AVERSA (CE) – Domenica 12 gennaio alle ore 19, nell’ambito dalla rassegna teatrale “Approdi 2020” del Nostos Teatro di Aversa, è andato in scena “Bollari – Memorie dallo Jonio” di e con Carlo Gallo e in collaborazione artistica con Peppino Mazzotta.

Un foyer gremito di entusiasmo, stordito ancora dal fragoroso suono dei lunghissimi applausi, attende l’uscita dell’artista per strappargli un ultimo sguardo e consegnargli l’ultimo complimento. Poco importa se hai le mani rosse: uno spettacolo così non puoi non applaudirlo con tutta la forza che hai. “Bollari – Memorie dallo Jonio” è l’asso che Nostos Teatro nei suoi direttori Giovanni Granatina, Gina Oliva e Dimitri Tetta, hanno scelto di calare per aprire la rassegna “Approdi 2020”. Il termine “bollari” definisce l’avvistamento dei tonni al largo delle coste joniche, un evento più unico che raro, considerato storicamente un vero e proprio miracolo intorno al quale si intrecciano storie di vita quotidiana.

Spettacolo selezionato al Festival Primavera dei Teatri 2015, “Bollari – Memorie dallo Jonio” è un vero e proprio gioiello di Carlo Gallo, attore diplomatosi presso la Civica Accademia d’Arte Drammatica Nico Pepe di Udine, nonché fondatore del Teatro della Maruca, primo spazio OFF indipendente della città di Crotone. La fame che urla, il regime fascista che impervia nel pieno della guerra, i piccoli pesci dilaniati delle bombe del peschereccio “Cecella”, il migliore dello Jonio, e il mare. Già, il mare e quell’amore irriducibile che si esplica nell’attesa che dalla riva si levi la tenera voce di un fanciullo che grida “bollari”.

Carlo Gallo, ideatore e attore stesso dello spettacolo, riesce con coerenza e verità, in un gioco di efficace integrazione voce/ gesto, a portare lo spettatore a remare sul peschereccio, a fare la vedetta su una piccola insenatura del porto, a lanciare una bomba, a smaltire l’attesa tra una sigaretta e l’altra, accendendo la prossima con ciò che resta di quella appena fumata, cosicché sulla barca vi siano più “mozziconi” che pesci spappolati, insaporiti dalla polvere da sparo.  Tutto ciò, in una ritualità linguistica non lontana dal vivo mare in cui egli ambienta il suo racconto.  L’uso del dialetto calabrese infatti, che ben accompagna e certifica il lavoro di recupero delle memorie orali per strade, porti, mercati e campagne, oggetto di studio e ricerca di Carlo Gallo, diviene per il pubblico aversano uno scoglio insormontabile, che si sgretola nella capacità dell’attore di combinare il dialetto e l’italiano con una ritmica simile al mare che arretra e lancia l’onda che scavalca lo scoglio. Ciò che non era comprensibile prima lo diviene poi, con una significatività che non lascia spazio ad interpretazioni ma che piuttosto apre, con rigore e oggettività, una finestra sull’umanità calabrese in regime di guerra. Allora la leggerezza degli uomini che scambiano un cammello per un tonno, considerandolo una folle volontà del duce per onorare la sua magnificenza, il tacito e illegale accordo pescatori – squadristi sulle bombe, l’onestà sconfitta dalla fame, divengono elementi di riflessione per lo spettatore che forse, accogliendo la proposta dell’autore e asciugandola ai significati più alti, torna a casa con qualche riflessione in più rispetto ai suoi giorni e al suo tempo.

Luigi Aruta

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