Daniele Ninarello durante un momento performativo.
Daniele Ninarello durante un momento performativo.

Daniele Ninarello ci chiede di pubblicare l’intervista chiudendo con un  asterisco * tutte le parole maschili, femminili e neutre così come previsto dalle linee guida LGBT. Lo facciamo volentieri.  

Daniele Ninarello si è formato alla Rotterdam Dance Academy e ha danzato con svariati coreografi internazionali tra cui Bruno Listopad, Barbara Altissimo, Meekers Uitgesprokendans, Virgilio Sieni e Sidi Larbi Cherkaoui. Dal 2007 porta avanti una propria ricerca coreografica e di movimento e presenta le sue creazioni in diversi festival nazionali ed internazionali. Nel 2013 fonda l’Associazione CodedUomo. Diffondere e promuovere il suo lavoro di ricerca in Italia e all’estero è l’obiettivo che ha inseguito e insegue con questa associazione. Ci riesce accumulando collaborazioni, menzioni speciali, premi e partecipazioni a numerosi festival.

L’attenzione, la cura, la minuzia, la delicatezza e l’eleganza con cui approccia quando parla di corpi, ha un grande impatto empatico. Mostra la sua sensibilità artistica, quella che lo rende genuino, fruibile e umano. Tutte queste caratteristiche emergono vigorosamente nelle sue parole per Campadidanza nell’ambito dell’inchiesta Covid-19/Si cambia danza e noi gliene siamo grati.

Emergenza Covid-19. Quale impatto ha avuto tutto ciò sulla vita di Daniele Ninarello?

La mia vita è cambiata radicalmente, come quella di chiunque. Viaggiavo costantemente: tornavo a casa due/tre giorni, il tempo di riorganizzare la valigia. Non sono mai stato così a lungo a casa. Infatti la parte “nomade” del mio corpo è compromessa ed ho provato a non abbandonarla alla paura del momento. Il lavoro riempie gran parte della mia vita: vedere tutto cancellato o rimandato, laboratori e spettacoli, non è stato facile da accettare inizialmente. Ma poi ho realizzato che fosse un’ occasione per restare in ascolto,  per ripensare il tempo e il senso del lavoro. Un tempo per fermarsi distaccandosi dall’idea del costante produrre e con l’ansia di tempi frenetici che ognun* di noi ha contribuito a nutrire.  Ho sentito la necessità di dare spazio al rumore prodotto in precedenza, di restare di fianco al mio corpo e a ciò che sente.

Hai idea di quando la danza potrebbe ripartire? E rispetto al “come” invece, cosa pensi?

Attualmente viviamo una condizione di sudditanza: ci viene detto quando muoverci e come farlo. In queste condizioni è complicato pensare al futuro. I progetti si costruiscono attraverso i pensieri e con le relazioni, sostenendo con molta cura i semi del tempo presente come ogni cominciamento del futuro. Attualmente, quello che sembra realizzabile il giorno prima, non lo è il giorno dopo.  Quindi ipotizzare una ripresa e per giunta come, è difficile. Il futuro è incerto, ma il presente può rappresentare un nuovo inizio. E bisogna partire chiedendosi cosa è necessario adesso. E bisogna farlo mettendo da parte la paura di scomparire lottando insieme perché venga riconosciuto il lavoro, anche cognitivo, di tutt*, e perché si cominci a pensare a concatenazioni più solidali e forti.  

Aldilà dell’aspetto economico (totalmente dipendente dalle scelte governative), quali risorse ha a disposizione lo spettacolo dal vivo e la danza per poter ripartire bene?

Gli artisti non sono affatto considerati dal sistema economico-politico-sociale. Questo è evidente, lo dicono le scelte politiche non solo di oggi: la nostra categoria è ai margini. A me manca la danza, le prove con i miei danzatori, gli spettacoli. Ma non guardo con nostalgia al passato. Quindi definiamo prima cosa significa partire bene, poi valutiamo risorse e possibilità. Bisogna ricostruire, avere la volontà di cambiare un sistema che non funziona. E dobbiamo farlo alleandoci e trovando nuovi alleati oggi, non domani. Ci sono questioni urgenti che riguardano tutti come l’istruzione, l’economia, l’inclusione sociale. Gli artisti devono lottare anche per le cause altrui e gli altri devono fare lo stesso per noi. La cultura è un processo prima che un prodotto, e lo si vive insieme. 

Per un creativo contemporaneo, esiste un post Covid-19 secondo Daniele Ninarello?

Parte della risposta per me è già nella domanda: contemporaneo e post sono un grande ossimoro. La mia ricerca è sempre stata sulla collettività, la relazione e la sua reciprocità. Il tempo di questo virus che come un iper-oggetto coreografa i nostri corpi e le nostre menti, sta influenzando le mie riflessioni. Il mio presente si alterna tra desideri luminosi e momenti di profondo scoraggiamento. Credo però che questo periodo di “vuoto non vuoto” sia anche un privilegio. Quindi, non riesco proprio a pensare ad un ‘post’ se non in termini di desideri per un sistema nuovo. Bisogna partecipare alla costruzione di una rete di relazioni nuova, incentivare una coscienza collettiva e proteggerla. Dobbiamo riconquistare gli spazi di cui abbiamo bisogno, per esistere insieme all’altro. 

Agire come categoria unita pare sia il buon auspicio di tutti. Secondo te, lo spettacolo dal vivo e la danza lo stanno facendo?

Siamo di fronte alle stesse macerie: a prescindere se ci stiamo simpatici o meno, dobbiamo capire che lottiamo per una causa comune e siamo in tanti. Smettere tutt* di alimentare un produrre costante da competizione. Partecipando a tante iniziative, vedo che c’è voglia di cooperare e vincere insieme una partita difficile. E credo che questo sia ottimo, ma serve di più. Il futuro va ripensato e riscritto oggi, con parole che non sono le stesse di ieri. Bisogna continuare ad essere una categoria unita, stando vicini e in ascolto, sempre.

 Dal teatro al salotto di casa, il passo è stato celere. Credi il settore-danza abbia usato bene il lockdown per star vicino alla sua utenza?

Assistiamo a varie forme di resistenza, dal silenzio alla creazione di nuove strategie di reazione. Ognun* certamente liber* di agire come meglio crede.  Personalmente ho seguito alcune trasmissioni radio molto interessanti e necessarie, come Radio India, o alcune dirette, dibattiti e assemblee on-line altrettanto importanti. Faccio training tutti i giorni e lo condivido con un gruppo Dance Well di Bassano del Grappa, li seguo da due anni.Non potevo abbandonare i loro corpi alle paure, alle ansie e ai timori di questo momento. Non sto facendo altro. Credo che oggi la cosa più importante sia sottolineare che gli/le artist* sono lavorat* non considerati nel sistema  e che l’arte e la cultura sono a tutti gli effetti necessari per lo sviluppo della vita di tutt*. Bisognerebbe incoraggiare la riapertura degli spazi e insieme ripensare le modalità di fruizione e riconoscere  come necessario un tempo dedicato alla ricerca e alla creazione di nuovi modelli di reciprocità relazionale. 

Gli artisti dovrebbero vivere a contatto diretto con la collettività, valorizzando il corpo e la presenza. Non so se il lockdown sia stato usato bene…Sicuramente il web è stato invaso e inquinato. Penso sia doveroso aprire gli spazi del fare cultura per difendere la sua funzione nella società, spazi attraversabili da tutt*, con le dovute cautele. Qualunque sia il luogo che abitiamo, oggi possiamo pensare a come costruire nuovi mondi più adatti al nostro presente.

Inchiesta Covid-19/Si cambia danza

Piemonte

Daniele Ninarello

Artista

Torino

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Luigi Aruta
Danzatore, docente di danza e chinesiologo. Opera come performer e giovane autore in Borderline Danza di Claudio Malangone e collabora come danza-educatore con enti e associazioni. Attivo nel campo della ricerca pedagogico-didattica, porta avanti un'indagine sui vantaggi della danza come dispositivo di adattamento cognitivo e sociale.