Ho pensato a lungo negli ultimi giorni ad un articolo di Campadidanza dello scorso febbraio firmato da Manuela Barbato. L’articolo si intitolava “Danza contemporanea Made in Naples, quante occasioni sprecate!”, e con questo contributo la mia collega a ragione metteva in luce come la danza contemporanea d’autore fosse diventata oramai una costante importante nel panorama artistico napoletano ma anche come questa fertile corrente artistica si trovasse a soffrire di “autolesionismo dilagante”: una patologia causata da un sistema che troppo spesso conduce a mettere in scena lavori di giovani coreografi e danzatori “ancora allo stato embrionale e senza una fattezza matura” confondendo le idee del pubblico e “finendo così di fare del male ad un’intera categoria” di artisti.

Già allora mi trovai d’accordo con la mia collega. A mio avviso, in tutta Italia, non soltanto a Napoli, ci si ritrova troppo spesso a prendere “l’arte e metterla da parte” per soddisfare le richieste di un mercato, quale è quello del mondo dello spettacolo dal vivo, che richiede agli aspiranti coreografi e danzatori di produrre tanto materiale: in breve tempo, senza soldi, partecipando ad un’infinità di bandi e concorsi per essere ammessi a residenze artistiche, concorsi nazionali e internazionali, e così ottenere prima dei 35 anni un minimo di serate in cartellone come valido riconoscimento per proseguire, o sperare di proseguire, in questa affannosa carriera. Ma che la carriera nel mondo dell’arte e dello spettacolo sia estrnemamente difficile, e che sia sempre stata così da che mondo e mondo, questo è noto ed è ampiamente dimostrato da secoli e secoli di storia. L’annosa questione riguarda il fatto che questa corsa ai punti sul curriculum, ai like di fb e instagram, e al numero di visualizzazioni che ottengono i video-trailer su youtube e vimeo, certo non aiutano a guarire dall’autolesionismo dilagante, ed alimenta un’altra forma di malattia che a me piace chiamare “pretenzioso intellettualismo”, una sorta di narcisismo artistico sotto il quale si cela, (spero) forse a volte inconsapevolmente, una leggera ma ostile dose di presunzione e arroganza da parte dei giovani professionisti del settore. Così ci troviamo il più delle volte a leggere recensioni e articoli privi di contenuti e critiche reali che hanno lo stesso spessore di una conversazione social (spesso addirittura i “neo-opinionisti” – perché per amor di onestà non li si può chiamare né critici né giornalisti – copiano e pubblicano conversazioni social); incontriamo danzatori giovanissimi non disposti ad impegnarsi in percorsi di ricerca creativa e coreografica, ma ai quali se chiedi quali siano le loro aspirazioni ti risponderanno che vogliono diventare grandi étoile; drammaturghi della danza che spuntano ovunque come funghi senza sapere quale sia realmente il loro ruolo e lavoro nel processo creativo di uno spettacolo; e coreografi che si reputano tali perché hanno montato un pezzo nel saggio della scuola di danza in cui hanno lavorato durante tutto l’anno. L’autocompiacemento reciproco, la mancanza di disciplina e di etica del lavoro sta devastando lentamente una generazione di professionisti e ciò ci potrebbe condurre ad osservare la nascita in futuro di un nuovo teatro, “il teatro del vuoto”.

La necessità per combattere queste tendenze patologiche è creare terreni di condivisione, laboratori didattici e performativi per indurre i giovani ad acquisire consapevolezza della propria esperienza artistica e della conoscenza necessaria per incrementare la propria creatività e professionalità.

A Napoli, così come non mancano teatri e contest che offrano l’occasione di performare i propri work-in-progress,
così non mancano spazi e iniziative pensate per la condivisione delle esperienze coreografiche. Nota, esperta e promotrice di questo genere di iniziative è sicuramente Gabriella Stazio, direttrice di Movimento  Danza – Organismo di Promozione della Danza, che di recente ha infatti curato e organizzato l’edizione 2017 dell’Aperilab. L’obiettivo di questo evento è stato quello di creare un’occasione simpatica e divertente per unire
spettatori e professionisti del settore davanti un cocktail,un frizzante aperitivo, e condividere insieme la comprensione e l’esperienza della danza oggi. Questo progetto è stato attuato lungo due giorni, il 5 e 6 luglio, presso Movimento Danza.

Gli appuntamenti si sono articolati in due momenti: un primo momento, laboratoriale, in cui i partecipanti, esperti e non, guidati da Gabriella Stazio e Sonia di Gennaro potevano sperimentare alcuni semplici principi della contact-improvisation. E un secondo momento performativo in cui sono state presentate short performance – nella serata del 5, Space 3 di Gabriella StazioAscia Plexa Capita di Luca della Corte e Annalisa di Matteo; nella serata del 6, di nuovo Space 3 Yellow di Adriano Bolognino.

Alle performance sono seguite importanti discussioni tra artisti e pubblico. Per Space 3 di Gabriella Stazio, il dialogo ha visto coinvolti i giovani danzatori Martina Galardo, Francesca Gifuni, Valentina Napolitano, Francesca Paola Russo,  e il compositore, nonchè performer del live etectronic, Matteo Castaldo.

Nel confronto con il pubblico la coreografa ha illustrato come ha concepito questa terza sezione della coreografia Place Is The Space (creata nel 2015), e le danzatrici a loro volta hanno esposto al pubblico il modo in cui hanno vissuto il processo creativo e performativo di questa strutturata performance coreografica che però ha dato loro la possibilità di elaborare soggettivi contenuti creativi nell’istante performativo. Spazio per la discussione è stato offerto anche alla componente musicale della breve pièce eseguita passionalmente ed egregiamente dal giovanissimo Matteo Castaldo.

A seguire, il pubblico ha assistito alla short performance: Ascia Plexa Capita (tradotto letteralmente: Decapitata con un’Ascia) di Luca Della Corte e Annalisa Di Matteo, due abilissimi ed esperti performer-coreografi che in questo lavoro sono riusciti a far dialogare le loro differenti personalità artistiche per mettere in scena un melting pot di ready made concepiti Duchampianamente per omaggiare gli anni Settanta e la body art. I due perfomer-coreografi si sono infatti ispirati all’artista francese Gina Pane, e con il loro lavoro hanno voluto ricordare – sulle note della canzone Serena di Gilda Giuliani vincitrice di Sanremo nel ’73 – la Napoli degli anni Settanta in cui l’arte d’autore non era un miraggio, e ad alimentare la creatività e le ambizioni dei giovani artisti erano le performance di Marina Abramovic.

Dopo la loro esibizione Della Corte e Di Matteo hanno raccontato e condiviso con i presenti l’esperienza di questo percorso di ricerca coreografico, di questo lavoro concepito per la vetrina Estate Romana 2016, dell’investimento economico che due giovani artisti come loro si sono ritrovati ad affrontare per poter partecipare a quell’importante iniziativa, di come le loro speranze siano state poi infrante quando quella stessa iniziativa “inspiegabilmente” è stata annullata. Si è discusso con il pubblico, ignaro di determinate dinamiche del mondo dello spettacolo, di come questo genere di episodi capitino spesso e volentieri a chi oggi pratica l’arte della danza e della coreografia. Si è riso insieme di alcune immagini evocate dalla danza dei due performer. E vi è stato un momento serio di confronto sulla drammaturgia della piéce e sulla sua evoluzione nel tempo-ritmo della performance.

Al di là del lavoro presentato, che è risultato essere di qualità e sulla buona strana per offrire un tangibile e originale contributo poetico al panorama della danza contemporaneo napoletano, questi due giovani artisti hanno dato a noi tutti una lezione importante: hanno dimostrato che i risultati si ottengono con il sacrificio, con l’umiltà, la pazienza e l’attenzione, con il coraggio di mettersi alla prova sul serio, di stare in piedi di fronte ad un pubblico ed ascoltare per comprendere il privilegio che si ha quando si sale su un palcoscenico per parlare…

La necessità per superare e guarire da forme di malattia come l'”autulesionismo dilagante”  e il “pretenzioso intellettualismo” della giovane danza d’autore italiana è creare dei terreni di condivisione dell’esperienza artistica come quello dell’Aperilab, per sovvertire la rivalità e tendere verso la collettività, per far acquisire forza alle azioni e dare voce alle nostre artistiche intenzioni.

Letizia Gioia Monda