Teatri di Vetro, il festival delle arti sceniche contemporanee in corso a Roma, dedica la serata di domenica 25 settembre alla giovane danza d’autore. L’appuntamento è alle 20 alle Carrozzerie N.O.T. con i coreografi e danzatori  Francesco Colaleo, Maxime Freixas e Francesca Ugolini, impegnati in  uno spettacolo di sconvolgente attualità, Beviamoci su_No Game, che desidera affrontare la tematica della dipendenza dall’alcool come soluzione facile alla vita. Non si tratta di un gioco, il divertimento delle nuove generazioni rischia di essere un pericolo frequente. Siamo lontani dalla Bohème degli artisti francesi, in un paese dei balocchi dove il bicchiere di troppo trasforma il sogno in un incubo si assiste al degrado di un potenziale creativo inespresso, se non attraverso atti al confine del vandalismo. Il gesto realistico, teatrale e danzato, riconduce nei luoghi della memoria come in quelli della vita reale, dall’alterazione delle percezioni sensoriali alle solitudini interne. A seguire, alle 21, Oralità pastorale [N°2] assolo di Monica Serra. Si tratta della seconda tappa del progetto Oralità pastorale, un archivio di materiali sul paesaggio sonoro riguardanti lo studio del linguaggio dei pastori con le greggi. Una ricerca che mira alla scarnificazione verbale, lasciando maggior respiro a una comunicazione più arcaica, primaria e meno strutturata: sonorità, ritmi, voci, fischi, schiocchi, silenzi e lunghe pause, essenziale nella sua complessità. Il materiale audio raccolto attraverso registrazioni effettuate in loco, manipolato e restituito in partitura sonora, crea l’ossatura della performance. Il corpo in scena dialoga col sonoro attraverso la voce e sequenze di movimento, che come segni ricompongono la grammatica gestuale del pastore, tracce impresse nella memoria riconducibili all’origine di quel gesto. Chiude la serata, alle 22, Planimetrie della compagnia Dehors/Audela, il tentativo di rievocare un interno, nell’imprevedibilità del ricordo, ripartendo da un in(d)izio sempre uguale e diverso. Una stanza, quella in cui ognuno ripone il ricordo della propria essenza più profonda, il manifestarsi di uno spazio tanto preciso quanto indescrivibile, fatto di distanze tra oggetti e proporzioni tra i volumi, e il cui disegno finale però sfugge di continuo, come la memoria che spesso modifica la percezione delle misure e delle distanze.