Zarko Prebil
Zarko Prebil

Ha formato intere generazioni di ballerini, con un segno distintivo: la qualità. Unita alla forza, al rigore, all’intelligenza e ad una profonda cultura che attraversa il mondo della danza in lungo e in largo, Zarko Prebil, croato- Premio alla Carriera all’ultima edizione del Premio Roma Jia Ruskaja 2014- ha avuto la fortuna di arricchire la sua esperienza accanto ai grandi ballerini del passato, conquistando nel tempo un ruolo di indiscussa autorevolezza.

Maestro, come ha cominciato a studiare danza e perché?

E’ successo per caso, mia madre mi portava sempre a teatro. Una volta, quando avevo undici anni, vidi Romeo e Giulietta all’Opera di Zagabria, rimasi affascinato e le chiesi di studiare danza.

Qual è secondo lei il primo obiettivo da perseguire?

Bisogna raggiungere un buon livello tecnico che diventa un mezzo di espressione. Ogni passo esprime qualcosa, comunica un’emozione, questa è l’arte della danza. All’Accademia Nazionale di Danza, dove da anni insegno, dico sempre di scrivere ‘Esami di ammissione per artisti della danza’ non per ‘ballerini’…ma nessuno mi ascolta!

Chi ha segnato il suo percorso artistico?

Nel mio paese, la ex Jugoslavia, erano emigrati molti artisti russi della rivoluzione del 1917 e tanti ballerini e coreografi del Teatro Bolshoi di Mosca e del Teatro Mariinskij di San Pietroburgo, il mio primo maestro era stato allievo di Elena Polyakova, celebre ballerina del Teatro Mariinsij. La scuola russa era il punto di riferimento più forte. Da Zagabria, dove ho cominciato a studiare, sono passato all’Opera di Belgrado e nella compagnia di ballo si parlava russo. Nel 1945 quando è arrivata l’Armata Rossa a liberare la Jugoslavia, i russi sono andati via ma è rimasto l’impianto della loro scuola. Terminata la mia carriera di ballerino ho deciso di andare in Russia, all’Istituto Teatrale, per studiare con il grande maestro Nikolai Tarasov, autore di un libro sulla danza maschile. E poi devo molto alla grande ballerina Marina Semionova che mi ha aperto le porte del paradiso della danza, e così mi sono specializzato anche nella danza femminile.

Che cosa la colpisce in un danzatore?

Guardo tutto: l’estetica, la tecnica, la musicalità, l’espressività, la generosità artistica. La tecnica deve essere il mezzo per esprimere, l’arte della danza non è solo saltare, girare, alzare le gambe.

Che cosa è cambiato nel mondo della danza in Italia, in questi ultimi anni?

E’ difficile dirlo in poche parole…Sono tempi un po’ tristi, la danza sta perdendo importanza perché non le danno importanza. E’ sempre stata la cenerentola delle arti negli enti lirici però in passato, con buone produzioni, ha avuto un boom. Al Teatro dell’Opera di Roma, dove ho lavorato tanto, Vittoria Ottolenghi scriveva che quegli anni rappresentavano un periodo d’oro. Per colpa della crisi, il governo ha tagliato molti fondi destinati alla danza e la situazione è molto difficile, gli spettacoli teatrali sono costosi, abbassando le sovvenzioni certo non si incoraggia la produzione artistica. E’ cambiata l’estetica, questa epoca di consumismo ha impoverito le anime e le menti, anche in Russia prima c’era più fermento. A volte ci sono periodi in cui gli artisti producono di più, a volte di meno. Ho sempre pensato che periodi di sofferenza di un popolo producono un approfondimento della vita, l’impoverimento materiale arricchisce la produttività dell’anima. Dopo la guerra la gente viveva con più intensità, oggi ci sono splendidi ballerini ma c’è molta povertà emotiva ed intellettuale. Questo dispiace… i mostri sacri di un tempo: Maya Plisetskaja, Natalia Makarova, Ekaterina Maximova, Vladimir Vasiliev erano grandi artisti, pensatori della danza, usciti da un periodo sociale molto complesso, difficile, con tanti problemi. Ricordo che nella metropolitana si leggeva tantissimo, si aveva sete di arte perché la vita materiale non offriva granché, ora che la vita è migliorata tanto si dà meno importanza ai valori spirituali.

Qual è la cosa più difficile da insegnare?

Non c’è una cosa più difficile…ce ne sono tante! Avendo un buon materiale di base, cioè le doti psico- fisiche, si può iniziare un percorso di lavoro. Niente è facile per arrivare ad alti livelli.

Che cos’è la danza per lei?

E’ la gioia più grande della mia vita. Dopo la guerra c’era la fame, non avevamo niente ma ogni mattina correvamo in teatro perché eravamo felici di cominciare una nuova giornata con la sbarra e vivere la danza in tutte le sue sfumature.

Elisabetta Testa