Pompea Santoro
Pompea Santoro

Per molto tempo, in Svezia, la sua immagine ha rappresentato il Cullberg Ballet in un francobollo postale. Vivace, determinata, battagliera, Pompea Santoro ha lavorato per tanti anni al fianco di uno dei coreografi più geniali del secolo: Mats Ek, figlio di Birgit Cullberg. Due anni fa ha creato l’EkoDanceInternational Project con l’intento di ‘aiutare giovani danzatori ad intraprendere un percorso di crescita artistica’ attraverso lo studio della danza classica e le coreografie di Mats Ek.

Come ha iniziato il suo percorso?

Avevo talento e mi veniva tutto facile, il mio corpo era predisposto allo studio della danza. In realtà non avevo una grande passione, ero più portata a fare la segretaria, non ho mai giocato con le bambole ma sempre con le carte e i timbri.

Quali sono state le difficoltà?

Ho perso mio padre quando avevo nove anni, la danza mi ha aiutata perché mi faceva compagnia, mi aiutava ad esprimermi. Ero una danzatrice classica, a dodici anni già ballavo Il Lago dei cigni, a quindici Don Chisciotte, Coppelia, Paquita, poi ho studiato jazz e flamenco, due discipline che adoravo…nel frattempo la danza classica, con le punte, mi stava stretta. A sedici anni ho fatto il mio primo concorso, portando una variazione della Carmen, in versione contemporanea. Istituirono un premio speciale apposta per me, per il mio talento artistico. Alberto Testa mi vide e mi invitò a Spoleto, come ospite. Giuseppe Carbone era nel pubblico e mi propose di andare in Svezia. Contemporaneamente mi obbligarono a fare l’audizione per entrare alla Scala, e fui scelta tra duecento ragazze perché ero assolutamente idonea. Oggi lotto per far capire ai giovani che la danza classica non è l’unica forma espressiva, c’è così tanto altro da scoprire! Tutti mi dicevano di restare alla Scala, ma io decisi di partire per la Svezia, avevo solo sedici anni e ci sono rimasta fino a quando ne ho compiuti quarantuno, dopo aver fatto tutto il mio percorso artistico e aver avuto due figli. Ho danzato con continuità senza aver mai avuto un infortunio, proprio perché avevo talento. Cerco di insegnare oggi ai giovani che la danza classica può essere per tutti, bisogna imparare a sentire il proprio corpo, senza forzarlo.

Chi ha inciso di più nella sua carriera?

Prima di tutto mia madre, che ha sempre insistito nel farmi andare avanti, dandomi forza; poi il mio maestro Sabatini che mi ha dato la possibilità di studiare bene. Il mio più grande maestro in assoluto è stato Mats Ek, sono nata e cresciuta con lui, poi Alberto Testa e Giuseppe Carbone, senza di lui non sarei arrivata in Svezia. Ma mi piace ricordare che sono quella che sono grazie a Mats Ek, è lui che mi ha fatto diventare così, mi ha educata artisticamente: penso come lui, vedo le cose come le vede lui. Quando sono entrata in compagnia iniziava a fare le prime coreografie e io ho danzato tutte le sue creazioni. Mi ha insegnato tutto. Il suo mondo è umano, vero, profondo, ogni suo gesto ha un senso. Ho sempre cercato di imparare da chi era più grande di me, una tra tutti: Ana Laguna, sua moglie e la sua musa ispiratrice. Con Kylian ho scoperto un altro mondo, gli piacevano le mie linee, il mio movimento mentre Mats ci lavorava sempre contro, ma quando decisi di andarmene, lui mi trattenne. Sono stati i cinque anni più belli della mia carriera, poi mi sono stancata, i ruoli femminili di Mats Ek sono veramente micidiali, molto impegnativi a livello fisico e tecnico, sono pensati per un uomo.

Che cos’è il corpo per un ballerino?

Lo strumento col quale si lavora, ma attraverso la coreografia bisogna comunicare qualcosa, non soltanto inventare una successione di passi e movimenti vuoti che non significano niente. La danza è un’arte e come tale deve comunicare. Il ballerino col suo corpo deve tirare fuori emozioni, il coreografo ti dà il movimento ma sei tu che lo devi colorare e lo puoi fare solo con la danza contemporanea perché in quella classica è tutto più concentrato nella forma. La danza contemporanea è questo: un corpo che esprime senza il limite della tecnica. Ho lavorato con Tamara Rojo, è talmente padrona di sé che si può permettere il lusso di esprimere attraverso la tecnica, oltre alla quale il ballerino deve avere una forte sensibilità.

Che cosa la colpisce in un danzatore?

La fantasia. Quando gli fai vedere un passo e vedi che comincia a metterci qualcosa di suo, è bellissimo. Per alcuni è istinto, altri hanno solo bisogno di più tempo per tirare fuori le proprie emozioni.

Com’è nata la sua passione per l’insegnamento?

Quando arrivavano ragazzi nuovi in compagnia mi veniva naturale aiutarli, correggendoli. Mats si è accorto di questa mia predisposizione e quando la sua assistente non è potuta andare a rimontare delle coreografie, ha mandato me ad insegnare il mio stesso ruolo. Ho capito che mi piaceva tantissimo. Ballare implica una continua concentrazione su se stessi, l’insegnamento è una trasmissione della propria esperienza, plasmare il corpo di altri danzatori è entusiasmante. La mia più grande passione dopo la danza è l’informatica, adoro i computer, e l’essere umano è uguale al computer.

Quali sono i punti di forza del balletto Giselle nella versione coreografica di Mats Ek?

Ormai è considerato un classico! E’ famoso in tutto il mondo ed è stato ballato nei più grandi teatri, dall’Opéra di Parigi alla Scala di Milano. Lo stile di Mats Ek ha una particolarità: l’uso delle braccia attraverso la schiena e poi lo sguardo, la naturalità della mano, l’anima, il cuore.

Mi racconta il suo incontro con Rudolf Nureyev ne La signorina Giulia e quando ha insegnato il ruolo di Carmen a Sylvie Guillem, a Londra?

L’incontro con Nureyev è stato importante perché è stato con noi quasi un mese, facevo il ruolo della sua fidanzata, è stato gentilissimo con me. Invece quando sono andata al Royal Ballet per l’audizione che Mats fa sempre per insegnare una piccola combinazione del balletto a tutta la compagnia, c’era anche Sylvie Guillem, pur sapendo che avrebbe fatto il ruolo di Carmen. Che umiltà! Ha rinunciato agli altri impegni per dedicarsi per due mesi interi a lavorare con me. E’ una professionista straordinaria. Che cosa la emoziona?

I miei due figli, sono meravigliosi.

Che cosa è cambiato nel mondo della danza, negli ultimi anni?

Lavoro solo nei più grandi teatri perché ci vuole una grande professionalità per mettere in scena i lavori di Mats Ek. So che in Italia succedono tante cose, piccole compagnie, gruppi che lavorano con fermento ma minime cose. Sarebbe meglio avere un’unica grande realtà importante.

Che cos’è la danza per lei?

Una forma di comunicazione. Se non si ha niente da dire meglio non ballare.

Elisabetta Testa

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