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Saved dreams al Teatro Nuovo: una denuncia contro lo sfruttamento

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NAPOLI – Il terzo appuntamento del MONDAY DANCE di quest’anno, lunedì 25 novembre presso il Teatro Nuovo, si è concluso con Saved dreams realizzato dalla Compagnia Danza Flux fondata e diretta da Fabrizio Varriale e Chiara Alborino.

Prodotto da Artgarage, Saved dreams è un estratto della trilogia Animali e sogni, progetto iniziato nel 2013 che comprende le coreografie Horse Boy in Apnea, vincitrice del bando di produzione E45 Fringe Festival/NTFI 2013, e Dreaming Horses, che ha debuttato nel 2018 al Festival della Città di Vico Equense; fa parte del progetto anche Cavallo Invisibile, installazione di Davide Iodice.

Sulla scena si muovo tre interpreti femminili: un’attrice-cavallerizzo, Angela Garofalo, e due danzatrici-cavallo, Francesca Fogliano e Claudia Crispino. L’utilizzo del contro luce e della tonalità caldo-dorata rende la pelle delle due danzatrici simile al manto dei cavalli e crea un effetto slow-motion, proprio come se ci trovassimo in un sogno. In realtà, le ragazze-cavallo danzano freneticamente, tanto veloci da togliere il respiro, mentre la donna-fantino detta il ritmo dei loro movimenti con la frusta. Accompagna la performance forsennata un assordante riecheggiare di nitriti e zoccoli di cavalli al galoppo, che rende l’azione ancor più incalzante, come una corsa senza fine. Il martellare della frusta, però, non ha effetti solo sulle danzatrici – le quali reagiscono ai colpi ora tentando di ribellarsi, ora  arrendendosi sottomesse – ma sembra agire anche sull’amazzone. La donna è così sospinta a parlare, a rievocare frammenti di sogni che non le appartengono, – che sono stati raccontati da gente comune, rivelano Chiara Alborino e Fabrizio Varriale a fine serata – incubi e fantasticherie che la inducono a cambiare voce e postura, quasi fosse un’invasata. L’immagine del cavallo – nata spontaneamente da un’improvvisazione dello stesso Varriale ed adoperata senza troppo indagare sul significato in essa nascosto, raccontano gli autori – è metafora dell’istinto animale a cui tutti noi inconsciamente ubbidiamo: le danzatrici-cavallo tentano di ribellarsi alla loro natura animalesca ed elevarsi allo stato umano, alla postura eretta, senza riuscirci mai definitivamente. Processo analogo subisce l’amazzone che, sotto i colpi della sua stessa frusta e con le braccia sempre sospese a reggere invisibili redini, regredisce alla condizione di bestia. Interessante coincidenza che lo spettacolo sia andato in scena nel giornata mondiale della violenza contro le donne: la performance delle tre donne – i volti celati dalle lunghe chiome-criniera, a indicare che privare un essere vivente di un volto equivale a privarlo della propria dignità – vuole essere un atto di denuncia contro lo sfruttamento delle donne, degli animali, contro ogni forma di violenza.

Mariavittoria Veneruso

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