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Lo scorso anno Elisabetta Bonfà e Sara Bizzoca hanno vinto il bando “Residanza – La casa della nuova coreografia” di Gabriella Stazio con “Na die Ander”, un lavoro che affronta il tema dell’immigrazione. Di recente sono tornate a Napoli per mostrare il prosieguo del loro progetto nell’ambito della rassegna “Second hand – Di seconda mano”. Di questa esperienza ce ne parla la barlettana Bizzoca.

Sara, com’è stato tornare a Napoli?

Questa data è stata essenziale per arrivare ad una forma definitiva del lavoro. Non abbiamo avuto altre repliche dopo lo scorso anno perché siamo state impegnate con altre produzioni. La novità, oltre allo sviluppo della coreografia, è stata rappresentata dall’inclusione dei ragazzi della scuola.

Lo spettacolo com’è nato?

Io ed Elisabetta ci eravamo conosciute in un seminario a Cortona da Giorgio Rossi. Ad Elisabetta, che all’epoca abitava in Abruzzo, le fu chiesto di partecipare al dAdA, la vetrina per giovani coreografi abruzzesi. Questa, nell’aprile 2016, è stata la prima occasione per lavorare insieme e che ci ha viste, appunto, pensare allo spettacolo.

L’idea di “Na Die Ander” chi l’ha avuta?

Eleonora Coccagna ci aveva suggerito di lavorare su una tematica sociale. E una di quelle che ci toccano maggiormente è questa dell’immigrazione. Ci ha stimolate pure la questione su chi siano i migranti, considerando i giovani che vanno a lavorare all’estero, anche se lo sviluppo del lavoro è poi andato in un’altra direzione.

La sintonia con Elisabetta si è creata subito?

Sì. È una sintonia non solo in sala o sul palco, nata dalla nostra amicizia.

La vittoria dell’edizione 2016 di “Residanza – La casa della nuova coreografia” cosa ha significato per voi?

E’ stata una soddisfazione dopo un anno di progetto. Ma abbiamo anche vissuto un momento in un certo senso critico perché la vittoria ha significato un impegno totale, dovevamo lavorare al massimo per arrivare a dare una forma compiuta al nostro lavoro. Da un lato c’era un forte stimolo nel continuare, dall’altro la difficoltà legata all’aspettativa che avevamo noi e, presumo, anche il pubblico.

Hai studiato in Germania, laureandoti alla “Folkwang Universität der Künste”. Cosa ha rappresentato per il tuo bagaglio artistico?

Ho studiato in una delle scuole storiche d’Europa, un’università. In Italia, a parte l’accademia nazionale, non esiste una struttura simile. Ho avuto la possibilità di aver conosciuto Pina e gli insegnanti storci della compagnia. Inoltre, ho potuto avvertire una considerazione diversa della danza, considerata dai tedeschi una professione a tutti gli effetti, mentre da noi spesso si è costretti al doppio lavoro. La vera differenza è che in Germania la danza è rispettata, mentre qui è l’ultima fra le arti.

E’ per questa ragione che, pur lavorando in Italia, sei in stretta connessione con l’estero?

Di base sono in Puglia, ma molte produzioni e progetti vedono un collegamento tra l’Italia ed altri Paesi. Con la compagnia con cui lavoro, l’Associazione Koreoproject, e la coreografa Giorgia Madamma, inoltre, organizziamo Uni-Tanz, il Summer Campus della Folkwang, che si tiene a Lecce tra agosto e settembre. Il nostro obiettivo è portare la nostra esperienza e far conoscere la realtà della Germania qui in Italia. Vogliamo far capire che c’è un mondo all’estero, ma molte volte il problema è che le scuole di danza sono chiuse.

Cosa intendi?

Non danno tutte le informazioni, prediligono certe realtà piuttosto di mettere a conoscenza su tutte le opzioni che ci sono.

Prossimi progetti?

Vogliamo continuare a lavorare su “Na Die Ander” e portarlo all’estero.

 

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