NAPOLI – Sul palcoscenico una veranda di legno di noce e vetro. L’attimo di un pensiero, e le luci soffuse color zafferano si adombrano. Una figura si avvicina camminando dal fondo delle quinte. Un uomo con una valigetta in abito grigio apre una porta sul retro della veranda. Il cuore sospira l’emozione. Mikhail Baryshinikov è in scena. Alcuni nella platea gremita applaudono il divo della danza, altri li invitano a rispettare il silenzio dovuto alla situazione. Siamo chiaramente a Napoli, e per il Napoli Teatro Festival, in anteprima nazionale, Baryshnikov veste il ricordo del premio Nobel alla letteratura, amico di lunga data, Joseph Brodsky. In me, il senso della responsabilità di dover raccontare un evento importante, recensirlo, per mantenere la memoria fedele di ciò che è stato.

Lo spettacolo di un’ora e trenta minuti, si svolge in due luoghi scenici: all’interno e all’esterno della veranda.

Al di fuori della veranda, il performer recita le poesie. Seduto, steso, attorcigliato su due panchine poste una sul lato destro e l’altra sul lato sinistro della porta d’entrata alla veranda di fronte al pubblico. Baryshnikov mostra in questo caso un vibrante corpo scenico che vivifica il ricordo di Brodsky: la sua presenza si trasforma mostrando le sfumature della complessa personalità del poeta/amico scomparso.

All’interno della veranda, sulla musica prodotta dalle poesie – questa volta presentate attraverso una registrazione audio – l’azione si svolge ondeggiando sul suono di un eco passato. Il tempo all’interno della veranda appare sospeso, e Baryshnikov traduce nella sua danza la profondità dei sentimenti che hanno prodotto le diverse poesie di Brodsky.

Protagonista dello spettacolo è la cultura russa, che viene espressa attraverso il forte idioma degli autori-protagonisti. La traduzione delle poesie in italiano è resa per mezzo dei titoli proiettati sopra il tetto spiovente della veranda. Il lavoro si regge unicamente sulla performance di Baryshnikov, il quale interpreta egregiamente il ricordo dell’amico, dando corpo al suo sensibile, apparentemente turbato e sofferente, genio. D’altro canto occorre sottolineare che pare che Alvis Hermanis abbia messo al centro dello spettacolo il divo/danzatore dandogli il compito e la libertà di interpretare il proprio personale ricordo dell’amico, lasciando lo spettacolo completamente privo di regia. Sarà stato un’escamotage di produzione? Speriamo di no, ma la verità è che non viene dato il tempo al pubblico di maturare la fruizione di una poesia che subito incalza un ricordo nuovo del poeta. Questo rende il pubblico schiavo della noia, incapace di orientare la propria attenzione nello spettacolo, paralizzato dalla scelta di preferire il performer ai sopratitoli, il corpo scenico alla melanconica profondità, alla verità inesauribile contenuta nelle poesie di Brodsky. Questo perché chiaramente se si era intenti a leggere la traduzione delle poesie che veniva proiettata, in linea d’area visiva, sopra l’azione scena non era possibile ascoltarne l’interpretazione che avveniva in palcoscenico attraverso la sublime danza di Baryshnikov.

Che peccato!!!

Mi sto chiedendo ancora a che cosa si riferisse la dicitura nel programma sugli effetti pirotecnici, perché chiamare due scintille innescate per inscenare un cortocircuito scenico effetti pirotecnici, mi sembra un po’ disfemismo.

 

Letizia Gioia Monda

 

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