CONDIVIDI
Sonia Di Gennaro ph Federica Capo

Incontro Sonia Di Gennaro, coreografa, insegnante e danzatrice napoletana e dal nostro scambio di idee ne viene fuori una conversazione appassionata e profonda. Uno sguardo dolce all’indietro tra ricordi e un pizzico di nostalgia che si conclude con una lucida osservazione rispetto al panorama della giovane danza di oggi e un prezioso consiglio per i ventenni che vivono la scena.

Tutta la vita dedicata alla danza e tutto il percorso artistico al fianco di Gabriella Stazio, com’è cominciato il tuo amore per quest’arte e come ha avuto inizio il sodalizio che lega te e Gabriella da sempre?​

La danza mi ha affascinato in un secondo momento. Da piccola frequentavo una palestra poi in seguito dei corsi di ginnastica artistica. Fu proprio la maestra di ginnastica a consigliarmi di iscrivermi in una scuola di danza. Così iniziai con la classica.
Più tardi, verso i 18 anni, ho conosciuto Gabriella Stazio e la danza contemporanea. E lì ho capito che non avrei potuto fare altro nella mia vita. Ero felice, mi sentivo “al posto giusto “.Così decisi di lasciare l’università e rischiare. Mi è andata bene. Con Gabriella ho avuto subito feeling. Mi piaceva la chiarezza che aveva nel comunicarci i suoi progetti e le sue coreografie e il rigore con cui venivano messe in pratica. Senza rinunciare a un pizzico di ironia e leggerezza che rendeva il lavoro piacevole e divertente. Ancora oggi trovo il suo linguaggio sempre vario, stimolante. Noi danzatori veniamo diretti con grande chiarezza, ma abbiamo anche una grande libertà espressiva.
Hai lasciato l’università, ma hai cominciato un percorso fruttuoso e a volte stremante. La tua carriera non lascia nulla nell’angolo, infatti ti dedichi con assoluta dedizione all’insegnamento, all’arte della coreografia e ad andare in scena come performer e danzatrice. Tre ruoli diversi che si nutrono dello stessa linfa, come riesci a conciliare il tutto? In quale delle tre dimensioni appena elencate ti senti maggiormente realizzata e ispirata?

Nonostante le difficoltà da affrontare giorno per giorno ho sempre vissuto la danza come qualcosa di naturale ed estremamente piacevole. Non mi stanca e non mi ha mai annoiato. Mi è più facile danzare che parlare. Forse questo mi consente di fare la performer e l’insegnante e fare coreografia nello stesso momento. Ovviamente alla base c’è una scelta ben precisa: da sempre quasi tutto il mio tempo è dedicato alla danza in tutte le sue forme. Mi sento a mio agio quando danzo, sempre. Quando sono in scena vivo pienamente la possibilità di essere me stessa senza filtri ed è forse questa la dimensione che mi piace di più! Quando insegno invece mi affascina lo scambio di energia che si crea tra i corpi dei ragazzi. Mi interessa meno il fare coreografia forse perché lo trovo meno coinvolgente. Ho sempre sentito il bisogno di danzare e insegnare, non tanto quello di coreografare.

In più occasioni si è potuto apprezare il tuo riferimento alla tecnica Cunningham, tanto nello studio in sala quanto nel modo in cui strutturi e crei una coreografia, perché Cunningham, cosa ti ha portato a legarti a questa tecnica e in cosa sposa il tuo modo di essere?

La mia formazione di danzatrice contemporanea inizia con la tecnica Cunningham, è vero. Li ho trovato la pulizia del movimento e un lavoro sul corpo essenziale e completo. Ne ho apprezzato le possibilità di apertura che mi dava come costruzione dello spazio. Onestamente però, oggi non posso dire che il mio riferimento sia esclusivamente quello Cunningham, né nella lezione, né nella composizione.
Ho cercato subito di fare anche altro, mossa dalla curiosità sui tanti modi in cui ci si può muovere. Il corpo mi ha sempre affascinato. La mia “sfida “, giocosa, è quella di mettere insieme tante possibilità di movimento rimanendo fedele ad un principio base: le esigenze del corpo e la sua salute. Un corpo che trova il modo di affrontare le dinamiche senza irrigidirsi è un corpo che danza.

Il tuo talento di danzatrice è ben noto e il pubblico apprezza da sempre ogni tua esibizione, quali sono i più bei ricordi che porti dentro riguardo uno spettacolo che ti abbia visto in scena?

Le tournée all’estero con la compagnia Movimento Danza sono un ricordo importante. Abbiamo danzato in Brasile,Argentina, Malesia, Cina. Siamo stati a San Francisco, Londra, Dublino, siamo stati in Kenia, Etiopia, Lussemburgo. Non ricordo neanche più tutti i Paesi dove abbiamo danzato. Ogni serata avevamo un programma impegnativo e sempre diverso. Eravamo una compagnia molto compatta, lavoravamo con la consapevolezza che quello che stavamo facendo era importante per noi e per la ricerca. Ho dei ricordi molto belli di quegli anni.
Ho stretto collaborazioni anche con altre compagnie, ho sviluppato laboratori di ricerca con colleghi, tutte esperienze estremamente piacevoli.
Ma io vivo poco nel passato, oggi preferisco godere dell’ultima creazione di Gabriella Stazio che ho danzato poco fa. Place is The Space è stato il mio ritorno in scena dopo due anni di assenza e in questo momento è un bellissimo segnale di apertura verso una nuova ricerca che non so dove mi porterà. Forse mi porterà a danzare ancora un po’ e in maniera diversa o ad indicare nuovi percorsi ai miei allievi.

Perché hai scelto di restare a Napoli e di mettere radici in un posto così difficile in quanto ad occasioni date al mondo della danza e dell’arte in generale?
​Cosa ricordi delle tue esperienze e stere e cosa ti porta a restare qui?​

Sono rimasta a Napoli perché semplicemente stavo bene. Lavoravo con la compagnia Movimento Danza che mi offriva scenari e linguaggi sempre diversi. Insegnavo con soddisfazione presso la scuola Movimento Danza e pian piano anche in altre scuole dove la danza contemporanea non era ancora conosciuta. Inoltre avevo il piacere di contribuire alla realizzazione di qualcosa di bello e importante per la mia città. Napoli è una città vitale e stimolante. Ho sempre pensato che danzare è una bella cosa in ogni luogo e andare via da qui mi avrebbe tolto una parte di questo piacere del fare.
Ho studiato all’estero per periodi più o meno lunghi per arricchire la mia formazione, ma alla fine ho sempre sentito un forte legame con la mia città.

Immagina di avere davanti a te un giovane coreografo o un giovane danzatore, qual è il consiglio che senti di dargli affinché non commetta errori che possono invece essere evitati?

Consigli? Ai miei allievi prossimi alla professione cerco di passare quel concetto di verità che secondo me è molto complesso da capire e ottenere. Il danzatore è un corpo che comunica. E per comunicare deve sentire prima su se stesso. Emozionarsi per riuscire ad emozionare e vivere il momento in prima persona.
So per certo che danzare è innanzitutto un modo per essere veri e felici e secondo me oggi c’è bisogno di questo .

Dimmi tre differenze che secondo te intercorrono tra un danzatore ventenne di oggi e un danzatore ventenne della tua generazione.

Domanda difficile. Noi eravamo degli animali appassionati e tenaci, rischiavamo il certo per l’incerto mossi dalla determinazione. Avevamo una progettualità che oggi vedo indebolita. Ognuno di noi lavorava sodo senza aspettarsi nulla da nessuno e cercavamo di afferrare il nostro spazio.
Oggi vedo danzatori e danzatrici bravi, molto bravi, con addosso informazioni di ogni tipo, ma forse proprio per questo più superficiali. Vedo un grande potenziale creativo, ma anche confusione nei fini da perseguire
È solo un’osservazione senza giudizio, magari questa confusione porterà a qualcosa di innovativo. Come maestra che insegna da trent’anni e danzatrice altrettanto matura osservo e prendo atto di questo cambiamento. Fin quando riesco a comprenderlo lo sposo nella speranza di tirare su danzatori liberi e creativi. Laddove vedo presunzione e inconsistenza faccio un passo indietro e aspetto. La danza alla lunga non si smentisce mai e ha sempre ragione.

Manuela Barbato

Iscriviti alla newsletter di Campadidanza

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.