Napoli è città grottesca nel suo senso letterale, in quanto città antica, millenaria, che nelle sue visceri nasconde tracce incredibili di vite, amori e morti, non solo nel senso metaforico del termine che definisce il deforme e il paradossale, ed anche il comico del teatro e della danza. Solo Napoli poteva partorire, quindi, un simbolo come Pulcinella, maschera antica che nelle sue sembianze di pulcino, uccello insignificante e meschino, racchiude la forza e la simbologia di un’araba fenice: l’uccello mitologico che rinasce dalle proprie ceneri.  Così come siamo abituati a sentire noi, che siamo nati a Napoli, pronti a risorgere dalle catastrofi, naturali o umane, che la storia ci impone. E’ certo che Francesco Nappa ha in se’ questa percezione della sua città e ce la trasmette con una notevole vena di malinconia che si afferma subito, con la prima scena iniziale che presenta un tenore, Giulio Pelligra, che, uscendo da una scatola musicale in veste di Pulcinella, canta Era de maggio di Salvatore di Giacomo e Pasquale Costa. Poi ci si immerge nella magnifica musica che Igor Stravinsky compose su invito di Diaghilev nel rielaborare e trasfigurare brani di musica settecentesca di Pergolesi, Domenico Gallo, Fortunato Chelleri e un’aria di Alessandro Parisotti, per la prima che andò in scena il 15 maggio del 1920 a Parigi con scene di Picasso e coreografie di Leonide Massine. La scena ed i costumi della versione di Nappa, sono neri, cupi, solo i due protagonisti conservano il bianco della maschera, Pulcinella, interpretato dal brillante Carlo De Martino, e Pimpinella, interpretata dalla brava  Claudia D’Antonio. Unica nota di colore le maschere, i corni, gli oggetti scenici creati dall’artista Lello Esposito che culminano con un grande corno rosso con la testa del Vescovo San Gennaro.

foto L. Romano

E’ questa l’immagine emblematica della lettura del balletto fatta da Nappa, quella in cui alla disperazione per la morte di Pulcinella, picchiato da Uomini e da un convincente Alessandro Staiano, il  Capobanda, o’malamente della storia, le donne in preghiera e in  processione, eseguono una suggestiva danza delle mani, alla presenza di un  corno dissacrante di una religiosità, quella napoletana e meridionale in genere, mista di fede arcaica e superstizione ancestrale. Il linguaggio coreico di Nappa è dinamico, talvolta un po’ convenzionale  con le linee spesso spezzate delle gambe e dei piedi, ma  condensa con efficacia acrobatismo ed espressività dei movimenti. Convinta e partecipe l’interpretazione della compagnia di ballo del Teatro di san Carlo e dei già citati protagonisti,  accompagnati dall’ottimo Salvatore Manzo, nei panni del Furbo, l’alter ego tentatore e vigliacco  di Pulcinella.  Il pubblico ha molto apprezzato lo spettacolo, accompagnato dal vivo dall’orchestra diretta da Maurizio Agostini, e dai cantanti Laura Cherici, Giulio Pelligra e Luigi de Donato, suggerendo una buona prospettiva ad una coreografia che, anche esportata, potrebbe contribuire a lanciare un’immagine teatrale più moderna  di Napoli che, però,  non rinuncia alla propria storia e cultura.

Roberta Albano

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