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6 aprile 2014. L’ultimo appuntamento della rassegna di danza contemporanea d’autore “Invito di Sosta” dell’Associazione Sosta Palmizi di Cortona (Arezzo) è l’anteprima nazionale de “L’Incontro”, progetto coreografico di e con Maria Muñoz e Raffaella Giordano. Il pubblico di professionisti, specialisti, amatori, frequentatori e curiosi del Teatro Mecenate di Arezzo incontra due importanti figure della danza contemporanea internazionale di o ggi vivendo con un reale sentimento alterno il loro incontro in scena.

L’ambientazione minimalista dello spazio si compone di elementi chiarissimi, una tabula rasa eppure densa delle stoffe che compongono la scena e gli abiti delle due danzatrici, si offre ad un trascorrere di suoni, movimenti e cambi di luce che indicano un percorso, più che un tracciato reale, esperienziale.
I passi tornano nello stesso posto, ma i piedi stanno in un altro paio di scarpe. Sono le tue scarpe.”
“L’Incontro” è una sorta di conversazione a distanza tra due persone, una passeggiata in un bosco, dove improvvisamente arriva la pioggia, o un forte vento, che spinge chi si trova a percorrerlo a compiere deviazioni, a separarsi dal compagno di cammino, a litigare, a perdersi, a desiderare spazi urbani, a vagare solitari, a ritrovarsi, ad abbracciarsi. È una linea continua ma non uniforme di passaggio da un sentimento all’altro cercato attraverso la relazione, la volontà di relazione, una sete necessaria, che non sempre, come nella vita, arriva ad un vero e proprio incontro. Anzi, in certi momenti il pubblico ne vive il fallimento, la disperazione. La comunicazione tra le due donne si sviluppa attraverso linguaggi differenti che cercano punti di compatibilità, nessuno dei passaggi è dato per scontato, ma c’è come un fluire naturale della relazione, dato dalla costruzione dello spettacolo: una dose equilibrata di elementi casuali ed elementi cardine, incentrata sul rapporto con l’altro e con gli elementi che costituiscono il proprio e l’altrui campo, quindi sul rischio che vi è insito. La dimensione relazionale è infatti più ampia di quello che può apparire all’inizio dello spettacolo: suoni, luci, spazio, fondale, abiti, persone che vi agiscono (danzatrici, montatore del suono, designer delle luci, compositore), tutti concorrono a costituire un flusso che attraversa il pubblico sotto forma di sensazioni mutevoli e sensibili che si riallacciano alla memoria e all’esperienza di ciascuno, facendo eco ad un concetto espresso da Erri De Luca in “Montedidio”, e citato nel corso della coreografia stessa, “la nostalgia non è assenza, ma una presenza”.
A distanza di quattro mesi dalla lavorazione e dal debutto in Francia al Théâtre des Bernardines di Marsiglia, Raffaella Giordano e Maria Muñoz si incontrano ad Arezzo. Il pubblico assiste quindi a un primo esperimento di “memoria” dell’esperienza di ciascuna nello spettacolo (concetto cardine del lavoro). Segue poi la volta di Venezia, per il debutto due mesi dopo, il 24 giugno, in occasione della IX Edizione della Biennale di Danza.

Qualche settimana dopo l’ultima esibizione raggiungo al telefono Raffaella Giordano per farmi raccontare un po’ de “L’Incontro” e della sua esperienza.

 

Come hai conosciuto Maria?
E’ stato possibile invitare Maria come docente in un progetto di formazione, “Scritture per la danza contemporanea – biennio per la sensibilizzazione e lo sviluppo delle arti corporee” (2009 – 2012 ). Abbiamo avuto l’opportunità di conoscerci direttamente sul campo, lavorando con i ragazzi partecipanti. Da questa esperienza è nato il desiderio di condividere una ricerca reciproca e approfondire aspetti del nostro studio sui modi di prendere e modificare lo spazio, di intendere la forza e l’amore del gesto. Siamo entrate nel lavoro attraverso la dimensione sensibile della percezione, sperimentando l’una l’influenza dell’altra e lasciando che gli indizi di una scrittura possibile emergessero senza forzature. L’incontro si è dunque scritto via via nella forma di una sorta di viaggio, un percorso senza una iniziale e precisa ricerca formale, che si è poi sviluppato secondo moduli semplici e alternati.
Nel tempo abbiamo scelto di lavorare in uno spazio bianco e con pochi oggetti in scena, vestendoci di abiti neutri, che non si identificassero con personaggi specifici, ma che fossero piuttosto degli strati di densità della scena, dello spazio, esattamente come il fondale di cotone grezzo.
“L’Incontro” si fonda su un lavoro progressivo in cui emergono qualità e memoria, bacino quest’ultimo importante dal quale ciascuna attinge per relazionarsi con l’altra, incontro dopo incontro; infatti affianco a questo processo che si allaccia al passato c’è un costante lavoro sul presente.
La genesi dei nostri movimenti vive di una relazione sostanziale con il non detto, il non scritto, e scaturisce in una forma poetica raccontando in qualche modo la natura segreta degli esseri umani, di ciascuno di noi. Il divenire del viaggio si svolge secondo elementi che seguono il loro autonomo percorso. L’incontro si costruisce in un campo di coincidenze e risonanze. Questo significa che agiamo in uno spazio di grande libertà e perciò di grande rischio, il nostro timone sono la fiducia e l’esperienza… e la responsabilità che ciascuna porta con sé nella costruzione del proprio linguaggio, sempre generato da una reciprocità in atto. Il risultato è una struttura senza forti cinghie di sicurezza che si regge lungo un filo teso e particolarmente esposto.
Credo si possa dire più in generale che gli spettacoli in qualche modo “si muovono” sempre. Mi spiego, anche uno spettacolo rigorosamente scritto essendo concepito per una esecuzione dal vivo contiene in sé una serie di elementi mutevoli, legati cioè all’esecuzione in quello spazio e in quel preciso momento. Volendo dare delle coordinate per l’esecuzione de “L’Incontro”, esso si situa in una zona mediana, uno spazio di ascolto tra linguaggio improvvisato e convenzione scritta.

L’Incontro ha una particolare colonna sonora….
Il suono, in questo progetto ha una struttura molto complessa, composta da diversi elementi registrati, dove si intrecciano voci, ambienti naturali, finestre melodiche, rumori. Come in una scatola cinese, all’interno degli elementi registrati c’è una ulteriore differenziazione. La nostra voce (registrata in più sessioni,autonomamente, e quella in scena), ad esempio, è costruita su una serie di assi la cui risultante è una duplice conversazione: tra sé e sé e tra sé e l’altro. L’insieme degli elementi registrati e dei dialoghi costruiti da Matteo Milani, è composto in diretta durante l’esecuzione da Pep Ramis; in maniera simile avviene anche la gestione del disegno luci,ad opera di Luigi Biondi e August Viladomat. Questo rende la dinamica dello spettacolo molto attiva e delicata nei sugli equilibri, intima e misteriosa.

E lo spazio?
Ne “L’Incontro” direi che la relazione si fa spazio, talvolta è un luogo di non incontro, di perdita, altre di luminose epifanie e architetture imprevedibili, mantenendo sempre un livello di densità alto. È un po’ come quando due persone passeggiano assieme: succede di camminare fianco a fianco, di tenere lo stesso passo, di inciampare, di urtarsi, di interrompere un discorso, di seguire con lo sguardo dettagli del paesaggio che l’altro non vede, di rallentare o di accellerare rispetto all’altro, di allontanarsi…

Qualche sensazione sull’ultima performance a Venezia… Hai altri progetti in cantiere con Maria?
Molto del lavoro è ancora da fare. “L’Incontro” è un progetto giovane, abbiamo bisogno di “incontrarci” ancora e di più, di accumulare memoria per poi poter manifestare la nostra espressione in scena. La prima a Marsiglia, seguita da tre repliche, era legata alla fase di lavoro e di preparazione, ne era praticamente a ridosso. Ad Arezzo e a Venezia abbiamo iniziato a sperimentare, a vivere il viaggio, tuttavia non posso parlare di una crescita rispetto a Marsiglia, perché non è il modo giusto di guardare questo lavoro. Personalmente sento un forte senso di cambiamento che ogni volta ci spinge in avanti a cuore aperto. A Venezia in particolare è stata una di quelle serate che ti chiedono di lottare intensamente, dove il tempo e la durata della costruzione scenica chiedevano un eccedenza di volontà. A volte succede… Forse abbiamo avuto poco tempo per prepararci perché erano molti gli spettacoli… È un universo che suscita sensazioni e pareri molto differenti….
La ricezione di ogni lavoro è sempre soggettiva, ognuno si riferisce al proprio idioma interiore ai propri punti di riferimento e vissuti personali. Trattandosi di un lavoro basato sul linguaggio del movimento e sull’incontro di due lingue diverse, il trampolino per sperimentare un avvicinamento e instaurare un possibile rapporto è il bagaglio delle nostre esperienze e la qualità di rapporto con il mondo fuori di noi, In effetti non portiamo nessuna vera novità nel linguaggio, ma il modo unico di relazionarsi con il sapere e il bagaglio vitale, una volontà di trasmettere una responsabilità propria dell’agire e del rapporto che si porta e si scatena in scena. Credo che per ogni artista la poetica sia specchio della propria domanda esistenziale, nella propria riflessione sulla vita. In questo senso il Novecento è già entrato in crisi sui linguaggi, ma secondo il mio punto di vista non c’è mai una creazione dal nulla, quanto piuttosto la costruzione di una forma “altra”, attraverso uno spostamento di paradigmi e solo in questo senso posso intendere la nascita e l’acquisizione di nuovi strumenti linguistici. Lo ritengo un falso problema in ambito artistico, il dover rincorrere il “nuovo”, la pretesa di inventare dal nulla.
Con Maria siamo situate all’interno di uno spazio scenico semplice ma molto lavorato, che diventa complesso nel suo incedere nel viaggio. I movimenti, le azioni, la danza, non sono disegnati per lasciare lo spazio al respiro nostro libero di accogliere la forza del presente; il paesaggio, lo spazio esterno, suggerisce allo spettatore la sua grandezza mutevole e possibile; la nostra voce ogni volta riporta il centro del discorso sulla figura umana, su di noi che in qualche modo argomentiamo sulla vita, rigorosamente su un piano poetico attraverso la scrittura gestuale, creando un linguaggio particolare, pronto ad accogliere lo spostamento provocato dalla scelta di non lavorare utilizzando i nostri sistemi di creazione, ma di sporgerci in un terreno vergine.
Stiamo navigando con amore e fedeltà, sfidando il presente e facendo emergere via via nuove forze. È un po’ come imparare giorno dopo giorno a coabitare, ad abitare l’altro e lo spazio. Continueremo quindi a fare in modo di rendere possibile “L’Incontro” e in futuro forse potremo dare vita a nuove alleanze.

Parliamo un po’ della rassegna di quest’anno… Qualche anticipazione sulla prossima?
Invito di Sosta” è una rassegna che è giunta ormai alla sua VI edizione, da lontano e molto piccola. Con l’aiuto della Regione Toscana abbiamo acquisito maggiore responsabilità e visibilità. Da quest’anno sento crescere la presenza di un pubblico più forte e variegato, non di soli amatori intendo, cosa che per noi è una grande conquista; la nostra è una danza poco studiata e poco conosciuta. Il lavoro è stato lungo e impegnativo per riuscire a coinvolgere il pubblico e garantire contemporaneamente agli autori una zattera di visibilità; abbiamo optato per una scelta degli spettacoli molto eterogenea e variegata per generi ed età.
Ad esempio quest’anno abbiamo aperto con un confronto tra generazioni, “When we were old” con Chiara Frigo e Emmanuel Jouthe; poi ci sono stati Fabrizio Favale e Ambra Senatore con le loro rispettive compagnie; “Try”, assolo di Antonella Bertoni, un lavoro complesso, che richiede silenzio ed osservazione; “Hospice”, l’opera prima del giovane, Glenn Çaçi; infine noi. Ad ogni appuntamento il pubblico è informato preventivamente dello spettacolo che andrà a vedere e ha occasione, a fine rappresentazione, di interfacciarsi direttamente con i danzatori e gli autori. Ci piace fornire sempre delle piccole coordinate di viaggio. Le risposte sono soddisfacenti: è bello avere un pubblico sempre più attento agli spettacoli; c’è una sorta di sottile e invisibile percorso formativo in tutto ciò.
La prossima rassegna non avrà una tematica particolare, ma proseguirà sulla linea tracciata quest’anno, qualità e diversità, nell’intento di offrire al pubblico una rosa ampia e variegata di realtà e spettacoli dedicati al “movimento danzato” puro. Il prossimo mese di ottobre, in occasione della conferenza stampa, presenteremo quindi gli autori e gli spettacoli che saranno ospitati all’interno della VII edizione di “Invito di Sosta”, che avrà inizio poi il 16 novembre.
Dopo l’estate si rinnoverà anche un neonato progetto che abbiamo rivolto nello specifico alla scuola e alle famiglie, “Altre Danze”. In una danza che ha sempre minori guide per essere conosciuta e compresa, questo progetto è un vero e proprio “accompagnamento” per i più piccoli all’interno di questo ambito. La cosa più bella è l’arricchimento che ne deriva sia per il pubblico che per chi è in scena. È ancora una volta una dinamica di lavoro che oscilla tra fatica e generosità e che coincide esattamente con l’idea di spazio scenico che condividiamo all’interno dell’Associazione: una sorta di piazza, entro la quale si manifesta la libertà di espressione di ciascuno e il confronto con l’altro. Una grande fortuna, un privilegio in un sistema sociale come il nostro, che tende ad elidere sempre più la relazione.

Il tuo prossimo spettacolo?
Sarò con “Fiordalisi” a Romaeuropa il prossimo autunno. È un lavoro del 1995, che ho danzato per più di venti anni, e forse quella romana sarà la sua ultima rappresentazione in scena. Rispetto a “L’Incontro” ha una struttura molto rigorosa, entro la quale si inserisce una partitura gestuale scritta fino nei minimi particolari. È la storia di una donna, una figura teatrale, che compie un viaggio interiore in un paesaggio sonoro profondo e doloroso. Un lavoro molto faticoso dal punto di vista fisico e mentale e che si articola lungo la creazione di uno spazio di vuoti e di pieni di carattere universale, luogo di convocazioni energetiche forti.

E Sosta Palmizi? Tornerete un giorno a danzare riuniti?
Non credo sarà possibile riunire Sosta Palmizi per raccontare attraverso uno spettacolo la nostra storia e la nostra esperienza di allora. Mi sento un po’ anacronistica in questo senso. È piuttosto difficile oggi mantenere in vita con cura un gruppo. Se potessi tornare giovane sicuramente sceglierei ancora di lavorare in un collettivo. Pensa a cosa hanno portato i due bienni di “Scritture per la danza contemporanea”. Il fatto che si appoggiasse su strutture solide come il Teatro Stabile di Torino e L’Arboreto Teatro Dimora di Mondaino e che fosse un appuntamento mensile ha permesso di mantenere nel tempo un filo rosso con tutti i partecipanti dal quale partire per lavorare su concetti come la coabitazione dello spazio, la presenza, gli elementi percettivi, ed è sfociato poi in due collettivi che sono rimasti autonomamente in vita per alcuni anni. Oggi credo che la domanda veramente importante da porsi sia come formarsi e su cosa. E’ necessaria una grande apertura di spirito, coraggio e tanta duttilità, perché la tecnica, benché continui a costituire un aspetto centrale nella danza e nel lavoro sul corpo, di per sé non basta più. È altrettanto importante e utile capire dove fondare la bellezza e il concetto stesso di lavoro fisico, sul corpo, anche come vero e proprio strumento benefico, come risorsa di guarigione. Questo per arrivare ad accettare la danza per come essa è, senza appesantirla di ulteriori significati.
Personalmente mi trovo al momento in una fase nella quale sento il bisogno di condividere la mia esperienza e di aprirmi a forme diverse. Non vivo l’urgenza di immergermi come prima nel lavoro autoriale e di accompagnare gli altri come ho fatto nel passato. Dopo “Cuocere il mondo”, nel 2007, spettacolo per 7 interpreti ispirato all’Ultima Cena, ho attraversato esperienze diverse, nuove collaborazioni, ho partecipato alle riprese di un film e diretto corsi di formazione, frangente in cui ho incontrato Maria ed è nato qualcosa di inaspettato.
Nell’immediato futuro sono in cantiere dei progetti di natura teatrale con i direttori Alain Fourneau e Mireille Guerre del Théâtre des Bernardines di Marsiglia, è un terreno fertile in cui la stima reciproca si è costruita negli anni.

La danza per te. In una parola.
È una rivoluzione. È il luogo dove ho impiegato e impiego tuttora le energie della mia vita. È un grande spostamento, un grande movimento. È “stare in relazione” e perciò qualcosa che mi permette di lavorare oltre e al di là delle mie forze. È il mio modo di comunicare, rappresenta i valori in cui credo. Sì, la danza è una grande rivoluzione.

 

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