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Domenica 7 maggio nell’ambito della sedicesima edizione della rassegna Second Hand – Di seconda mano ideata da Gabriella Stazio, è andata in scena presso la Galleria Toledo – Teatro Stabile di Innovazione la compagnia Mart Company con la performance OVO firmata dal coreografo Marco Auggiero. Il lavoro presenta il progetto di una ricerca ambiziosa che mira a voler rappresentare un parallelismo tra arte e vita. Scrive infatti il coreografo: “Creare un’opera, per un artista, è come generare la vita”. Un tema, questo, molto caro ai giovani artisti che sentono la necessità di offrire al pubblico la profondità del sentimento che lega loro al medium di espressione prescelto. L’aspetto degno di nota è che nonostante l’argomento della ricerca coreografica si presenti decisamente narcisistico, la performance coreografica in sé non appare essere del tutto autoreferenziale: Auggiero utilizzando una più ampia riflessione sulla biologia della creazione, sfrutta il concetto della mutazione, dell’evoluzione/involuzione della specie per esprimere la sensualità come archetipo della vita così come dell’opera d’arte vivente: la performance. La scena si apre così con un grande uovo rosso al centro del palcoscenico, che si rivela essere un enorme ovulo, ovvero il gemete femminile, la microscopica cellula dove ha origine la vita. Dopo pochi istanti il telo rosso che ricopre questo ovulo viene tirato via, e all’interno del gemete appaiono fusi come in una bella scultura due corpi che lentamente iniziano a plasmarsi, a farsi organismi, a definirsi, nonostante ancora fusi in un’unica misteriosa entità. La performance segue interrogandosi sul dualismo alla base della natura: i danzatori si muovono tra catene ombelicali proseguendo in un moto continuo di ricerca, di avvicinamento, di dissoluzione, di fusione e ancora di estinzione. Al centro del dualismo vi è il genere: il maschile e il femminile. Pare dunque che anche Auggiero, come molti altri giovani coreografi della sua generazione, si soffermi a riflettere sulla natura transgenica dell’essere. I quadri coreografici sono composti in maniera sapiente, ora attraverso oggetti di scena, ora attraverso una precisa illuminotecnica offrono allo spettatore atmosfere interessanti e sensuali che richiamano alla mente scenari e opere note d’arte visiva tra il metafisico e il teatrodanza. La ricerca del linguaggio coreografico di Auggiero risulta d’altronde ancora acerba in alcuni punti: nonostante gli espressivi e talentuosi danzatori (Giordana Carrese, Valeria Di Lorenzo, Angelo Fusco, Raffaele Iorio, Elvira Perligieri, Silva Romano, Lorenza Abate, Camilla Minieri) le variazioni coreografiche si compongono di materiali di movimento che affondano la loro estetica nelle tecnologie del floor work e della contact. I continui intervalli, troppo “danzati”, generati da queste variazioni di movimento deviano la natura della performance andando a costituire un astrattismo forzato e ingiustificato che allontana lo spettatore dalla comprensione del concept alla base del lavoro.

Letizia Gioia Monda

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