BERLINO – È da poco uscito nei cinema di Berlino Mr. Gaga, un interessantissimo film documentario di Tomer Heymann sulla vita del danzatore e coreografo israeliano Ohad Naharin e sul suo metodo Gaga (parola che si riferisce ai primi suoni emessi da neonati), che riporta il movimento alla spontaneità con la quale ci si muove quando ancora non si ha coscienza né si è condizionati dal linguaggio codificato del corpo.
Attraverso spezzoni di video girati con il super 8, interviste e registrazioni di prove in sala o dei suoi spettacoli, si ricostruisce la vita di uno dei massimi esponenti della danza contemporanea.

S’inizia con scene di vita familiare, quando un Ohad bambino e poi appena adolescente inizia a esplorare le possibilità espressive del corpo per riuscire a comunicare con il fratello gemello affetto da autismo. Ci sono scene della vita militare, relative alla metà degli anni ’60, quando, impegnato in un’unità d’intrattenimento, Naharin prestò servizio nell’esercito Israeliano. Per poi arrivare alla sua formazione professionale di danzatore, iniziata a 22 anni suonati, alla quale seguirono le esperienze con Martha Graham e poi con Maurice Bejart.

Dopo e grazie a questi ‘infelici’ anni in compagnia, che lo vedevano costretto in movimenti molto lontani dal suo modo di intendere la danza, si assiste al cambiamento di Naharin e alla sua fase di ricerca di un nuovo linguaggio corporeo, fuori dai rigidi schemi della tecnica.
Ecco, quindi, le scene relative alle prove e ai frammenti di spettacoli della sua prima compagnia a New York (in cui danza anche la moglie Mari Kajiwara, la quale, per seguirlo, lasciò la compagnia di Alvin Ailey), in cui Naharin può finalmente studiare e elaborare liberamente la sua non-tecnica.

Ma bisogna aspettare il 1990, anno in cui torna a Tel-Aviv per dirigere la Batsheva Dance Company – fondata da Martha Graham e da Bethsabée de Rothschild –, che Naharin riesce veramente nella sua rivoluzione: fondare un metodo in cui il corpo possa muoversi senza le forzature cui le tecniche di danza lo costringono. È così che nasce il Gaga, pratica attraverso la quale il coreografo israeliano invita i suoi danzatori a entrare in contatto con le loro emozioni, con le loro esperienze personali, per abbandonarsi a un movimento libero e spontaneo che li riconduca all’istintività gestuale che si ha da neonati.

Da qui è un crescendo di emozioni che vanno di pari passo con le sue scoperte, con la sua voglia di giocare con la gravità, di trovare la verità di ogni movimento (i suoi danzatori devono camminare, muoversi, cadere, e rialzarsi non come dei danzatori, ma con la naturalezza di chi non è condizionato da codici estetici e/o tecnici).
Il resto è un incalzare d’immagini dei suoi spettacoli sempre più importanti, che accrescono la sua notorietà e che hanno un’eco anche politica, sino ad arrivare al last work produzione del 2015, che ci lascia con l’interrogativo, sarà davvero stato la sua ultima coreografia?