A pochi giorni dall’anniversario della scomparsa di Rudolf Nureyev un pensiero vola all’immagine intatta non romanzata della sua persona. Ogni essere umano che abbia vissuto una vita memorabile tra fama, successi, legende diviene poi mito dopo la sua morte ed è proprio questa mitizzazione a deformarne in maniera irreversibile la genuinità del suo essere stato uomo tra gli uomini. Si finisce per essere consacrati dèi, per essere privati dei propri difetti e delle proprie fragilità, dei propri spigoli e delle proprie ombre per divenire inverosimilmente un entità benevola, gentile, amabile, irripetibile che cambia con l’evolversi dei racconti e delle legende. Tutto ciò non rende però giustizia alla veridicità di ciò che una persona è, al suo essere stato al mondo in un modo specifico e non in un altro, al suo scegliersi e alla fedeltà a se stessi. Si finisce al contrario col creare una fittizia realtà dicotomica dove il vero uomo deve convivere per sempre con il mito, in un certo senso, dis-umano che gli è stato costruito addosso. E allora accade pure che un ribelle, un dissacratore, un uomo libero da qualsivoglia morale o imbracatura etica venga ricordato come un gentile e affabile damerino da gran gala. Rudolf Nureyev era tutt’altro dal gentleman che vogliono rifilarci i romantici e i nostalgici che magari lo hanno conosciuto per un quarto d’ora o che lo hanno incontrato in occasioni eleganti e raffinate, lui, una volta chiuso il sipario e spente le luci doveva fare i conti con immensi tormenti, paure, psicosi e un irreversibile rifiuto per qualunque ordine gerarchico tanto per strada, quanto in sala ballo o tra i conoscenti. Dopo una gioventù trascorsa tra le violenze psicologiche del comunismo nell’Unione Sovietica (1922-1991) e la chimera del sogno occidentale Rudolf dovette convivere con un eterno sentimento di rabbia e rivalsa tra le luci della scena e le ombre della notte.

Com’è noto Nureyev risultò positivo al test del HIV nel 1984, il virus aveva fatto la sua comparsa in Francia intorno al 1982, se ne sapeva davvero poco e per moltissimo tempo non furono disponibili cure efficaci. Alcuni aneddoti che riguardano la sua vita lavorativa e quella privata sono venuti alla luce di recente sulla stampa estera e grazie alla pubblicazione di alcuni libri – ancora non tradotti in italiano – emerge un ritratto nuovo e disarmante della stella dell’est. Non che il pubblico fosse completamente all’oscuro riguardo il suo caratteraccio, al contrario, un vocìo costante circa i suoi diversi alter ego tra violenza e ribellione e dissolutezza c’è sempre stato, ma si tratta di un vocìo sommesso e timido, perché si pensa erroneamente di tradire la sua magnificenza divina ammettendo le sue debolezze umane.

Nelle occasioni pubbliche come le serate di gala, le feste, gli spettacoli mostrava un lato di sé affabile e gentile, un’aristocrazia dei modi quasi d’altri tempi, ma in sala prove e nei camerini la tensione si trasformava in rabbia ed il sapere di essere il migliore tra i migliori gli consentiva di trattare chiunque gli fosse accanto come un sottoposto indegno di qualsivoglia forma di rispetto.

Beryl Gray, 90 anni compiuti lo scorso giugno, prima ballerina inglese ad aver danzato al teatro Bolshoi e direttrice artistica dell’allora London Festival Ballet (oggi English National Ballet) dal 1968 al 1979 racconta, nella sua autobiografia, alcuni aneddoti della sua vita lavorativa con il grande ballerino. Nel 1977 invitò Rudolf Nureyev a creare per i suoi ballerini Romeo & Juliet, che ancora oggi resta la versione coreografica portata in scena dalla compagnia londinese. Nei suoi diari scrive: “Ogni giorno era diverso e imprevedibile […] 
come grande artista e produttore era fantastico, era fonte d’ispirazione per i nostri ballerini, ma detestavo il suo linguaggio volgare, la sua costante maleducazione e i malumori imprevedibili.”
Nel suo “For the love of dance” (Oberon Books, 2017) Beryl ricorda un’esibizione di Romeo e Giulietta in cui Nureyev “ha attaccato una delle nostre principali ballerine, Liliana Belfiore, imprecava furiosamente fino a prenderla a calci sul sedere così forte che ha lasciato il palco con grande dolore. Fu chiamato un medico che, dopo averla visitata, disse che il coccige era stato danneggiato e addirittura piegato dai calci”. A quel punto Beryl decise di affrontare Nureyev nel suo camerino, ma lui “non si è scusato. Cominciò a camminare velocemente avanti e indietro dicendo che per l’accaduto non gli dispiaceva affatto, limitandosi ad affermare ‘Sono il più grande ballerino al mondo e posso fare quello che voglio’. A cui replicai senza timore ‘Ci sono anche altri grandi ballerini, Rudi’. A quel punto lui era furioso, prese  un coltello e mi minacciò, ma fu trattenuto dal suo massaggiatore, Luigi. Era così imprevedibile, così arrogante. Un minuto non poteva essere più gentile con tutti, delizioso con me, ma entro un secondo, cambiava completamente”.

Anche Simon Robinson, ultimo giovane assistente di Rudolf, racconta nel suo libro “A year with Rudolf Nureyev” (Quercus, 2013) di un uomo irascibile e volubile, pieno di ossessioni e rituali assurdi, capace di creare il vuoto intorno. Iniziò a lavorare per lui nel tour di The King And I, non sapeva nulla del balletto, e suppose fosse per motivi riguardanti lo spettacolo che Nureyev dovesse dormire in una stanza d’albergo con le finestre chiuse e il riscaldamento alzato al massimo, indossando una tuta di spugna sopra una felpa di Topolino. “I sudori notturni – così estremi che Nureyev si svegliava spesso nelle prime ore con i vestiti inzuppati – erano il suo strano modo di tenere i suoi muscoli caldi dopo 30 anni di usura”. La vita di Simon al servizio del grande ballerino pare fosse durissima, ma nonostante i litigi e le discussioni furiose da cui Nureyev pretendeva di uscire sempre vincente, decise comunque di restare al suo fianco. “Non c’era mai motivo di discutere, discutere era una sfida e, poiché Rudolf non sbagliava mai, una sfida equivaleva al tradimento“, scrive Simon. Aveva bisogno di vincere ogni confronto e spesso si alzava e usciva dalle riunioni se si rendeva conto che “non stava vincendo una discussione”. Simon doveva guidare, portare borse, sorvegliare il mantenimento di ognuna delle sei case del maestro in cui si trovavano, effettuare prenotazioni di volo e occuparsi della lavanderia e dei vestiti, non poteva avere ragazze e dovette imparare a cucinare. I rituali che caratterizzavano la vita di Nureyev erano tenuti in equilibrio da Simon: il tè caldo doveva essere servito ad intervalli regolari al mattino e quando usciva dal palcoscenico. Doveva essere nero, poco zucchero e cucinato con il succo di mezzo limone. “In un particolare hotel – ricorda Simon nel suo libro –  i rubinetti del bagno dovevano essere impostati per produrre acqua con la giusta e precisa temperatura”. Simon in poco tempo capì che piacere a Nureyev non era solo difficile, era impossibile. Non aveva pazienza con nessuno che non capisse immediatamente ciò che voleva e diventava una furia incontenibile scagliando qualunque oggetto contro il muro e urlando: “Idioti!” In un’occasione, Simon fu costretto a cucinare il salmone sei volte prima che fosse ritenuto perfetto.

La rabbia e le frustrazioni che sembravano caratterizzare le sue giornate venivano poi incanalate e sublimate nelle esperienze notturne tra sesso promiscuo, risse ed esperienze al limite. Il suo difficile rapporto con il padre, che aveva sempre odiato in quanto  ufficiale dell’Armata Rossa e decorato eroe di guerra che lui definiva “un brutale stalinista” e il non aver più visto la mamma per ben 26 anni se non in punto di morte in quanto le era stato vietato viaggiare dal regime comunista, lo avevano poi portato al categorico rifiuto di ricevere ordini, all’abitudine di sottomettere chiunque e tenere testa in qualsiasi situazione anche dove non c’era assolutamente bisogno di prevalere. La sua vita era un gioco di ruoli, sempre, e questo gioco di ruoli che sfociava poi in degenerazioni e perversioni lo portò a frequentare sempre più spesso le cosiddette bathouse e i private club che negli anni ’70 in Europa, ma ancor di più in America, si diffusero ovunque: erano il regno del sesso promiscuo e delle orge. Donne e uomini, storie di un attimo e lunghe relazioni stabili, ragazzi giovanissimi o amici di sempre, la vita di Rudy era profondamente scandita da un’attività sessuale talmente frenetica da essere percepita come segnale di un profondo dolore e disordine emotivo e sentimentale. Quando gli fu diagnosticata la malattia, nel 1984, se ne sapeva ancora molto poco e per anni Nureyev decise di tenerla nascosta per non ammettere né a se stesso né agli altri quello che stava accadendo al suo corpo e al suo mito che piano piano si spegnevano. Lui aveva bisogno del pubblico, viveva di applausi e di consensi senza i quali sarebbe crollato e continuò, finché poté, ad allenarsi di giorno, ad esibirsi la sera e a cercare il sesso liberatorio e non protetto ovunque e con chiunque di notte nonostante la sua malattia e il pericolo di contagio.

Nureyev non dimostrò mai grande affetto per nessuno in maniera sincera, lui credeva solo in Nureyev, ma quell’esasperato egoismo lo aveva portato fuori dall’incubo russo e gli aveva dato la forza di diventare il più grande ballerino del mondo.

L’intenzione di questo ricordo non è quella di infangare un mito, ma di separare la vita privata da quella pubblica e rendere giustizia al demone ribelle e irriverente che abitava dentro di lui e che lui ha scelto di assecondare vivendo un’esistenza dissoluta al limite della decenza, mentre invece in molti si intestardiscono nel dipingerlo come un cavaliere e gentiluomo, nobile e affabile che aveva, forse, solo un brutto carattere. Resta la più brillante stella del firmamento, resta l’idolo indiscusso dei danzatori di ogni tempo e di ogni dove, ma bisogna avere il coraggio di conoscere la verità riguardo la sua vita e nonostante tutto amarlo lo stesso.

Manuela Barbato