La “Conferenza degli uccelli” è uno spettacolo mette in scena il racconto teatrale di Jean-Claude Carrière, rappresenato per la prima volta dal grande Peter Brook ad Avignone nel 1979. Il testo è basato sul poema persiano del XII secolo di Farid Uddin Attar Mantic Uttair, e narra del viaggio di un grande stormo di uccelli, guidati da un’upupa, per raggiungere il loro re, il leggendario Simorg. L’inizio del viaggio è difficoltoso perché gli uccelli hanno dubbi e paure: l’anatra preferisce il suo stagno, la pernice le sue pietre, l’usignolo la sua rosa, il gufo il suo ramo, la cocorita la sua gabbia e il passerotto (che parla napoletano) si sente piccolo e debole e ha paura di non farcela.  Ma l’Upupa, l’unica capace di non accontentarsi del quotidiano, li ammonisce, racconta storie che dimostrano l’infondatezza delle loro convinzioni e infine partono.  Gli uccelli dovranno attraversare le sette valli in un viaggio difficile e pericoloso per raggiungere il loro vero re, il Simorg, il “Grande uccello”. Quando arriveranno si accorgeranno che l’oggetto della loro ricerca non è che uno specchio. Come dire che la meta del viaggio è il viaggiatore stesso.

Si tratta quindi di un viaggio iniziatico, un cammino spirituale, e gli uccelli, naturalmente, siamo noi, una moltitudine eterogenea, ognuno con le sue paure e le sue illusioni da demolire per poter procedere. Dice Anna Redi che da tempo desiderava lavorare al testo di Carrière e  solo “la creazione di questo gruppo teatrale di non soli napoletani ma anche con performer algerini, cileni e di altri luoghi a me non familiari me lo ha reso possibile”. Perché la diversità, all’interno dello stormo, è tratto essenziale del percorso che porta allo specchio in cui tutti si riconosceranno “uno”.

Lo spettacolo ha un bel ritmo, è vario, attraversa momenti comici e drammatici, gli interpreti si trasformano con disinvoltura in personaggi diversi: da derviscio  a uccello, da cocorita a pipistrello, da re a gufo, da passerotto a madre premurosa. Il Coro di Voci Bianche di Chiara Biondani che accompagna la rappresentazione dal vivo è suggestivo e accentua l’atmosfera di fiaba morale. La coreografia è curata, non banale. Il lavoro riesce a toccare le corde del cuore. E certamente gli attori danzano, il movimento ha uno spazio molto maggiore rispetto a uno spettacolo teatrale tradizionale. Tuttavia non è uno spettacolo di danza e neanche di teatro danza, perché la narrazione è portata avanti dalle parole del testo di Carrière, recitate dagli interpreti, non dal corpo e dal suo linguaggio.

Mara Fortuna

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