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“Parola d’ordine: coinvolgere e sviluppare”, parla Elena Pisu del T*Danse festival di Aosta

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AOSTA – Proprio in questi giorni si sta svolgendo ad Aosta il Festival Internazionale della Nuova Danza, organizzato dalla compagnia TiDA Théâtre Danse. È alla sua quarta edizione e ci arriva alla grande: negli spazi della Cittadella dei Giovani sono previsti più di trenta eventi tra spettacoli, performance, masterclass, feedback aperò, conferenze, laboratori e anche una maratona delle scuole. Il festival, diretto da Marco Chenevier e Francesca Fini, è centrato sui nuovi linguaggi e le nuove tecnologie e da sempre rivolge un’attenzione speciale alle nuove generazioni di artisti. Ma uno degli aspetti più interessanti e innovativi  è il programma audience engagement e development, un insieme di dispositivi che, come indica il nome, mirano al coinvolgimento e all’allargamento del pubblico della danza. Figura chiave del programma e sua coordinatrice è Elena Pisu. Coreografa e danzatrice, fa parte della compagnia TIDA théâtre danse dal 2013 e collabora come insegnante di danza contemporanea e teatro danza con l’Institut de Danse du Val d’Aoste.

Una delle iniziative caratterizzanti di questo festival è la bellissima Maratona delle scuole. Elena, puoi spiegarci cos’è e come funziona?

Io coordino i progetti del programma di audience development tra cui c’è anche la Maratona delle scuole, che è molto importante e affianca la programmazione del festival, anche se ovviamente ne resta separata. Capita che chi fa danza a volte non guarda la danza, e invece così come è molto piacevole danzare bisogna imparare anche il piacere di guardarla. La Maratona fa parte del festival fin dal primo anno, perché fin da subito abbiamo voluto coinvolgere il tessuto coreutico delle scuole di danza della regione in un progetto che ha una doppia anima.

Cioè?

Quello che più vuole fare chi frequenta una scuola di danza è esibirsi e noi vogliamo lavorare in un’ottica di piacere, non di coercizione.

Quindi avete previsto una parte performativa per gli allievi delle scuole?

Esatto, c’è una parte finale, la domenica fuori programmazione, in cui i ragazzi di tutte le scuole sono chiamati ad esibirsi come protagonisti sullo stesso palco degli artisti internazionali, nel pomeriggio a cui poi segue la chiusura del festival. Allo stesso tempo parte del percorso è un percorso di visione. Ogni gruppo viene assegnato a una serata di spettacolo che scegliamo sulla base dell’esperienza della scuola o in continuità o in contrasto, per far vedere cose dello stesso genere o diverse. La programmazione aiuta, perché proponiamo nell’ambito della stessa serata cose più fruibili, pur rimanendo nell’ambito della ricerca, e cose ugualmente godibili, ma magari un po’ meno accessibili, in modo da venire in contatto con diversi linguaggi.

Gli allievi delle scuole di danza hanno anche  la possibilità di partecipare a dei laboratori con gli artisti ospiti?

Questo è un altro dei dispositivi del festival: le masterclass sono delle lezioni pratiche tenute dagli artiisti stessi che si esibiscono nelle serate di spettacolo. È un modo per entrare in contatto “tattile” con il lavoro dell’artista. Sono lezioni aperte alla cittadinanza, che servono a mostrare cosa c’è dietro la creazione di uno spettacolo, a dare una panoramica dell’universo creativo dello spettacolo. Possono partecipare i ragazzi delle scuole ma anche amatori, adulti e semplici curiosi. Le masterclass si tengono nel pomeriggio, prima della performance serale dell’artista.

Quali sono le altre iniziative del programma audience development?

Uno dei programmi che curiamo da un paio di anni a questa parte e che ci dà una grande soddisfazione è quello dell’alternanza scuola lavoro, che attuiamo con i ragazzi del liceo artistico di Aosta. Fino a una settimana prima del festival lavorano con noi in tutti i dispositivi del festival, proprio all’interno della macchina del festival: collaborano con la tecnica, la comunicazione, la produzione, l’allestimento degli spazi. Ogni referente di area ha un gruppo di ragazzi che costruisce il festival insieme a noi.

Questa iniziativa avrà sicuramente un grande successo tra gli studenti, cosa non sempre vera per le esperienze di alternanza scuola lavoro…

Già da anni collaboriamo con le scuole attraverso il progetto Comunicadanza di Simone Pacini , che però è un ingresso un po’ più in punta di piedi. Con l’alternanza i ragazzi si sono veramente appassionati,  abbiamo deciso di mettere lo stage la settimana prima del festival per fare in modo che la loro partecipazione al festival vero e proprio non fosse coercitiva ed è successo che sono venuti in tantissimi perché realmente interessati. Sono più di cento e continuano a venire, anche dopo aver terminato il progetto. Si è creata una vera comunità di giovani intorno al festival. E non solo. C’è anche da ricordare il programma di hosting, il Club degli Host,  coordinato da Alessia Pinto e Livia Taruffi, della logistica. Gli artisti sono ospitati nelle case di cittadini che hanno dato la disponibilità, per cui possono rimanere per tutta la durata del festival, in modo da venire in contatto e conoscere realmente la comunità in cui si trovano. È un esempio dei dispositivi che ruotano intorno al festival.

Altre iniziative per coinvolgere e sviluppare il potenziale pubblico della danza?

Un altro programma che comincia già una settimana prima, sono i laboratori civili rivolti alla cittadinanza, si svolgono tutti i giorni. Abbiamo ripetuto l’esperienza con Anna Albertarelli , coreografa e formatrice  milanese, ma bolognese di adozione. Con il suo metodo Corpo Poetico pone un particolare interesse al lavoro con la danza e le persone con disabilità. Per questa ragione abbiamo ora rapporti consolidati con l’ Assessorato alla Sanità della regione e con i CEA, centri diurni per i disabili. Quest’anno abbiamo avuto più di 50 persone che volevano partecipare. È stata una grande soddisfazione per noi riuscire a creare dei punti di incontro tra persone che di solito non si incontrano. Anche il laboratorio Corpo Suono, condotto dalla stessa Anna, in collaborazione con la SFOM (Scuola di Formazione e Orientamento Musicale), una realtà che ha una lunga storia di lavoro con la disabilità con la Taxi Orchestra, che è un’orchestra integrata composta da musicisti abili e disabili. Stanno sperimentando un laboratorio di improvvisazione e conduction e presenteranno una loro restituzione nella serata finale. Infine abbiamo Melting Pot, condotto da Marco Torrice, con base a Bruxelles, già venuto anno scorso con la performance che è a metà tra la performance e la festa, e prende spunto dalla cultura underground del clubbing europeo. Quest’anno tiene anche il laboratorio, condividendo quindi questa pratica con i partecipanti al laboratorio.

Il teatro della Cittadella dal 2020 sarà affidato a voi, seguirete questa logica del coinvolgimento della cittadinanza anche nella gestione ordinaria?

Certo! Questa è proprio la ragione per cui abbiamo deciso di intraprendere quest’avventura, con la cordata di cooperative che fanno parte del centro, che è un centro polifunzionale e giovane. I progetti partiranno dai bisogni della comunità, non dai nostri desideri. Noi poniamo delle basi, diamo degli strumenti per la progettazione, abbiamo delle idee, ma poi ci confrontiamo con la nostra comunità.