Ariella Vidach durante un momento performativo.
Ariella Vidach durante un momento performativo.

Ariella Vidach, direttrice della compagnia di danza Ariella Vidach – A.i.E.P, si è formata artisticamente con Trisha Brown, Twyla Tharp, Dana Reitz, Steven Petronio, Steve Paxton, Bill T. Jones. Negli anni ’80 inizia l’attività coreografica con la realizzazione di spettacoli che vengono presentati in tutto il mondo, sino alla creazione nel 1996 della sua compagnia, con la quale produce performance multimediali che affiancano alla ricerca coreografica l’interesse per il rapporto tra corpo e tecnologia.  Il corpo oggi, nonostante uno sterile ammorbidimento delle restrizioni, soffre. E’ limitato nella relazione con l’altro. La tecnologia invece sembra essere divenuto l’espediente per ottemperare al problema. Dati i tempi e i punti di aderenza con la sua ricerca, si è chiesto ad Ariella Vidach di condividere il suo pensiero con i lettori di Campadidanza.

Emergenza Covid-19. Come sta? Quale impatto ha avuto tutto ciò sulla vita di Ariella Vidach?

Io sto bene anche se a distanza di oramai più di due mesi dall’inizio della pandemia sono successe e cambiate tante cose sia per quanto riguarda la mia condizione emozionale che nel quotidiano che è difficile fare una sintesi. Meglio parlare della condizione attuale quella che ci vede già nella cosiddetta Fase 2.

C’è maggiore distensione e aspettativa anche se mitigata da una costante incertezza sugli sviluppi. E’ sempre stato tutto caratterizzato da questo stato di sospensione. Si è navigato a vista. Questa incertezza ha giocato a sfavore anche se la volontà di procedere di portarsi avanti, di rendere produttivo un momento come questo è stata sempre presente.

Con i miei collaboratori a distanza abbiamo lavorato moltissimo e intensamente e per questo potrei riassumere il periodo in una frase: sento forte la necessità di far prevalere la ragione contro una condizione emozionale devastante, sperimento un senso di appartenenza e di comunità mai così sentito, prima d’ora ma sono preoccupata di tenere la distanza di sicurezza per l’ansia di contagiare o essere contagiata. Sentimenti piuttosto conflittuali.

Le sue attività, dalla compagnia alla produzione, si sono bloccate come per tutti. Come sta gestendo questa paralisi?

Naturalmente la compagnia ha dovuto interrompere la sua programmazione di prove per le produzioni. Io sto continuando a lavorare da sola e la parte amministrativa ha continuato a pieno ritmo fino a qualche settimana fa per chiudere  rendicontazioni e altri impegni sospesi mentre la parte progettuale della compagnia è ancora molto impegnata a progettare il futuro, a scrivere nuovi bandi.

Ha idea di quando la danza potrà ripartire?

Credo non si tratterà di una data precisa. Saranno piccoli e graduali passi che ci riporteranno al lavoro in sala con gli altri, ci daranno la possibilità di presentare spettacoli in luoghi aperti con il pubblico distribuito per rispettare le regole di sicurezza. Anche da questo periodo di transizione credo, impareremo molto.

Ha già dei progetti in cantiere da attivare per il post emergenza?

Stiamo progettando interventi che prevedono le tecnologie immersive come nuovi ambienti per la creazione.

Secondo Ariella Vidach, le istituzioni stanno mostrando vicinanza al mondo dello spettacolo dal vivo con i recenti decreti?

Mi sembra sia stata espressa molta considerazione nei confronti del nostro settore, almeno a parole. Ultimamente si stanno concretizzando anche le intenzioni per sostenere e aiutare le realtà più colpite. Ma l’immagine che ho della rovina economica che sta producendo e che continuerà a produrre questa pandemia è talmente gigantesca che faccio davvero fatica a pensare che riusciremo a risolvere i problemi con i pochi aiuti che potranno essere messi a disposizione. Dobbiamo saperci attrezzare anche per far fronte al periodo post pandemia.  

Aldilà dell’intervento delle istituzioni, come lo spettacolo dal vivo, e in particolar modo la danza, può superare la crisi e affrontare serenamente il futuro?

L’arte e in particolar modo la danza contemporanea non ha mai affrontato “serenamente il futuro”. Siamo sempre in trincea senza troppe certezze se non quelle che ci costruiamo giorno per giorno. Il metodo per far fronte alle difficoltà lo abbiamo imparato tempo fa e se continuiamo ad esistere vuol dire che siamo abbastanza bravi in questo. Si tratterà ora di battersi con più determinazione e tenacia. Il mio augurio è che questa battaglia non produca troppe vittime.

Con le persone costrette a stare in casa, in che modo secondo lei la danza può coinvolgerle?

Io continuo ad insegnare on line e, anche se non è così piacevole come trovarsi tutti in sala a condividere i processi creativi, ho elaborato con i miei allievi nuove modalità per assecondare il momento e rendere proficuo il lavoro anche in una situazione come quella attuale.

Secondo lei, alla ripresa delle attività, le proposte artistiche saranno influenzate da questa surreale esperienza? In che modo?

Forse per un po’ ci si concentrerà sulle nuove forme di scambio e fruizione del lavoro tramite le tecnologie. Da questo punto di vista sto imparando e mi stimola molto questa ricerca. Al tempo stesso mi auguro che si torni al più presto alla situazione tradizionale di fruizione. Nel profondo penso che a prescindere dalle modalità, anche i contenuti dei lavori cambieranno. Questa esperienza non ci riporterà a prima della pandemia. Anche se credo ognuno di noi farà di tutto per dimenticarla.

Inchiesta Covid-19/Si cambia danza

Lombardia

Ariella Vidach – A.i.E.P

Compagnia

Milano

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Luigi Aruta
Danzatore, docente di danza e chinesiologo. Opera come performer e giovane autore in Borderline Danza di Claudio Malangone e collabora come danza-educatore con enti e associazioni. Attivo nel campo della ricerca pedagogico-didattica, porta avanti un'indagine sui vantaggi della danza come dispositivo di adattamento cognitivo e sociale.