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Con la(e) “Carmen(s)”, di Montalvo, al Politeama, parte la rassegna Stabile Danza.

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photo by Patrick Berger

Grandi professionalità. Passione, vitalità, energia. Contaminazione di tecniche: flamenco, classico, contemporaneo, hip hop, break dance. Ma anche parola, musica dal vivo, racconti in lingue diverse. E naturalmente il grande schermo con l’altra parte dello spettacolo, che dialoga incessantemente con quello presente: il video. Gli ingredienti delle opere di Josè Montalvo ci sono tutti e il mix si rivela vincente, coinvolge il pubblico, tiene alta l’attenzione per tutto il tempo della performance. “Carmen(s)”, l’ultima fatica del coreografo francese, è andata in scena al Politeama di Napoli, il 9 e 10, nell’ambito della rassegna Stabile Danza. Come promesso dal Direttore artistico Luca De Fusco, nella conferenza stampa di presentazione, svoltasi al Mercadante lo scorso 8 marzo, lo spettacolo è allegro, dinamico, brillante. Il tema, naturalmente, è Carmen, il personaggio dell’opera omonima di Bizet, la cui musica è la colonna portante del lavoro di Montalvo. E Carmen è tante cose: la donna libera, ribelle, passionale, emancipata, forte, ma anche impositiva. Il coreografo ha chiesto agli stessi danzatori di dire cosa è per loro Carmen, e ciascuno ne ha un’idea diversa: chi vede l’eroina tragica che va a morire, chi la rivoluzionaria, chi la donna amante. E poi Carmen è zingara. Ha nel cuore l’inquietudine e la precarietà dei popoli nomadi. Questo è forse l’aspetto più significativo dello spettacolo: Carmen incarna anche il carattere erratico dell’essere umano, è migrante e rifugiata, una che non ha un posto certo e solido nel mondo. Il gioco del flamenco, del triangolo amoroso, della corrida simulata, cede il passo alla rappresentazione multiforme e multiculturale del mondo. Così nel racconto scenico ritroviamo quello che avevamo sotto gli occhi fin dall’inizio: un corpo di ballo eterogeneo per provenienza geografica (europea, africana, coreana), lingue diverse (spagnolo, francese, coreano), sonorità (classica europea, ma anche percussioni e fiati africani e orientali), corporatura (altezza, rotondità, mimica). Uno spettacolo che proclama il valore del meticciato.  

Josè Montalvo è figlio di rifugiati politici spagnoli, che ripararono in Francia durante la dittatura di Franco. Indubbiamente ha subito il fascino del flamenco danzato dalla madre, ma ha anche certamente rinnovato, data la storia personale, il senso più antico di questa cultura, che era sinonimo di gitano: flamenco significa contadino errante.

Mara Fortuna

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