altro per uno spettacolo sottopagato o meglio ancora a percentuale, i danzatori a tirare la cinghia (tanto è un bene, dobbiamo essere magri!), gli insegnanti di danza a non essere riconosciuti come tali, i coreografi a pensare sempre “nuovi” coinvolgimenti per il pubblico (così come ci viene espressamente richiesto in ogni bando, call, festival, rassegna).
Che bello! Torneremo alla “normalità” delle discrasie della danza italiana. Ma è proprio la “normalità” il nostro problema.

Siamo sicuri che non c’è un’altra strada? Potrebbe esserci o almeno potremmo immaginare che ci sia.
Appelli, raccolte di firme, gruppi che proliferano sui social e che si incontrano virtualmente in assemblee: la “base” dello spettacolo dal vivo è in fermento. Brucia! Perché non ha lavoro e non sa se potrà continuare a mangiare tutti i giorni. Migliaia e migliaia di artisti e tecnici. Perché lo spettacolo dal vivo non esiste senza “la tecnica”.
Dalle piattaforme ai buoni propositi, ai programmi, alle condivisioni di idee e di pensieri, è una via lattea impossibile da seguire tutta nella sua complessità e che è importante trovi “la quadra” senza lasciarsi affascinare dalla sirena dei “distinguo”.

Non pensiamo a quello che c’è ed è esistito fino ad ora, pensiamo al punto in cui riteniamo vorremmo arrivare. Partiamo dagli obiettivi, non dalle strutture già esistenti. Non hanno funzionato finora, figuriamoci durante o dopo una pandemia! Perché poi le idee, le visioni, gli obiettivi, bisognerà arrivino ai “piani alti” e la storia ci insegna che in questa particolare tromba delle scale si sono persi in molti. La cultura non è un lusso. E’ un bene primario. E’ il pane, che non si nega a nessuno. Il pane che si spezza con le mani e si condivide “dal vivo”.

Non solo il minimo, anche il giusto, subito e dopo

Le misure che il Governo ha già preso e quelle che intende prendere per lo spettacolo dal vivo sono il minimo. E ci auguriamo che il Governo nei prossimi giorni riesca a fare anche il giusto.

Oltre a sostenere chi non accede ai fondi pubblici (dopo che fine fanno?) e sostenere quelli che vi accedono, pensare a protrarre la cassa integrazione, ad un salario minimo che comprenda tutti i lavoratori dello spettacolo (anche gli atipici), così come il sostegno alle scuole di danza ed alle compagnie, è la base minima da fare per un Paese che voglia ancora definirsi democratico. E lo deve fare subito.E lo dovrà fare anche dopo. Poi potrebbe iniziare la parte bella, quella creativa, quella delle intelligenze, dei nuovi pensieri, delle nuove dinamiche. Quella in cui potremmo trasformarci in Paese moderno. Ne avremo il coraggio?

Nella nostra inchiesta COVID-19/si cambia danza, in cui stiamo mappando ed intervistando tutta l’Italia che danza, nessuno, e ripeto nessuno, ad oggi ha detto che vorrebbe ritornare “come prima”, il che non vuol dire che tutti non vogliano tornare in scena, al contatto con il pubblico, perché lo spettacolo dal vivo è solo dal vivo.
Vuol dire che sappiamo che le cose non funzionavano e che è importante immaginare, pensare, progettare, lavorare per un futuro diverso. Un futuro migliore.

Perché niente dovrà essere più come prima.

Iscriviti alla Newsletter


Gabriella Stazio
Direttore artistico, manager ed insegnante del centro internazionale "Movimento Danza”, fondato a Napoli nel 1979 ed accreditato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali come "Organismo di Promozione Nazionale della Danza”. Coreografa e direttore artistico della pluripremiata "Compagnia Movimento Danza" e del "Performing Arts Group". Direttore artistico ed event manager di rassegne, festival, eventi e bandi di danza contemporanea. Promotrice italiana e direttore artistico della "Giornata Mondiale della Danza". Editore di "Campadidanza Dance Magazine". Presidente di "Sistema MeD - Musica e Danza Campania", associazione aderente all’Unione Regionale Agis Campania.