NAPOLI – Verso la fine degli anni ’60, alcuni scienziati come Ilay Progogine, Francisco Varela, Harnod Morowitz ed Enzo Tiezzi, fondarono una nuova disciplina oggi notoriamente riconosciuta come scienza della complessità. Questi scienziati si resero conto che in natura vi erano alcuni fenomeni che le scienze dure da sole non erano in grado di spiegare, e intuirono che era necessario un approccio sperimentale, un atteggiamento più morbido per applicare quel sapere così esatto a qualcos’altro che poneva l’esattezza in un sistema in cui il disequilibrio conferiva ordine alla materia. Ma come saggiamente ha scritto Edgar Morin «nei sistemi complessi l’imprevedibilità e il paradosso sono sempre presenti ed alcune cose rimarranno sconosciute». A discapito di ciò esiste un laboratorio speciale che può dare forma ai passaggi di equilibrio, un laboratorio in grado di svelare gli affascinanti misteri della nostra natura. Questo laboratorio è il teatro, un luogo in cui le teorie scientifiche possono diventare motori di ricerca di epifenomeni performativi in grado di rivelare quelle cose che secondo Morin rimarranno sconosciute alla scienza perché espropriate di un corrispettivo umano. Una dimostrazione di ciò è stata offerta quest’anno durante l’ultimo appuntamento della rassegna Quelli che la danza: linguaggi della danza contemporanea ospitata dal Teatro Nuovo di Napoli. In questa occasione la coreografa Gabriella Stazio ha presentato in anteprima assoluta il suo nuovo lavoro La teoria dello sciame intelligente, un’opera che sfida i confini empirici per mettere in scena l’equivalente umano di uno sciame coreografico. La Stazio con questa performance ha dimostrato la sua maestria di coreografa proponendo il prodotto di un processo di ricerca coreografica in cui coesiste la sperimentazione e la qualità. Lo spettacolo si ispira liberamente alla teoria dello Swarm Intelligence coniata in Biologia animale per spiegare il comportamento collettivo di alcuni individui – insetti sociali, banchi di pesci, stormi di uccelli – in grado di organizzare le loro azioni senza avere un leader a guidarle. L’ambiente coreografico si fa in questo lavoro laboratorio per verificare se un gruppo d’artisti può trasformarsi in uno sciame coreografico adottando i sistemi di comunicazione tipici dei un banchi di pesci o delle colonie di insetti in cui «le interazioni tra i soggetti garantiscono la propagazione delle informazioni con un sistema robusto e flessibile». La danza così si sviluppa su un sistema di organizzazione coreografica molto preciso che funge da canale di trasmissione delle informazioni. Come in un gioco del telefono, per mezzo di segnali acustici (suoni, voci) e visivi, le cinque danzatrici – Ana Cotorè, Valeria D’Antonio, Sonia Di Gennaro, Simona Perrella, Luana Rossetti – si scambiano in-form-azioni in tempo reale per attuare gli imprevedibili tasks che emergono dalla lettura di alcuni foglietti presenti in scena. Queste in-form-azioni durante il corso della performance vanno costantemente spostando e mutando l’azione dell’intero gruppo. Il comportamento delle danzatrici così come quello degli animali è determinato dalla persecuzione di un obiettivo. Quindi l’equilibrio extraquotidiano che rappresenta il fondamento della danza emerge in questa performance dal sistema coreografico stesso che prevede che venga mantenuto un equilibrio entropico nell’azione temporalmente irreversibile. L’irreversibilità d’altronde è resa dinamica da accellerazioni e sospensioni che spronano costantemente l’attenzione dello spettatore che in questo modo resta ancorato all’ascolto di quei corpi in metamorfosi. Mentre alla musica, strutturata su tre livelli – un primo livello di musiche registrate preesistenti di John Cage, György Ligeti, Oake, Orphx, Diego Stocco; un secondo livello composto dal vivo dal talentuoso Matteo Castaldo; e un terzo livello costituito dalle voci delle danzatrici – viene affidata una funzione sensibile a nutrimento dell’intero tessuto vivente coreografico. La performance si sospende in un unico momento dove le tendenze di movimento animale delle danzatrici vengono lasciate nel sottotesto per far emergere dalla danza umana del singolo l’esperienza cinestetica dell’intero collettivo. Ma zac, zac, bluo, bluo, iii,iii, ed ecco che i suoni evocati dalle stesse danzatrici richiamano nei loro corpi le qualità di movimento animale protagoniste della performance.

Come in uno stormo di uccelli alla cui testa è possibile distinguere il volatile più forte che indica agli altri il percorso da seguire per perseguire l’obiettivo e raggiungere la meta, anche nello sciame coreografico della Stazio una danzatrice si distingue sopratutte, è Valeria D’Antonio che in questa performance dimostra non solo la capacità di gestire alla perfezione gli stimoli provenienti dall’ambiente ma soprattutto la capacità di attuare nella sua danza una vera a propria metamorfosi kafkiana dell’idea coreografica alla base del lavoro.

La creatività comincia nel punto in cui si incontrano ordine e disordine, questo è il fondamento di La teoria dello sciame intelligente, di quella danza in cui l’equilibrio entropico è effetto della complessa e autonoma organizzazione di un gruppo eterogeneo di individui. E quando la varietà delle presenze riesce a coesistere in quella complessità si rivela qualcosa di straordinario ma forse come dice Morin per molti, per coloro che non hanno convissuto l’esperienza di questo prezioso evento, questo segreto resterà sempre sconosciuto.

 

Letizia Gioia Monda

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