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Roma- Il lago senza tempo di Fredy Franzutti

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ROMA_Il 2 e il 3 novembre scorso, al Teatro Olimpico di Roma, Il Lago dei Cigni di Fredy Franzutti ha festeggiato i suoi vent’ anni con tre repliche di successo mantenendo immutata la sua gradevolezza. Il risultato, direi, di un’ intelligente rilettura che in tutta la sua originalità riesce a mantenere intatto il mito della leggendaria fiaba di Čajkovskij/Petipa. Il lago dei cigni di Čajkovskij, considerato oggi il balletto di tutti i tempi non ebbe, come in molti già sapranno, un successo immediato. Dopo le sofferte prémieres russe del 1877 con Reisinger e del 1880 con Hansen, il balletto ottenne il successo tanto ambito solo in seguito alla morte del compositore con la versione integrale di Petipa/Ivanov, in tre atti e quattro scene, in prima rappresentazione al Mariinskij di San Pietroburgo il 27 gennaiodel 1895.  Da allora il balletto non è più uscito dalle scene di tutti i teatri del mondo fino ad ispirare i coreografi del Novecento in originali e alcune volte stravolgenti rivisitazioni. A cominciare dalla freudiana rilettura di Matz Ek del 1987 seguita dal lago tutto al maschile di Matthew Bourne fino alle più dissacranti rivisitazioni di Rydman e Ekman di questi ultimi anni.  Innovativa e rispettosa della tradizione è invece la riuscita rilettura del Lago di Fredy Franzutti che non solo riconosce la sacralità della partitura Čajkovskijana ma ne omaggia il compositore a cominciare dalla ricerca e lo stimolo creativo. Tutto inizia con un viaggio di piacere che il coreografo leccese compie nel castello di Neuschwanstein di Ludovico II di Baviera circa cent’anni dopo quello sul Reno di Čajkovskij, circostanza che suggestionò non poco il compositore tanto da suggerirgli il titolo e il tema dell’opera. E’ proprio sulle rive del lago di Neuschwanstein, tra la fine dell’‘800 e il primo dopoguerra, che Franzutti ambienta la sua tragica fiaba di fine secolo. Un gruppo di giovani borghesi, benestanti e nobili, si ritrova dopo un anno per le vacanze estive, tra loro anche un discendente della dinastia di Ludovico II destinato alla stessa sorte del suo nobile antenato e cioè morire annegato nel lago. La loro storia scorrerà parallela a quella di Petipa con un tragico finale “alternativo” che muterà la sorte di tutti i giovani condannati a essere cigni per l’eternità. Il sipario si apre sui colori e il clima spassoso della prima scena, un evidente richiamo al Ballo al Moulin de la Galette di Renoir, costumi bellissimi e particolareggiati, nulla è lasciato al caso. I ballerini seppur in coro si distinguono come attori della belle époque interpretando tutta la freschezza e la leggerezza giovanile. Beatrice Bartolomei è la vedova Jodie Anne, un’insolita madre di Siegfried, per nulla attempata e desiderosa di divertirsi tanto da azzardare un anacronistico e ironico charleson di gruppo. Sotto la frangetta lo guardo vivace di Alice Leoncini molto brava nei panni di una principessa “tutta pepe”.  Dall’ironia dei personaggi sulla riva in guanti, cappellini e merletti alla tragicità delle insidie del lago. Siegfried lascia il gruppo di amici per una nuotata e da solo incontra il demone Rothbard che lo seduce e convince a seguirlo nel bosco. Rothbard, un avvincente Alessandro De Ceglia, assume sembianze più umane seduto di spalle su una sedia, mentre tiene a guinzaglio con delle funi alcuni cigni, bello e dannato anche lui, come i suoi cigni, palesa tutto il suo tormento. Similmente al Dorian di Wilde, presto tutti i ragazzi cedono alla tentazione di una duratura giovinezza e bellezza, in cambio però sono destinati ogni sera a trasformarsi in bianche creature asessuate. Sul lago, di notte, i guanti della belle epoque diventano becchi e lunghi colli, mentre le piume degli abiti tutti al femminile degli uomini ci restituiscono l’immagine di un’omosessualità latente. Come da tradizione sono le rive del lago il luogo d’ incontro tra Siegfried, Matias Iaconianni, e l’eterea e incantevole fanciulla, Nuria Salado Fustè, nei panni di Odette/Odile, protagonisti eleganti e raffinati perfetti interpreti dei pas des deus d’autore, il coreografo, senza deludere le attese degli amanti del ballet classique, ci trasporta solo idealmente nel paradigma del repertorio classico. La compagnia del Balletto del Sud credo non abbia nulla da invidiare ad un corpo di ballo di qualsiasi ente lirico italiano.  E’ la prima cosa che ho pensato dopo i primi dieci minuti del Lago di Franzutti. Un encomio per il coreografo che con disinvoltura mette in scena sue creazioni di grandi balletti con un organico di ventisette giovani tersicorei tecnicamente molto validi di cui un corpo di ballo esule dall’ anonimato inevitabile della coralità del balletto romantico. A distanza di venti anni il suo Lago piace ancora e allora, se è vero che il tempo è un inevitabile giudice, severo ancor più nella fugacità della danza, potremmo già considerare Il lago dei cigni di Franzutti una creazione senza tempo, erede dell’immortalità che aleggia sulla leggendaria fiaba di Čajkovskij/Petipa.

                                                    Fabiola Pasqualitto

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