NAPOLI – Per la prima volta in Italia, il Napoli Teatro Festival Italia ha accolto al Teatro Trianon Viviani il debutto di MAY HE RISE AND SMELL THE FRAGRANCE, un lavoro del coreografo libanese ALI CHAHROUR, che ne è anche interprete con HALA OMRAN. Le musiche originali sono di Two or The Dragon eseguite in scena dagli stessi autori, Ali Hout e Abed Kobeissy, in dialogo con la drammaturgia di Junaid Sarieddeen, le luci Guillaume di Tesson, e l’ambientazione sonora di Khyam Allami.

Gli spettacoli del coreografo e danzatore libanese traggono ispirazione dalla memoria collettiva araba. Rivisitando tradizioni saldamente ancorate, Ali Chahrour indaga nell’archeologia del sensibile, arrivando a cogliere i segreti dell’antica terra della Mesopotamia. In questo spettacolo, che completa la trilogia iniziata con i precedenti Fatmeh e Leila’s death (accolti trionfalmente proprio al Festival di Avignone nel 2016) si pone l’obiettivo di analizzare i riti sciiti e le loro metamorfosi contemporanee.

In un contesto sociale, politico e religioso in cui il corpo è spesso oggetto di censura, Chahrour affronta gli attuali modelli di mascolinità e contesta la superiorità che spesso viene loro attribuita. Con un danzatore, due musicisti e una cantante/performer, My he Rise and Smell the Fragrance affronta il tema e la pratica, ancora vigente, di antichi rituali legati al lutto in cui le donne sono abitualmente obbligate al digiuno e alle lamentazioni. Fonte di ispirazione del lavoro è il mito di Ishtar, la dea babilonese dell’amore, della fertilità e della guerra, e del suo sposo Tammuz, il dio pastore. Amore e morte, lutto, dolore e rinascita: questi gli elementi principali del mito, comune a tutti i popoli dell’Antico Vicino Oriente e dell’Egeo. E dove la tragica morte di Tammuz, narrata nell’antico poema Discesa di Ishtar agli inferi, assunta a rito e celebrata nel solstizio d’estate, corrisponde al lutto stretto delle donne. “Sono cresciuto in un ambiente matriarcale – dichiara Charour in un’intervista recente – dove le donne dotate di carattere raggiungono l‘indipendenza vivendo la fede religiosa senza cadere nel fanatismo. Mi hanno aperto gli occhi sul potere che esse hanno rispetto agli uomini, sulla loro dignità e autocontrollo anche in situazioni talvolta tragiche”.

Infatti protagonista della performance è la voce virtuosa di Hala Omran, che si impone come presenza forte della scena superando addirittura la musica eseguita dal vivo dal duo Two or The Dragon. L’ambientazione sonora e la drammaturgia delle luci giocano senz’alcun dubbio un ruolo importante nella fruizione dell’opera. La loro funzione sembra, infatti, essere volta a mantenere accesa l’attenzione dello spettatore che è continuamente scosso da violenti rumori e luci – a volte quasi assordanti e accecanti. Lo spettacolo riesce dunque a comunicare il suo contenuto, il pubblico assiste alla morte, alla rinascita e respira i sentimenti forti che sanciscono le fasi del lutto. Detto ciò il lavoro di danza e coreografia ha poco e niente, due o tre solo sono le scene in cui viene esaltato il simulacro del corpo, dando particolare rilevanza alla sua parte superiore (braccia e mani) e alla ripetizione epilettica e  senza ragione di casualità di alcuni materiali di movimento. Questi episodi potrebbero mirare ad esaltare una particolare estetica coreografica, ma i richiami a questa peculiarità del linguaggio sono troppo rari nel corso dell’opera per permettere di dichiarare che il loro utilizzo sia frutto di una scelta consapevolmente riconoscibile o accidentale.

Allora a questo punto la domanda  che sorge spontanea è: perché questo spettacolo è stato inserito nella sezione danza del Napoli Teatro Festival Italia? Non sarebbe stato più adatto includerlo nella sezione musica considerando l’importanza data nella performance a questo codice linguistico? Sarà la censura del corpo indotta dalla cultura sciita ad aver annullato anche la danza di questo lavoro?

Sono la prima a riconosce la danza come forma di un linguaggio che emerge nel connubio tra le arti, e che sostiene le nuove espressioni che nascono dalla commistione tra arte, antropologia e politica. Ma non è possibile ritenere che appena appare in scena una donna con il seno scoperto è subito danza.

Letizia Gioia Monda

 

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