Marisa Ragazzo
Marisa Ragazzo

Marisa Ragazzo è una delle coreografe più rappresentative della danza urbana italiana. Nel 1996 insieme con Omid Ighani (suo marito) crea la Compagnia DaCru la prima formazione italiana a danzare negli spazi performativi black delle capitali europee. Da qui inizia la spinta verso la sperimentazione della danza urbana mescolata al concetto del teatro come spazio fisico, decisamente singolare nella street culture. La incontriamo a Napoli dove ha presentato nell’ambito della rassegna “Quelli che la danza” la coreografia “Kaze Mononoke”.

Com’è diventato l’hip hop la sua ragione di vita?
Ci sono scivolata dentro pian piano. La mia formazione è stata classica e poi contemporanea. Ai miei tempi l’hip hop si faceva soltanto nei centri sociali. In una nazione bianca come la nostra, dove l’integrazione totale tra le razze non è ancora arrivata a un traguardo, non c’era alternativa. Io avevo bisogno di innovazione e pian piano ho cominciato a frequentare questi centri sociali. Il passaggio è stato fluido, non ho pensato di cambiare dimensione.

A che punto è l’hip hop in Italia?
Purtroppo esiste ed è conosciuto soprattutto l’hip hop commerciale, nel quale non solo non mi ritrovo, ma verso il quale provo anche forte fastidio. Vivo quindi una dimensione sotterranea. Questo mi ha portato negli anni sempre di più a prendermi cura delle nuove generazioni. A Latina, mia città di origine, ho 10 centri. E di questo vado molto orgogliosa.

Si legge spesso, infatti, che tu “allevi” una quantità incredibile di danzatori. Ti riconosci nella parola “allevare”?
Si mi riconosco perfettamente nella parola “allevare”.. Mi piace insegnare. Mi sento un “maestro educatore”, un po’ all’antica energico e severo. – scoppia in una risata e poi continua – Scherzo quando dico questo, ma non troppo. Soprattutto mi piace mescolare la tecnica alla musica elettronica poetica. Nei miei spettacoli non si ritrova mai musica house. Credo nel linguaggio della poesia. La danza che mi piace finisce nella pancia e non nella testa. Per conquistare il mio pubblico, quindi, abbasso la testa e miro diritto alla pancia.

Nel 1996 ha fondato la Unity in Diversity, prima e unica formazione italiana che danza nei black club d’Europa.
Una esperienza bellissima. Il primo passo verso quello che poi sono diventata. In quegli anni ho incontrato anche Omid Ighani, che è poi diventato mio marito, e quell’esperimento si è evoluto fino a diventare DaCru la nuova compagnia, una formazione che mi corrisponde pienamente, proprio come se fosse una seconda pelle.

Con Omid tu condividi vita privata e vita artistica. E’ una formula che funziona?
Assolutamente si. Il nostro è stato un colpo di fulmine. Ci siamo conosciuti e dopo tre mesi sposati. Siamo molto diversi. Io provengo dalla danza organizzata, lui, artisticamente è cresciuto sotto i ponti. Questo nostro essere diversi credo sia la nostra forza. Omid, comunque, ha un pregio su tanti: è un maschio che non soffoca se la moglie è al suo stesso livello. Insomma, tra di noi c’è la vera parità. In tutto artisticamente e non, e questo non è da poco.

Con la Compagnia DaCru avete girato il mondo e nel 2008 siete approdati anche sul palcoscenico del Teatro La -Fenice di Venezia, con il debutto di “Le Roi”,  tributo alla lucente e breve ita di J.M. Basquiat.
Un sogno che avevo nel cassetto e che sono riuscita a realizzare. Proprio così. Per anni ho sognato di poter andare in scena in un Teatro tradizionale. E ci sono riuscita alla Fenice. E’ stata una emozione fortissima.

Il prossimo sogno da realizzare?
Ho capito negli anni che è uno solo. Continuare ad alzarmi la mattina per fare la cosa che faccio da sempre. Ballare. Questo è il mio sogno ora.

Raffaella Tramontano