Plié di pagina si arricchisce di nuovi contributi.Riceviamo e con piacere pubblichiamo questo articolo di Letizia Gioia Monda

La storia della danza è una storia di diversità, una storia che ruota intorno numerose e diverse esperienze di corporeità, creatività e professioni scientifiche. La varietà delle esperienze di cui si compone questa storia è ciò che tutt’oggi produce la continuità della natura interdisciplinare relativa all’insegnamento, alla cultura e alla pratica delle arti coreutiche. L’arte della danza ha infatti un’origine ed un’applicazione eterogenea, basti pensare che i progenitori delle discipline coreutiche – insegnate oggi nella maggior parte delle accademie di danza nel mondo – sono stati riconosciuti non solo in quanto grandi artisti e rinomati performer ma spesso anche come autorevoli scienziati. Questi uomini e queste donne con il loro pensiero coreografico, attraverso un semplice ma importante gesto, hanno cambiato il nostro modo di sentire, di vedere e di percepire la realtà in rapporto alle trasformazioni del mondo circostante. La loro attività ci ha restituito la coscienza di guardare a noi stessi e agli altri con un po’ più di consapevolezza.

Molteplici ricerche avviate in diversi ambiti disciplinari – come l’antropologia, la psicologia evoluzionista, la sociologia, la filosofia, gli studi sulla performance, etc. – ci insegnano che, con la musica, la danza è stata una delle prime pratiche ad essere adottate dall’essere umano per celebrare il senso della vita. Sin dalle origini, l’uomo danzando tornava ad essere in armonia con il cosmo, e ciò lo conduceva ad accrescere la fiducia e il rispetto in se stesso e negli altri. Forse questo può aiutare a comprendere che praticare la danza significa molto più che dare sfogo ad un particolare estro o al bisogno di apparire. La danza è conoscenza, la danza è un atto d’amore. Attraverso la danza superiamo la barriera che ci separa dagli altri e ripristiniamo attraverso un evento collettivo un sentimento comune che spesso sembra essere assente. Forse il dono più prezioso che può donarci l’arte della danza è la body knowledge: il sapere del corpo in termini di esperienza incorporata. In due appuntamenti, su Campadidanza, esporrò alcune nozioni che potranno essere utili a tutti coloro che vorranno offrire una possibilità a questa disciplina: quella di raccontare alcune verità che possono emergere solo impegnandosi in un attento e profondo ascolto con il nostro corpo.

Volume I – Accenni di storia 

Nei primi anni del Novecento, in occidente, riformatori e scienziati ricominciarono a dar valore, dopo secoli, ad una cultura che metteva al centro dell’interesse intellettuale e della vita sociale le potenzialità del corpo umano e il suo benessere. Fu un tempo ricco di svolte sia in campo artistico che in quello scientifico. In questo panorama, tra tutte le forme d’arte, fu la danza a rispondere con prontezza alle domande che emergevano dalla rivoluzione ideologica in atto, manifestando il fenomeno attraverso la nascita della danza libera espressiva, e poi della così detta danza moderna.

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Rudolf von Laban, padre fondatore della danza libera espressiva

Il pensiero che guidò le molteplici forme della danza moderna condusse ad una rivoluzione importante in ambito coreutico. Grandi maestri-pedagoghi della danza – quali Francois Delsarte (1811–1871), Emile Jacques-Dalcroze (1865–1950), Rudolf Laban (1879–1958), Isadora Duncan (1878–1927), e Mary Wigman (1886–1973) – hanno aiutato a stabilire le basi per una nuova ideologia coreografica che dava valore, non più unicamente all’abilità tecnica del danzatore, o al mero virtuosismo, ma all’intelligenza che emergeva da un ascolto profondo del corpo. Prestando cura e attenzione alle sensazioni che emergevano dal corpo-mente del danzatore, le metodologie di questi pionieri generarono un differente approccio al movimento che lentamente fu adottato anche in altre pratiche non esplicitamente legate all’arte della danza. La sollecitazione all’uso della consapevolezza somatica, nel lavoro con il movimento, veniva applicata nelle arti così come nelle scienze, nell’educazione fisica così come in fisioterapia.

Che fecero dunque di tanto speciale questi pionieri della danza moderna?

Essi scoprirono e portarono all’attenzione comune un’importante verità: ossia, che coinvolgendoci in un attento dialogo con il nostro proprio sé corporeo, come esseri umani, possiamo imparare nuovamente a divenire liberi, a muoverci più facilmente, a gioire della nostra vita producendo un lavoro sempre più efficiente: ad agire con maggiore vitalità ed espressione. Ognuno di questi maestri/e, con le proprie nuove formate discipline, offrì un metodo per imparare a respirare, a sentire, ad ascoltare il corpo. Nei laboratori gli allievi erano inoltre invitati a sperimentare le crescenti risposte somatiche che emergevano da tale ascolto attraverso il movimento. Uno dei principi più importanti, codificato dal padre fondatore della danza libera espressiva, Rudolf von Laban, fu infatti quello che presupponeva che il movimento dovesse essere guidato da un effort, un impulso organico, che garantiva la realizzazione di un’azione efficace nella comunicazione tra i corpi coreografici.

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Nel 1945, Con William John Miller, Joseph H. Pilates pubblicò il manuale Return to Life Through Contrology.

Le pratiche del corpo furono influenzate, anche, da filosofi e maestri di pratiche corpo-mente orientali. Per esempio, Joseph Pilates (1883-1967) ispirandosi alla pratica indiana dello yoga, del Tai Chi, e della meditazione zen, in seguito ad un profondo studio della biomeccanica del corpo, nonché ad una ricerca pratica condotta sulla corretta coordinazione del respiro, sviluppò un sistema di esercizi che nominò Contrology.

Oggi il numero di approcci a cui ha condotto questa rivoluzione ideologica è infinito, e sempre maggiori sono le ricerche che dimostrano quanto forte sia l’interessate verso lo studio della conoscenza che emerge dalle pratiche coreutiche. Infatti, molte investigazioni nell’ambito delle neuroscienze cognitive, della psicologia, e anche della sociologia, attivando un dialogo con esperti pedagoghi della danza, hanno ottenuto importanti riscontri per studiare patologie come: l’Alzheimer, l’Autismo, e il Parkinson. Sorprendenti e fondamentali sono i risultati emersi da queste sperimentazioni: osservare come, grazie alla danza, un soggetto affetto dal Parkison possa sviluppare un controllo sul proprio corpo scavalcando gli eventi fisici causati della patologia; o come un bambino autistico possa essere condotto tramite la danza ad utilizzare il movimento come canale per esprimere uno stato di coscienza più presente.

Il rinomato coreografo William Forsythe afferma infatti che oggi la necessità è sviluppare un nuovo tipo di letteratura della danza (Groves, 2007) per far sì che la conoscenza inerente alle arti coreutiche possa essere considerata pari a quella affine ad altri domini scientifici. In questa prospettiva il coreografo, a ragione, ritiene che due presupposti siano necessari affinché questa nuova “letteratura della danza” possa proporre un cambiamento di idee e supportare lo sviluppo di nuove investigazioni. In primo luogo Forsythe esorta coloro che studiano, praticano e attuano ricerche nelle arti coreutiche ad essere maggiormente informati rispetto le recenti scoperte nell’ambito dell’antropologia, delle neuroscienze cognitive, della psicologia, della filosofia etc.

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William Forsythe in quattro frame dal CD-Rom pedagogico William Forsythe Improvisation Technologies: A Tool for the Analytical Dance Eye, ZKM/Zentrum fur Kunst und Medientechnologie Karlsruhe, Institut für Bilmedien, Jeffrey Shaw in Kooperation mit Deutsches Tanzarchiv Köln Ostfildern, Hatie Cantz, 1999.

Questo perché attraverso questi studi non solo un danzatore può divenire più consapevole delle proprie possibilità cognitive e creative, ma grazie alle stesse egli sarà in grado poi di impegnarsi in un discorso scientifico con coloro che si occupano di altre discipline, contribuendo, in questo modo, allo sviluppo di un dialogo interdisciplinare in cui la conoscenza proveniente dalla danza può avere un ruolo critico-scientifico maggiore. Secondo aspetto è quello di spronare i danzatori, i coreografi e coloro che praticano le arti sceniche a coinvolgersi in primis in percorsi di ricerca traendo informazioni, principi, e metodologie di indagine dalle loro stesse pratiche fisiche. La necessità oggi più che mai è sollecitare l’informazione e accrescere la conoscenza affine ai processi umani che possono condurre ad una consapevolezza psicofisica. Tale consapevolezza emerge dall’essere in movimento, attraverso l’apprendimento di una precisa tecnologica coreutica. È importante spronare le coscienze, soprattutto dei giovani, sollecitare in loro la curiosità verso le proprie capacità, adottare un approccio pedagogico e piani di studi interdisciplinari che portino ad intravedere le possibilità che possono emergere da una formazione nelle discipline coreutiche. Viviamo costantemente in uno stato di inconsapevolezza, ignorando le potenzialità che possono emergere impegnandoci in un ascolto profondo con il nostro . Attivare questo dialogo attraverso la danza può condurre alla scoperta di un nuovo mondo, un mondo migliore che ci condurrà ad essere maggiormente in armonia con noi stessi e con gli altri.

Letizia Gioia Monda

Letizia Gioia Monda, coreografa e peformer con background in danza classica e contemporanea, da anni si dedica allo studio della body knowledge nella danza e nella coreografia all’interno della Motion Bank. Membro di AIRDanza ( Associazione Italiana per la ricerca sulla Danza) è regular guest del Dance Engaging Science Workgroup e collabora con le università La Sapienza e Roma Tre.

Immagine in evidenza: La danza, Henri Matisse, 1910.

Tutti gli argomenti trattati si riferiscono alla ricerca pubblicata nel volume: Letizia Gioia Monda, Choreographic Bodies. L’esperienza della Motion Bank nel lavoro multidisciplinare di Forsythe, Dino Audino Editore, Roma, 2016

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