Emanuele Masi, direttore di Bolzano Danza, in una foto di Tiberio Sorvillo.
Emanuele Masi, direttore di Bolzano Danza, in una foto di Tiberio Sorvillo.

Emanuele Masi, forte di un percorso accademico in ambito musicale, ha indirizzato la propria attività professionale verso l’organizzazione del teatro e della danza. Dal 2013 è direttore artistico del Festival Bolzano Danza, del quale aveva assunto la co-direzione nel 2011 con l’incarico di rilanciare la manifestazione. Ha raggiunto questo obiettivo affiancando la programmazione di spettacoli di eccellenza della scena contemporanea internazionale allo sviluppo di progetti di marketing culturale e territoriale. Nel triennio 2018-2020 è consulente artistico per il Circuito regionale di danza del Trentino Alto Adige ed è stato nuovamente confermato alla guida di Bolzano Danza connotando la propria direzione come un progetto di elevata qualità artistica fortemente legato alle politiche sociali e ai mutamenti del nostro tempo. 

Con immensa gioia accogliamo la sua apertura e disponibilità a rispondere alle nostre domande. L’inchiesta Covid-19/Si cambia danza prosegue ed oggi si arricchisce di un altro contributo di assoluto spessore.

Il Coronavirus è arrivato qui dall’altra parte del mondo costringendo le città ad implodere nelle proprie mura. Ha travolto tutti i settori e stavolta le istituzioni non hanno potuto nascondere la polvere sotto il tappeto. Ripercorrendo i decreti di questa emergenza, Emanuele Masi pensa che lo spettacolo dal vivo e la danza siano stati tutelati?

In una situazione di calamità, come è una pandemia, è difficile dare una definizione univoca della parola “tutela”. Nel contesto delle misure sanitarie la tutela prioritaria era e deve continuare a essere quella della salute del pubblico, dei lavoratori e delle lavoratrici.

Però diciamocelo: è stato scioccante che i primi a essere chiusi a fine febbraio siano stati i teatri. Siamo abituati a essere dimenticati dalla politica ed essere invece individuati come i luoghi del potenziale contagio è stato doloroso. E lo è ancora di più oggi se ci guardiamo indietro e vediamo che invece le strutture più a rischio sono rimaste aperte troppo, troppo a lungo.

Per il nostro settore il nodo resta come coniugare la tutela della salute pubblica – che si basa in primo luogo sul distanziamento interpersonale – con la tutela del patrimonio immateriale rappresentato dalle competenze degli artisti, che possono essere competenze individuali ma anche e soprattutto di insieme, se penso a un corpo di ballo o al suono di un’orchestra, per esempio.

Agire come categoria unita. Pare sia stato il buon auspicio di tutti, dai primi lockdown; e pare sia considerata ora la sola strada da cui ripartire e ricostruirsi. Secondo Emanuele Masi, ci sono state azioni concrete il tal senso?

Come spesso avviene nei momenti di crisi, gli attori di un settore fanno rete: anche nel mondo dello spettacolo c’è stato un continuo confronto a tutti i livelli, dagli artisti ai curatori, e trasversale alle discipline. Ho percepito un dialogo costante e un generoso passaggio di informazioni che non si avevo mai sperimentato in precedenza e che spero possa non esaurirsi. Ovviamente non è tutto rose e fiori: penso che in tutti gli ambiti, dalla famiglia alla politica, questo lockdown ci abbia mostrato la natura più vera e profonda delle persone, esasperando i difetti ed esaltando le qualità. E’ stato utile anche dal punto di vista professionale: ognuno ha mostrato la propria attitudine, è venuto allo scoperto. Abbiamo capito chi non è portato per il gioco di squadra, ma anche su chi possiamo contare: così le relazioni e le cordate nate in questo momento di crisi saranno una risorsa importante per il futuro.

Se le venisse chiesto di indicare una linea operativa di ripartenza, cosa suggerirebbe?

Di partire dai paradigmi della politica culturale. Chiariamo quali sono le urgenze e quali le necessità. Quali le urgenze e le necessità per il pubblico, quali quelle per gli artisti e le artiste, quali quelle per gli altri lavoratori e lavoratrici del settore?

Ecco, per rispondere anche alla prima domanda, è probabilmente presto per dire se gli strumenti legislativi e finanziari siano stati sufficienti a sostenere lo spettacolo dal vivo: è presto perché ne serviranno di molto efficaci soprattutto nei prossimi anni, quando arriverà il conto delle risorse messe in campo oggi. Dobbiamo avere e rivendicare soprattutto più consapevolezza circa il valore del patrimonio immateriale rappresentato dallo spettacolo dal vivo: perché non si senta più dire che si è “pensato anche agli artisti che ci fanno divertire”, in una pur importante ottica di sostegno previdenziale, ma per far sì che la politica si ricordi dello scopo, della necessità, della funzione sociale della cultura.

Da direttore di un festival, considerando le criticità sociali e culturali portate in auge dall’emergenza, quanto, secondo Emanuele Masi, saranno condizionate le drammaturgie proposte?

Io credo che oggi più che mai la prima drammaturgia a cui pensare debba essere quella alla base dei nostri festival, prima ancora di quella alla base degli spettacoli. Perché la traumatica chiusura e quindi la ripartenza fanno sì che i festival, i primi che riapriranno il sipario, saranno atti politici e simbolici, più degli spettacoli stessi. Un direttore artistico responsabile non può non fare i conti con questo, non può semplicemente modificare la propria platea per far fronte al distanziamento o modificare la programmazione per far spazio a spettacoli scelti solo in base al fatto di essere “programmabili”, come soli o interpretati da “congiunti”. Non intendo dire che si debba restare chiusi o che non si debbano programmare soli a prescindere; dico solo che prima bisogna porsi due domande “perché? per chi?”

Gli artisti sono spesso troppo radicali nelle loro posizioni; la politica, invece, sembra promettere più di quanto poi realizza. Rispetto ad un tema comune, ossia la cultura, Emanuele Masi pensa che artisti e politici facciano il massimo per venirsi incontro?

Quando le loro non sono delle semplici pose, amo le persone radicali. Ben vengano quindi gli artisti radicali e, senza una necessaria allusione partitica, anche i politici radicali. A parte questo è giusto che gli artisti facciano gli artisti e i politici facciano i politici. Perché un politico che va incontro a un artista non va necessariamente anche incontro al pubblico e alla comunità. Il punto di incontro dobbiamo trovarlo noi, programmatori e professionisti della cultura, che quotidianamente cerchiamo il punto di incontro giusto tra artisti e pubblico, tra artisti e società. Tra domanda e offerta, una mediazione che però mira a portare l’asticella di volta in volta più in alto.

Inchiesta Covid-19/Si cambia danza

Trentino-Alto Adige

Direttore di Bolzano Danza

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Luigi Aruta
Danzatore, docente di danza e chinesiologo. Opera come performer e giovane autore in Borderline Danza di Claudio Malangone e collabora come danza-educatore con enti e associazioni. Attivo nel campo della ricerca pedagogico-didattica, porta avanti un'indagine sui vantaggi della danza come dispositivo di adattamento cognitivo e sociale.