Antonello Tudisco
Antonello Tudisco, Interno 5

NAPOLI – La compagnia Interno5, diretta da Antonello Tudisco insieme a Hilenia De Falco e Vincenzo Ambrosino, ha un approccio trasversale che fonde insieme il teatro e la danza.

Le creazioni di Interno5 si ispirano, spesso, a famosi dipinti, sculture, fotografie, sostenendo il paradigma che l’arte generi l’arte. Ogni gesto è espressione di autentica urgenza artistica ed afferma il desiderio di essere in stretta comunicazione con il pubblico. Per i danzatori di Interno5 ogni azione umana può essere la base per una creazione artistica.

Abbiamo raggiunto telefonicamente il direttore artistico di Interno5, Antonello Tudisco, per chiedere la sua opinione a riguardo.

In questo periodo difficile per tutti, le attività tersicoree sono purtroppo sospese. Quali produzioni di Interno5 sono state interrotte?

Stavamo lavorando ad una produzione in collaborazione con il centro CCDC di Hong Kong. Da un anno, poi, sono in contatto con Rebecca Wong, danzatrice proveniente dalla stessa città. Insieme avevamo organizzato una residenza che doveva svolgersi a Napoli nel mese di maggio. Questi progetti sono stati annullati subito, Hong Kong è stata colpita prima dell’Italia, e al momento sono stati spostati a gennaio 2021.

Sempre nel mese di maggio era prevista la ripresa dello spettacolo Act of mercy, prodotto in collaborazione col Teatro Stabile di Napoli. Questa mia coreografia era stata inserita nella rassegna danza del Teatro Bellini organizzata da Emma Cianchi ed Emanuela Barbato. Ovviamente, non si potrà realizzare neanche questa adesso.

Che tipo di strategia immagina di mettere in atto, nel dopo emergenza, per far ripartire l’attività della compagnia?

Noi di Interno5 vorremmo mantene tutti gli impegni precedentemente presi, soprattutto nel rispetto degli artisti coinvolti. Perciò, la strategia da mettere in atto è riaprire il cantiere. Appena avremo indicazioni chiare da parte del Ministero, vorremmo riprendere almeno le prove degli spettacoli programmati. Per noi in questo momento è importante tornare a danzare, al di là della messa in scena finale. È fondamentale, per il nostro lavoro, organizzare un momento di incontro.

Spettacolo dal vivo

Si prevede che, una volta terminata l’emergenza, la paura del contagio sia ancora forte. Quali soluzioni immagina di adottare per incoraggiare il pubblico ad assistere a spettacoli tersicorei?

Prima di tutto, bisogna aspettare le disposizioni ministeriali per capire cosa sarà possibile attuare nel concreto per la riapertura. Bisognerà, sicuramente, far comprendere al pubblico che è fondamentale riprendere lo spettacolo dal vivo. Solo così, infatti, si crea osmosi fra spettatori e interpreti e questa relazione non può essere in alcun modo sostituita dal virtuale.

Intendiamo a tal proposito organizzare delle campagne di sensibilizzazione per ripristinare la perduta fiducia dello stare insieme. Assistere ad uno spettacolo dal vivo non deve essere un momento di paura ma di condivisione. Ovviamente nel rispetto della distanza sociale, che non è solo del pubblico in platea ma anche degli artisti sul palco. La condivisione dello stesso male può far sì che lo spettatore sia più partecipe a ciò che accade in scena. Il timore è dello spettatore quanto del danzatore e solo la voglia di stare insieme potrà sconfiggerlo.

Spettacolo in streaming

La proposta del Ministro Dario Franceschini, di creare una Netflix della Cultura, ha sollevato pareri contrastanti. Se da un lato potrebbe avvicinare maggior numero di spettatori, dall’altro è in evidente contrasto con la definizione di spettacolo dal vivo. Lei cosa ne pensa?

Io, sinceramente, non sono contrario a questa idea purché venga attuata a determinate condizioni. Prima di tutto, gli spettacoli dell’eventuale piattaforma streaming dovrebbero essere prodotti appositamente per il video. Dipende anche dalla sensibilità del singolo artista, del coreografo, concepire una coreografia per il video o per lo spettacolo dal vivo. Poi dovrebbero essere forniti mezzi economici e mezzi tecnici per consentire agli artisti di realizzare la propria opera. La danza contemporanea in Italia è considerata un prodotto di nicchia e una piattaforma streaming potrebbe migliorarne la diffusione.

Naturalmente è una idea che va sviluppata dopo attente e ponderate riflessioni, attraverso dei bandi aperti a tutti e non solo a nomi già famosi ed affermati, garantendo i diritti d’autore. Magari potrebbe essere un’opzione temporanea e non permanente. D’altronde, già prima dell’emergenza sanitaria, alcuni cinema hanno proiettato balletti di danza classica che si svolgono in altre parti del mondo.

Creatività

Che ripercussioni ha il lockdown sulla sua creatività di tersicoreo?

L’artista è figlio della società in cui vive. La sua opera rispecchia questa relazione, rispecchia la società che lo circonda. Se quest’ultima sta affrontando un momento negativo, anche il lavoro del danzatore ne risente. L’atmosfera che stiamo vivendo in queste settimane non terminerà di colpo una volta finito il lock down. Dunque l’attività del danzatore esprimerà questo stato.

Riesce a mantenere i contatti con il resto del gruppo oppure questa lontananza impedisce di esprimersi?

Si, riesco a mantenere i contatti con i danzatori con cui collaboro. In effetti, nessuno di loro è di Napoli: alcuni danzatori sono in Italia ma in differenti regioni, altri sono stranieri. Per cui usavamo la comunicazione virtuale già prima dell’emergenza. Sono sempre in contatto anche con i miei colleghi di Interno5, Hilenia e Vincenzo. Comunico spesso anche con Rebecca che sta a Hong Kong.

Il cambiamento deve partire dai danzatori

Il Coronavirus ha paralizzato ogni settore produttivo: quali ripercussioni prevede ci saranno nel mondo della danza?

Le conseguenze per l’Italia saranno drammatiche. Eravamo quasi al collasso già prima dell’emergenza, il virus ci ha rivelato che il sistema non funziona. Sarà molto complicato, soprattutto per le medie e piccole imprese, riuscire a rispettare i precedenti standard di produzione. Probabile che gli spettacoli offerti dai Teatri riguarderanno solo artisti più famosi ed in generale ci saranno minori risorse economiche.

Voglio lanciare un appello ai miei colleghi del mondo della danza: bisogna incontrarsi e discutere insieme un nuovo modo di intendere la danza in Campania. I nostri diritti devono essere tutelati, ma questo da solo non basta. È necessario riformare il sistema danza in Campania, non possiamo permetterci che questa emergenza passi senza che nulla cambi. E il cambiamento deve partire da noi danzatori: dovremmo collaborare di più, aiutarci a vicenda.

Cosa pensa dei provvedimenti adottati dal Governo fin ora per sostenere lo spettacolo dal vivo e la danza?

Da un punto di vista puramente economico, sono soddisfatto dei provvedimenti fin ora adottati. Il Ministero e le Regioni stanno elargendo contributi anche a chi, precedentemente, non ne percepiva dalle istituzioni. Purtroppo, fra i danzatori c’è troppa disinformazione e molti non verificano il rispetto dei propri diritti prima di firmare un contratto di lavoro. Ciò può comportare un grave danno per il danzatore, a cui non vengono riconosciute tutte le giornate lavorative che ha realmente svolto.

Al contempo, però, si dovrebbe parlare più spesso di statuto sociale dell’artista. Non si discute molto su cosa significhi essere artisti in Italia, come se parte della popolazione non esistesse. È una grave mancanza ed è paradossale che avvenga nel paese che ha il patrimonio culturale più importante del mondo. In Italia dovrebbe essere fondamentale ripartire dalla cultura, non so se questo avverrà mai.

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Mariavittoria Veneruso
Ballerina, performer e giornalista pubblicista interessata a divulgare la storia e le teorie della danza. Laureata in Discipline della Musica e dello Spettacolo all’Università Federico II di Napoli.