Napoli – Interessante spettacolo quello messo in scena martedì 5 dicembre al Piccolo Bellini di Napoli all’interno della stagione del Bellini Danza 2017/2018 diretta da Manuela Barbato ed Emma Cianchi. Gli amabili resti – Variazione di famiglia con tavolo è una piecé per cinque performer ed un music designer, di Loris de Luna e Sara Lupoli, interpretato da Gianfrancesco Giannini, Sara Lupoli, Marianna Moccia, Antonio Nicastro, Francesco Russo con il disegno luci di Riccardo Caminotto, il music designer Francesco Giangrande aka Goreme e le improvvisazioni di violino e noise di Alfredo Pumilia.

Interessante ed intenso, supportato da un gruppo di lavoro coeso, con le idee chiare e che non ha lasciato nulla al caso : luci, suono, movimento, oggetti di scena, colori, assenza di quadratura nera. Difficile immaginare chi ha fatto cosaTutti gli elementi trovano il giusto spazio ed il giusto peso senza che nessuno prenda il sopravvento sull’altro. Una regia attenta ed allo stesso tempo visionaria, che ha saputo calibrare i tanti elementi messi sul tavolo. Si, perchè è proprio un tavolo il vero protagonista della performance. Il tavolo del soggiorno o della cucina intorno al quale la famiglia si riunisce per consumare un pasto che non ci sarà mai. Una tavola apparecchiata con una tovaglia bianca che diviene poi un fagotto con gli amabili resti che ognuno di noi lascia al suo passaggio, stoviglie, posate, piatti, bicchieri, un fagotto bianco che scorre di mano in mano, di scena in scena alla ricerca di uno spazio, di un luogo dove essere, di qualcosa che forse non c’è.

Il pranzo, la cena di una famiglia come momento di condivisione, momento delle massime tensioni, in cui i ruoli di ognuno assumo a simbolo di un vivere quotidiano che mette tutti a dura prova. Una tematica importante e molto attuale quella delle relazioni familiari e delle relazioni tra individui di uno stesso gruppo più in generale, che cerca di mettere in luce i rapporti di potere come di appartenenza,che cerca di definire i confini delle proprie identità personali e dei propri spazi.

Pause, ripensamenti, cicli che si ripetono, iterazioni, fughe nel vuoto, perdite di equilibrio, corse, cadute ed il tavolo che si trasforma in una barriera, in un muro scivoloso su cui è difficile arrampicarsi, ma da cui è molto facile cadere, in una parete che definisce gli spazi e le distanze, in un muro che separa o che deve essere scavalcato, che determina lo status di ognuno, la propria posizione nel gruppo rispetto all’altro, tutto sotto lo sguardo di un uomo vestito di nero che appare essere lì a testimoniare che quello che stiamo vivendo è reale, sta accadendo proprio ora, proprio a noi. In alcuni momenti si percepisce un leggero impasse, come se non fosse chiara la direzione da prendere. Ma non è così in ogni famiglia? Un guardarsi intorno in attesa di una via di uscita.

E’ teatro? E’ danza? Cosa importa. E’ la scena della vita. Alcune di quelle sensazioni le conosciamo per averle già vissute. Ed alla fine quando finalmente la tavola viene nuovamente apparecchiata ci sarebbe piaciuto vederli di nuovo tutti seduti nell’attesa di un momento che non ci sarà mai, in una attesa infinita, prima che il buio li sottragga ai nostri occhi. Bravi tutti. Sala piena. Applausi tanti.

 

Gabriella Stazio