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Patrizia Manieri con Rudolf Nureyev- ph. Alessio Buccafusca

E’ stata l’ultima ballerina a danzare con Rudolf Nureyev. Una vita intera passata al Teatro San Carlo, da allieva della Scuola di Ballo ad étoile. Patrizia Manieri, napoletana, ha ballato al fianco dei più grandi artisti, da Carla Fracci a Rudolf Nureyev e poi Ekaterina Maximova e Vladimir Vassiliev, sempre nel segno della qualità. Fisico strepitoso, doti innate, è stata la punta di diamante del Teatro San Carlo negli anni in cui la danza faceva veramente sognare.

Com’è entrata la danza nella sua vita?

Fu mio padre ad iscrivermi alla Scuola di Ballo. Ero di gomma, con un tocco di ironia dico sempre che sono arrivata in teatro in una valigia, con le gambe dietro alla testa.

Quali sono state le difficoltà?

La mia grande elasticità, le gambe iper estese e la schiena morbidissima. La mia duttilità fisica mi ha aiutato per alcuni versi ma ho dovuto lavorare tantissimo per rinforzarmi. Sono cresciuta in una famiglia molto severa, mio padre era militare, quindi ho accettato la disciplina ferrea della Scuola di Ballo senza problemi. Eravamo obbligati ad essere educati, non c’erano alternative. Una volta durante le prove del saggio in teatro non si accennava a darci la pausa pranzo. Nessuno ebbe il coraggio di chiederla fin quando alcuni ragazzi decisero di apparire in palcoscenico con un cartellone dove c’era scritto: “Abbiamo fame”. Ci fu un attimo di panico poi la signora Gallizia – all’epoca direttrice – si mise a ridere e ci lasciò andare.

C’è una persona in particolare che ha inciso nel suo percorso artistico?

Tante! Quando ero ancora nel corpo di ballo Mario Pistoni che mi ha affidato dei ruoli da prima ballerina, poi Roberto Fascilla, Rudolf Nureyev, Ricardo Nuñez. Tutti i ballerini con i quali ho danzato mi hanno lasciato un segno, non riesco a dimenticarne neanche uno.

Che ricordo ha di Rudolf Nureyev?

Mi voleva bene, ballare con lui è stata un’emozione fortissima, aveva una personalità sconvolgente. Ho interpretato anche le sue coreografie, da Raymonda con Charles Jude a Cenerentola in cui ero una delle due sorellastre fino a L’après-midi d’un faune alla Certosa di Padula, l’ultima volta che ha ballato. Durante le prove era molto esigente, uscivo dalla sala distrutta ma ricca di emozioni, la sua severità non era fine a se stessa, riusciva a tirare fuori il meglio da ciascun danzatore. Ogni momento passato insieme a lui mi ha arricchito tantissimo.

Qual è il suo ricordo più bello?

Ne ho più di uno. Quando avevo quindici anni Bianca Gallizia mi portò in tournée in Brasile, a Rio de Janeiro e San Paolo con la Danza delle ore della Gioconda. Ogni sera era un trionfo, ci chiedevano sempre il bis. Una volta entrarono in palcoscenico tutti i tecnici, le maestranze; il pubblico, composto in gran parte da emigranti italiani, si alzò in piedi continuando ad applaudire…fu un momento di grande commozione. L’altro ricordo a cui sono particolarmente legata è quando ho ballato Onegin, mi ha riportato alla mia vita privata.

Da molti anni insegna e ha lavorato come assistente alla coreografia al Teatro San Carlo, al Teatro Massimo di Palermo, al Teatro dell’Opera di Roma. Come ha vissuto il passaggio da étoile a maître de ballet?

E’ stato difficile abbandonare le scene, avrei ballato tutta la vita ma mi sono imposta di smettere, la danza è dei giovani, anche se da giovani si ha meno esperienza. Un artista maturo può dare molto di più ma la danza è estetica e bisogna essere consapevoli che mentre la maturità cresce il corpo pian piano ti abbandona. Ho accettato il cambio di ruolo perché il mio amore per la danza si è semplicemente trasformato, come in un matrimonio in cui la passione non può durare per sempre. Prima stavo di fronte allo specchio ora sto con le spalle allo specchio. Si diventa più generosi.

Che cosa la colpisce in un danzatore?

L’emozione che comunica. E poi la tecnica.

Che cos’è il talento secondo lei?

Una dote che non ti dà nessuno, o ce l’hai o … ce l’hai! E’ come il fascino per una donna, ti puoi vestire con gli abiti più belli, i gioielli più preziosi ma se non hai fascino non incanti nessuno.

Che cosa è cambiato nel mondo della danza negli ultimi anni?

La tecnica si è evoluta tantissimo anche se i passi che si insegnano sono sempre gli stessi. I ballerini di oggi fanno cose strepitose, i fisici sono diversi; più belli, più dotati. I giovani di oggi sono meno inclini ai sacrifici, senza dedizione, senza rinunce non si ottiene granché, bisogna studiare seriamente, approfondire ogni dettaglio e questo vale non solo nella danza.

Che cosa le piace del mondo della danza e che cosa non sopporta?

Ci si innamora di una persona che non è perfetta. Può essere brutta o antipatica però ti piace, non sai perché ma ti innamori, è un grande mistero. Ho esaltato ciò che mi piaceva, amando molto i ruoli che ho sentito fino in fondo tra cui quello di Myrta, Carmen, Tatiana e ho accettato quello che non mi piaceva. Mi sono goduta la mia vita artistica fino in fondo, la rifarei di nuovo.

Ce l’ha un sogno?

Mi sarebbe piaciuto un maggiore interesse della mia città verso la danza.

Che cosa la emoziona?

La bellezza, l’armonia.

Ha mai avuto paura?

Sempre. Un secondo prima di entrare in palcoscenico ma appena cominciavo a ballare passava.

Che cos’è l’umiltà?

Una dote che pochi hanno. I grandi artisti non si vantano mai.

Che cos’è la danza per lei?

L’ho conosciuta da bambina e mi ha subito affascinato, mi è entrata nel cervello e mi ha raggiunto il cuore! Per lei ho lottato, faticato, gioito, pianto, mi sono divertita e ho sofferto. Con lei ho condiviso la mia vita, mi ha accompagnato con passione, regalandomi fortissime emozioni. E’ stata un grande amore e come tutti gli amori col passare del tempo si è trasformato ma mi ha lasciato la certezza che durerà per sempre.

Elisabetta Testa

Atlas

 

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