Città delle 100 Scale
Francesco Scaringi, direttore artistico di Città delle 100 Scale Festival

POTENZA – Città delle 100 Scale è un festival multidisciplinare giunto alla sua XII edizione. Un festival è che un faro culturale per la Basilicata, tanto da essersi meritato il riconoscimento del Ministero dei beni e delle attività Culturali e quello della Regione.

Negli anni ha raggiunto una dimensione internazionale e si svolge, da sempre in luoghi non convenzionali. L’arte, la cultura, la performance invadono, così, gli spazi urbani, diffondendo la bellezza.

Abbiamo intervistato Francesco Scaringi, che insieme a Giuseppe Biscaglia, è ideatore, curatore e direttore del Festival.

Da alcuni mesi ormai l’Italia vive la cosiddetta Fase 3 dell’emergenza, però il mondo dello spettacolo è fermo alla Fase 2. Lei cosa ne pensa?

Il mio pensiero, che immagino sia comune a molti, è che il mondo dello spettacolo è sicuramente uno dei settori che ha subito maggiori danni. Soprattutto poca accortezza dalle istituzioni. È stato, per così dire, messo da parte.
Sono sorte, così, grandi difficoltà: sia da un punto di vista organizzativo, è stato lasciato tutto in sospeso, e sia anche per l’incertezza che si è creata e che nuovamente si sta manifestando. 

Secondo lei quanto tempo ci vorrà per colmare questa differenza?
Questa non è una domanda facile: molto deriva dalle volontà di chi deve prendere le dovute decisioni. Tante volte, poi, dipende anche dalle situazioni locali. Io ritengo che ci vorrà ancora un po’ di tempo affinché si possa guardare al futuro con più tranquillità. 

Il Città delle 100 Scale Festival, quest’anno alla sua XII edizione, si è svolto dal 2 settembre al 19 ottobre. Che impatto ha avuto il Covid-19 sull’organizzazione?

Dopo aver a lungo riflettuto, abbiamo ritenuto opportuno fare il Festival per due motivazioni fondamentali. La prima perché un presidio come Città delle 100 Scale non poteva mancare sul territorio e la seconda perché comprendiamo quali siano le avversità per tanti artisti e compagnie di poter sopravvivere in un momento come questo. Quindi abbiamo voluto realizzarlo per poter contribuire affinché la cultura e lo spettacolo potessero manifestarsi. 

E per quanto riguarda la logistica?

Ci siamo organizzati attraverso contatti telematici. Non è stato semplice contattare le compagnie, neanche loro sapevano che cosa fare. A luglio qualcosa si è sbloccato e abbiamo iniziato a pianificare. Abbiamo sempre mantenuto i nostri contatti e ciò ci ha permesso di essere molto più veloci. L’organizzazione è stata abbastanza complicata. Si è dovuta studiare tutta la normativa. È stato un lavoro davvero difficile, però nello stesso tempo, preso atto dei rischi e delle misure per prevenirli, ci ha permesso di dare uno slancio in avanti. 

È stato necessario modificare il calendario?

Si abbiamo dovuto modificare il calendario: Città delle 100 Scale, infatti, dura di solito da settembre a dicembre. Si articola in spettacoli di prosa e di danza accompagnati da una serie di eventi culturali, che riteniamo fondamentali. Quindi, per questa edizione abbiamo concentrato le attività e inventato nuove soluzioni rispetto alla contingenza.

Per quanto riguarda la parte della danza nel Festival, l’abbiamo concentrata tutta in dieci giorni, inventando uno spazio altro, fuori dal Teatro. Il Teatro, infatti, è quasi impossibile da praticare con la diminuzione dei posti. Quindi abbiamo adoperato un capannone, nella zona industriale, di circa tremilacinquecento metri quadri. Grazie ad amici architetti, abbiamo creato degli spazi ampi, fruibili, in cui si può muovere agevolmente. Si possono così rispettare tutte le norme sanitarie senza impedire di incontrarsi in un luogo pubblico.

Questa è stata una buona cosa, una bella installazione architettonica. Ci sono stati tanti momenti di prosa e di danza ma anche di musica, con un bel flusso di attività e anche un bel flusso di pubblico. Gli spettatori, interessati e curiosi, sono riusciti così a vivere un momento collettivo in una dimensione sicura.

Il Città delle 100 Scale Festival si svolge, per definizione, in spazi urbani, luoghi non convenzionali.

Si certo, tanto è vero che alcuni eventi si sono svolti anche nelle piazze delle città coinvolte. Inoltre, come dicevo prima, abbiamo creato un luogo dove poter superare i limiti imposti dal Covid. È una cosa che ha funzionato abbastanza bene, abbiamo scoperto le potenzialità della zona industriale e intendiamo utilizzarle anche in futuro. 

Il nome scelto per l’edizione di quest’anno di Città delle 100 Scale è molto attuale. Ce ne vuole parlare?

Si. Ogni anno abbiniamo due sostantivi in apparente contrapposizione di senso fra loro. Quest’anno la coppia è Assenza/Presenza per riflettere l’incertezza di questi mesi e anche per sottolineare l’esistenza di qualcosa che c’è ma non si vede. Qualcosa che sta influenzando la vita di tutti noi. Vogliamo sottolineare l’idea della precarietà più in generale. Quindi abbiamo giocato su questi due termini.

Il Città delle 100 Scale Festival ha carattere internazionale ma di questi tempi ogni spostamento è rischioso. Come avete ovviato a tale problema? 

In effetti abbiamo avuto una difficoltà, forse l’unica, con Olivier Dubois che avrebbe dovuto tenere una performance intitolata My body of coming forth by day. Purtroppo, all’ultimo momento sono variate le condizioni di viaggio per cui non è potuto venire.

Non è stato facile mantenere, più degli altri anni, l’aspetto internazionale del Festival. Avversità ci sono state non solo da parte nostra ma soprattutto per chi doveva venire in Italia da Francia e Spagna, i due paesi che hanno avuto più problemi con l’avanzamento Covid. 

Che impatto ha il Covid-19 sulle coreografie in programma al Festival?

Alcuni coreografi hanno rielaborato coreografie passate. Altri hanno creato qualcosa di nuovo. Chiaramente la presenza di artisti e il numero di performance sono drasticamente ridotte rispetto alle precedenti edizioni.

E sull’afflusso di pubblico?

L’afflusso di pubblico è stato molto interessante, soprattutto per la danza. Forse perchè abbiamo fatto questo scenario nuovo. Abbiamo avuto un afflusso maggiore rispetto gli altri anni. 

Il nostro è un Festival pluridisciplinare, abbiamo la prosa, abbiamo la danza. La prosa ha un pubblico già più costruito mentre stiamo costruendo il pubblico della danza. Quest’anno, con nostra sorpresa devo dire, abbiamo avuto un bel pubblico per la danza.

Da questo punto di vista il Città delle 100 Scale sembra in controtendenza rispetto ad altri eventi tersicorei post-Covid. A cosa è dovuto, secondo lei?

Ritengo che dipenda dal clima che siamo riusciti a creare. Il flusso di cui le parlavo prima ha permesso di partecipare agli spettacoli di danza. 

Città delle 100 Scale ha ottenuto il riconoscimento del Mibact. Che ne pensa degli interventi dello Stato a favore della danza?

Si, noi abbiamo sia il riconoscimento del Mibact e sia quello della Regione nella legge per lo Spettacolo. 

Per quanto riguarda la danza, non so se per lo Stato esiste la danza. Soprattutto per il Sud, noi siamo complessivamente in ritardo. Il divario rispetto al Nord è piuttosto evidente. Lavoriamo sulla danza ma è sempre molto faticoso. Bisognerebbe promuovere di più e avere anche più sostanza dal punto di vista di finanziamenti e servizi. Cosa che noi facciamo con molta fatica. 


Ma le asperità dipendono anche dal clima culturale, al di là di quella che può essere una risposta di tipo politico. La danza che noi proponiamo, quella contemporanea, è anche più difficile da far passare almeno in contesti abbastanza provinciali. Ci scontriamo spesso con una tradizione di danza fatta dalle scuole private che non sono molto partecipi, non portano i propri allievi ad assistere a questi spettacoli. Non guardano a noi con interesse, curiosità, nonostante i tentativi di coinvolgimento.

Per fortuna stiamo lavorando tantissimo con le scuole pubbliche. Quest’anno un po’ di meno perché chiaramente hanno aperto più tardi. Però, di solito collaboriamo col coreutico, con il liceo delle scienze umane e con quello scientifico. Abbiamo tre o quattro classi che lavorano con noi sulla danza. 

Un commento in conclusione del Città delle 100 Scale Festival.

È stato un momento abbastanza antipatico però, al contempo, ci ha spinto a guardare al futuro, certo con più accortezza ma anche con più ingegno, con più creatività. Grazie all’esperienza che abbiamo fatto quest’anno forse modificheremo il nostro Festival nei prossimi anni, migliorandolo ulteriormente.

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Mariavittoria Veneruso
Ballerina, performer e giornalista pubblicista interessata a divulgare la storia e le teorie della danza. Laureata in Discipline della Musica e dello Spettacolo all’Università Federico II di Napoli.